PRIMO PIANO
LA CADUTA DI MUBARAK
Che cosa è successo in Egitto?
Una rivoluzione piena di incognite


      
In diretta dal Cairo una cronistoria e un racconto delle giornate caldissime, con tanti morti, che hanno portato al rovesciamento di un regime trentennale. Il ruolo di ‘garante’ dell’esercito si è incrociato con un malcontento popolare non più gestibile e con la veemente spinta dei giovani della nuova generazione 2.0. Ma la strada verso uno stato democratico è ancora lunga e deve fare i conti con il ruolo del movimento dei Fratelli Musulmani. Anche se gli egiziani sembrano, oggi, assai fermi nel rifiutare un altro regime autoritario o a vocazione teocratica. C’è bisogno che si avvii un processo dialettico vero, in cui tutta la società, tutte le forze politiche, imprenditoriali, sindacali e pubbliche siano veramente coinvolte e non prevalga la regola del più forte.
      



      


di Vincenzo  Mattei - (dal Cairo)

 

 

*  Questo articolo nasce dalla necessità di spiegare ai lettori italiani cosa sta accadendo in Egitto e il perché è accaduto. Visto che mi trovo al Cairo, molti amici mi domandano: “Ma perché c’è stata la rivoluzione?” Il problema dei giornalisti, e includo anche me, è di dare per scontate troppe notizie che invece il lettore non possiede. Così ho pensato di “integrare” tale lacuna con una breve panoramica storico-sociale del paese, abbinata agli ultimi avvenimenti in Egitto.

Per approfondimenti e aggiornamenti, visitate il blog >  www.altrome.wordpress.com

 

http://altrome.files.wordpress.com/2011/02/gamal-abdel-nasser1.jpg?w=300&h=209

Lo storico leader egiziano Nasser

 

Nel 1952 il generale Gamal Abdel Nasser, prese il poter e esiliò Farouk, l’ultimo re della dinastia iniziata da Mohamed Ali nel 1805. La cacciata della monarchia fu un vero colpo di stato dei militari che dal 1953 governarono ininterrottamente il paese. Infatti a Nasser,  successero Sadat e Mubarak, a loro volta generali delle forze armate. La popolazione egiziana non ha mai potuto interferire sulle scelte di governo, ma mentre sia Nasser che Sadat possedevano un indiscusso carisma che permetteva loro di avere una forte presa sulla popolazione e un certo successo nella contesto della diplomazia internazionale, Mubarak ne era visibilmente carente. Dopo la sconfitta con Israele nel 1967, Nasser diede le dimissioni, respinte a furor di popolo: la gente sgomenta scese allora in piazza per chiedergli di continuare nella sua carica di presidente del paese (alcuni monarchici affermano che fu opera della propaganda del regime militare che orchestrò la manifestazione a regola d’arte). 

 

 

http://altrome.files.wordpress.com/2011/02/egitto-israele-1967.jpg?w=300&h=200

L’esercito egiziano nelle strade

 

Durante gli ultimi sessant’anni, sono stati dunque i militari che hanno governato l’Egitto. Le opposizioni furono represse già dall’inizio: Nasser con la scusa dell’attentato subito nell’ottobre del 1954, usò il pugno di ferro con i Fratelli Musulmani, sciogliendone l’organizzazione e incarcerando i capi politici. Nella stessa occasione, il partito del Wafd (di matrice nazionalista moderata) fu interdetto.

Dall’avvento dei militari, l’Egitto piombò per oltre trent’anni in uno stato di guerra quasi permanente. La prima fu quella scatenatasi nel 1956 contro la Francia e l’Inghilterra dopo che Nasser ebbe nazionalizzato il canale di Suez. La seconda fu nel 1967 contro Israele, che macchiò per sempre l’orgoglio nazionale egiziano per l’umiliante sconfitta (tuttora molti anziani ne parlano mal volentieri). Nel 1973 ci fu la guerra del Kippur, in cui Sadat ebbe la meglio sull’esercito israeliano preso di sorpresa dal fulmineo attacco degli egiziani (in verità quello che fece fu occupare la maggior parte del territorio del Sinai. al cui confine erano stanziati i caschi blu delle Nazioni Unite equipaggiati con armi leggere, prevalentemente con compiti di pattugliamento). Si arrivò alla firma del trattato di pace di Camp David nel 1978, in cui, per la prima volta, uno stato arabo riconosceva l’esistenza dello Stato d’Israele. Per la firma di tali accordi, il presidente Sadat pagò con la vita. Fu assassinato al Cairo durante una parata militare nel 1981.

 

http://altrome.files.wordpress.com/2011/02/camp-david-agreement.jpg?w=251&h=200

Sadat, il presidente americano Carter e il primo ministro israeliano Begin a Camp David

 

Dopo l’assassinio di Sadat, furono nuovamente promulgate e inasprite le leggi che stabilivano lo stato di emergenza nel Paese, già entrate in vigore negli anni di guerra. Da allora sono ancora vigenti. Lo stato d’emergenza implica la limitazione di alcune libertà fondamentali del cittadino: libertà di stampa, di mobilitazione, di riunione, di indire libere elezioni, di esprimere la propria opinione… Da allora il popolo egiziano si è trovato soggiogato alla volontà di chi governava. Mubarak quindi ha avuto la possibilità di rimanere presidente proprio in virtù di tali leggi e non per un chiaro mandato elettorale. Quando, sotto pressioni internazionali, sono state indette libere elezioni del parlamento egiziano nel 2005, il partito di Mubarak, il PND, ha raccolto il 71% dei voti, e alle ultime elezioni del 2010, ha ottenuto il 90% dei seggi in parlamento, rifiutando ogni volta la supervisione degli ispettori delle Nazioni Unite.

 

http://altrome.files.wordpress.com/2011/02/sfinge-mubarak.jpg?w=250&h=202

Mubarak sfinge e nuovo faraone

 

È risaputo che chi detiene il potere troppo a lungo deve essere lungimirante, altrimenti è facile che cada in deviazioni e abusi. Durante gli anni, Mubarak, accanto al potere dell’esercito, ha potenziato enormemente quello della polizia segreta. Fonti ufficiali parlano di circa mezzo milione di soldati effettivi, quelle ufficiose di un corpo di polizia intorno al milione, milione e mezzo di unità. Sempre fonti non ufficiali, affermano che in Egitto, durante la rivoluzione del 25 gennaio 2011, il bagno di sangue è stato evitato perché i giovani comandanti dell’esercito si opponevano all’uso del pugno di ferro contro l’intera popolazione – e non contro una singola organizzazione come era accaduto in passato. Si arriva così ai fatti degli ultimi giorni che sono cronaca quotidiana. Fa riflettere la reazione equilibrata dei giovani militari, non indifferenti a quello che accade nel resto del mondo e alla domanda di libertà da parte del paese.

 

 

http://altrome.files.wordpress.com/2011/02/img_0723.jpg?w=300&h=224

Tank egiziano in piazza

 

Se decenni fa il regime poteva arginare le influenze esterne di altri paesi o di altri valori, le comunicazioni satellitari prima (negli anni ’90), internet e i cellulari successivamente, i social-network oggi, hanno permesso l’interscambio con l’esterno. I valori della democrazia hanno il valore di uno sprone permanente dentro la società egiziana. I giovani egiziani vivevano l’ambizione verso una società libera, di scambio di informazioni, pensieri e libere opinioni, di cui internet è una chiara espressione, e l’amaro confronto con quello che vigeva nel paese. Molti giovani e diseredati egiziani sopperivano alla mancanza del riconoscimento dei diritti civili, e del sopruso della polizia sui cittadini (per chi volesse ulteriori informazioni sui metodi della polizia egiziana, digitare Khaled Said su Google; per chi ha lo stomaco forte, cliccare sulle immagini: non è uno spettacolo piacevole) con il sogno di emigrare in Europa o in America. La crisi del 2008 ha messo in ginocchio tutta l’economia globale, ha chiuso l’accesso all’Europa perché l’Europa era incapace a sua volta di soddisfare l’esigenza di lavoro della propria popolazione. Gli stati arabi, e in particolar modo l’Egitto, dove il tasso di povertà è uno dei più alti dei paesi dell’area (si aggira intorno al 45% secondo le statistiche ONU) e con una popolazione di circa 80 milioni di abitanti, sono come pentole a pressione: i regimi autoritari contengono con la forza il malcontento popolare, se s’inceppa la valvola, il sistema scoppia.

 

http://altrome.files.wordpress.com/2011/02/img_0518.jpg?w=300&h=224

La rivolta sui tetti

 

Tutto ciò deve essere poi ulteriormente correlato ad un altro aspetto molto importante. Gli stati arabi sono fondati su un concetto di società molto patriarcale, in cui la figura dell’uomo sovrasta abbondantemente quello della donna, ma non solo. Il rispetto e l’obbedienza per il capo sono uno dei valori cardine insieme a tanti altri che sì, possono salvaguardare l’individuo e l’equilibrio sociale, ma spesso, se subentra un abuso di potere, possono annichilire tutti i diritti civili. Le nuove generazioni di egiziani, i così chiamati 2.0 per l’analogia con la versione attuale del web, hanno coscienza dei loro diritti come cittadini, soprattutto quelli che hanno studiato nelle facoltà universitarie straniere al Cairo. Questa consapevolezza è ulteriormente integrata dallo scambio di informazioni che avviene su internet, Facebook in particolare, e non ultimo con i concittadini residenti all’estero. Gli egiziani, non potendo più emigrare per cercare all’estero quel riconoscimento dei diritti che in patria veniva ignorato, dopo anni e anni di apatia hanno scosso la società civile affinché prendesse coscienza di se stessa, come corpo formato da individui, cittadini che sono soggetti politici, e in quanto tali  titolari di diritti e doveri. Giorno dopo giorno, i giovani nelle strade del Cairo hanno arruolato nuovi sostenitori alla causa del cambiamento, evidenziando una linea di demarcazione ben evidenziata con il passato. Come ho scritto altrove, gli egiziani non vogliono un cambio fittizio di regime, non sono più disposti ad assoggettarsi a un potere autoritario, qualunque esso sia: religioso, militare, poliziesco… vogliono costruire una società civile più giusta e più equa (ciò non vuol dire perfetta). L’impegno profuso da parte di molti ragazzi nelle strade del Cairo per ridipingere i bordi dei marciapiedi, per spazzare la polvere e le pietre delle ultime tre settimane di sommosse, per pitturare le inferriate intorno ai giardini pubblici, rispecchia la smania di vedere un Egitto nuovo, che li rappresenti e rifletta il cambiamento per il quale hanno marciato. 

 

http://altrome.files.wordpress.com/2011/02/img_0785.jpg?w=300&h=224

Il popolo ha occupato in permanenza piazza Tahrir al Cairo

 

Dal punto di vista degli occidentali, potrebbe sembrare un fatto scontato lo scendere in piazza per protestare contro il governo, o per chiedere l’aumento di stipendio, o per altri tipi di manifestazioni. Quando si è abituati a esercitare tali diritti, se ne dimentica l’importanza. Per gli egiziani, come per gli altri popoli arabi, questo diritto è stato da sempre negato, e anche se si facevano manifestazioni, la partecipazione era scarsissima, per paura della repressione da parte della polizia. Inoltre chi partecipava veniva schedato dalla polizia segreta, pagando la sua presenza con emarginazione sociale, lavorativa, familiare… Comunque esiste una chiara differenza che fa capire la portata di quanto raggiunto oggi dal popolo egiziano. I giovani hanno manifestato per tre intere settimane, occupando mattina e sera piazza Tahrir, dove molti sono morti o sono stati feriti brutalmente (guardare le immagini del 2 e 3 febbraio che si possono reperire su internet) subendo le aggressioni della polizia. Hanno messo in palio la propria vita: e questo rappresenta un cambiamento epocale nella cultura patriarcale arabo-egiziana.

 

http://altrome.files.wordpress.com/2011/02/img_0560.jpg?w=300&h=224

I carri armati dell’esercito con un golpe militare ‘morbido’

hanno permesso la caduta del despota Mubarak

 

Ritornando alla situazione attuale, ad oggi l’esercito ha effettuato un altro golpe militare “morbido” nel momento in cui ha deposto Mubarak. Lo spiegamento dei soldati e dei carri armati a partire dal 28 gennaio ne era un chiaro indizio: qualsiasi parte avesse vinto, l’esercito non sarebbe stato impreparato. Ha promesso che traghetterà il paese verso la democrazia. I tempi non saranno immediati come la gente spera, il processo sarà lungo. La Spagna di Franco si affrancò dall’autoritarismo nel 1975, le prime elezioni si ebbero solo nel 1977 e poi nel ’79, ma solo nel 1982 il partito socialista riuscì a strappare la maggioranza e a iniziare quel processo di alternanza delle forze politiche nello svolgimento delle dinamiche democratiche. Quei cambiamenti portarono la Spagna ad aderire all’allora Comunità Europea come membro nel 1986, un cambiamento abissale che dieci anni prima nessuno spagnolo avrebbe mai immaginato.

Nei nove punti programmatici del discorso in televisione del generale supremo delle forze armate Tantawi, oltre allo scioglimento delle camere, è stata annunciata la soppressione della legge sullo stato d’emergenza, ma, cosa più importante, e viene nominata una Commissione Costituente, incaricata di emendare diversi articoli della costituzione vigente. Ciò mostra la buona fede dell’esercito, sebbene si sappia che i militari quando non c’è una guerra in atto, si muovono molto lentamente. La commissione è formata da dieci membri, composta da giudici e professori universitari esperti di diritto costituzionale (anche dell’università americana del Cairo), presieduta dal giurista Tarek al Bashri. Tra i membri, c’è anche Sabaha Salah, affiliato ai Fratelli Musulmani,. La partecipazione di questo movimento politico è importante per discutere la parte che riguarderà il posto occupato dalla religione dentro lo stato.

Dopo l’euforia di venerdì 12, seguente alle dimissioni di Mubarak, e di sabato per i festeggiamenti in piazza Tahrir, dove si sono radunate quasi due milioni di persone, gli egiziani sono ripiombati nella realtà. Ora c’è insicurezza per quello che verrà, sebbene la consapevolezza della propria forza come popolo sia ormai acquisita. C’è fiducia nel futuro e si respira un’aria nuova, anche se i tempi e i modi di attuazione rimangono l’incognita che rende la situazione poco chiara. In questi giorni non si ascoltano più i sermoni del corano nei taxi o nei bar, non c’è più nessuno che faccia una predica a uno straniero sulla conversione all’islam o se ha bevuto un bicchiere d’alcol, l’attenzione è tutta spostata sulle notizie politiche (personalmente mi domando se questo fattore non sia già un inizio di secolarizzazione).

 

Il popolo egiziano in festa per il crollo del regime

 

Molti egiziani si chiedono se l’esercito manterrà la parola che ha dato; la maggioranza crede di sì, però vorrebbe risultati immediati. Molti reclamano un lavoro o una paga migliore e incentivi economici per sostenere le spese di base. Un autista di bus prende all’incirca 300 lire egiziane, e un poliziotto della municipale forse 400; se si parifica 1 lira con un euro, c’è da chiedersi come un vigile urbano in Italia possa vivere con soli € 400 (è vero in Egitto esiste l’equo canone, ma sta ormai scomparendo abbattuto dalla speculazione edilizia che non ha risparmiato neanche il Medio Oriente e comprare una casa per i giovani egiziani diventa un’impresa inarrivabile). Secondo la pittrice alessandrina Heba Helni, gli scioperi che colpiscono i diversi settori della vita egiziana, organizzati ad hoc dai giovani del movimento 6 Aprile, sono giusti e mantengono l’attenzione alta sia nella popolazione che nei militari per proseguire nella giusta direzione delle riforme. C’è da chiedersi fino a che punto una situazione in cui incrociano le mani portuali e aeroportuali, dipendenti del trasporto pubblico, del turismo e della pubblica amministrazione possa andare avanti. Molti nel settore privato, del commercio e dell’alimentazione hanno ripreso a lavorare a pieno ritmo, ma questi sembrano essere i meno colpiti dalla crisi economica e dall’aumento dei prezzi generalizzato che sta colpendo tutto il mondo e non solo l’Egitto. Il resto rimane una variabile di cui non si riescono a delimitare i contorni.

 

Ancora festeggiamenti, ma il post-Mubarak è pieno di incognite

 

Venerdì 18 febbraio, proprio in piazza Tahrir che ha visto “l’ultimo faraone” costretto a dimettersi, sono stati ricordati gli oltre trecento martiri scomparsi nelle ultime tre settimane di sommosse. Ora Mubarak è in coma nella sua villa di Sharm el Sheik, personalmente spero che si riprenda, per affrontare il giudizio della storia e forse quello di un tribunale. Ma forse neanche lui ha colpa di quello che ha fatto. Ha governato secondo i dettami di cui il Medio Oriente era permeato fino a poco tempo fa, e comunque la sua uscita di scena non indica necessariamente che quei valori si siano volatilizzati nel nulla, anche se la storia dell’Asia Minore e del nord Africa sembra essere indirizzata a voltare pagina, spazzando via faraoni, sultani e re che si ancorano a un tempo che non esiste più.

 

La piazza della ‘rivoluzione’ il giorno dopo

 

Però rimane un’innegabile verità che il mio amico scrittore Ahmed Ismail mi ha ripetuto in un’intervista in un’altra occasione: dove ha il cuore una persona capace di prendere 70 miliardi di dollari al suo popolo che muore di fame? Quante scuole, strade, ospedali si potevano costruire? Quanto lavoro poteva essere creato con 70 miliardi di dollari?

Quanto alla manifestazione del 18, i presupposti che la partecipazione per i festeggiamenti della vittoria sarebbe stata numerosa c’erano tutti.

 

Cittadini cairoti passano davanti alla sede della Tv di Stato

 

Nei giorni scorsi, dopo le dimissioni di Mubarak, gli egiziani stazionavano in massa davanti alla sede della TV, radunati a migliaia per protestare contro le disuguaglianze del regime dell’ex rais e contro i media egiziani che durante la rivoluzione avevano preso posizione in favore del presidente (non poteva essere altrimenti in un sistema dove esiste un ministero che controlla l’informazione pubblica!). Ora la gente tirava dritto, quasi senza degnare di uno sguardo né l’annerito palazzo semicircolare della televisione di Stato, né i quaranta carri armati che lo presidiavano protetti da un folto filo spinato.

A ridosso di piazza Abdel Amr Riad diversi flussi di persone convogliavano per dirigersi come fiumi in piena a Tahrir: dalla rampa della tangenziale che taglia in due la metropoli come un’arteria di cemento e asfalto, da via Ramsis e da Shubra.

Alle 11:00 la piazza traboccava di gente: a pelle si capiva che sarebbe stato un numero più copioso del 12; dal marciapiede di via Talat Harb in molti tornavano indietro spronando chi veniva avanti a fare retromarcia senza ottenere risultati, così la gente si andava accalcando senza lasciare un fazzoletto d’asfalto libero. Dall’alto di un decimo piano la prima impressione era confermata: non c’era modo d’intravedere un solo spicchio di suolo!

 

Dimostrazione notturna al Cairo

 

L’atmosfera non era tesa come otto giorni fa, poco prima del discorso del presidente che, giovedì 10 febbraio, stupì tutti rifiutando di dimettersi, come pure colse di sorpresa la piazza solo 24 ore più tardi arrendendosi di fronte alla tenacia del popolo manifestante. Allora i visi erano tesi e mostravano la stanchezza di tre lunghe settimane di proteste, di guerriglia con la polizia, di occupazione del centro della città, di ansia per ogni notte passata al freddo con la presenza continua dell’esercito e carri armati, di file chilometriche per andare al bagno della moschea più vicina. Solo quel senso di amalgama e di corporativismo, che si forma durante questo tipo di eventi, dava la forza di continuare; poi l’urlo della gente è rimbalzato in ogni lato della piazza, i dimostranti non potevano credere alle voci delle dimissioni del rais ostinato sulle sue posizioni fino al giorno precedente. Le persone si guardavano stupite, incredule di essere riuscite a mandare via il “faraone”, si abbracciavano, piangevano, gridavano la gioia, salivano in cima ai monumenti e alle macchine, sventolavano la bandiera dell’Egitto, cantavano la fatica accumulata in giorni e giorni di lotta. Una festa durata fino a notte inoltrata e continuata il giorno dopo.

 

18 febbraio: la preghiera dei Fratelli Musulmani

 

Venerdì 18 febbraio, si  è assistito allo stesso spettacolo, solo che in piazza non c’erano visi tirati, ma felicità rilassata, composta e nello stesso tempo incontenibile di famiglie che per la prima volta venivano nel luogo che sta cambiando il volto dell’Egitto, di padri che porgevano i bambini ai soldati i quali li adagiavano sui cingolati per una foto ricordo, di bimbi che cantavano slogan e sbandieravano i colori dell’Egitto insieme ai genitori. L’imam Yossef al Qaradawi, esiliato in Qatar da anni per la sua affiliazione ai Fratelli Musulmani, ha tenuto la preghiera del venerdì in piazza Tahrir con un breve preambolo politico sulla rivoluzione e il cambiamento iniziato dai giovani e appoggiato dalla maggioranza della società civile,  ammonendo a non abbassare la guardia dopo i risultati ottenuti.

 

Un milione di manifestanti il 18 febbraio a piazza Tahrir

 

Poi il milione di manifestanti si è dedicato alla preghiera e gli scatti dei fotografi internazionali sembravano impazziti, erano gli unici a essere tesi e a fremere nell’attesa di poter immortalare tutti quei corpi prostrati all’unisono sul terreno.

 

18 febbraio: la marea di popolo urla “Masr,Masr! Egitto, Egitto”

 

Alla fine della preghiera, la marea di persone urlava Masr, Masr! Egitto, Egitto! Un boato che sembrava volesse squarciare il cielo e che sicuramente rimarrà impresso nelle mente della moltitudine presente.

La banda dell’esercito ha suonato la marcia della vittoria e si aveva l’impressione di partecipare a una gigantesca sagra paesana, dove per un momento le preoccupazioni per il futuro scomparivano, come in quel “Sabato del villaggio” leopardiano in cui l’ansia per i giorni a venire rimane solo sotterranea. Popcorn, arachidi e bruscolini, panini di kebab e felafel, gelati e dolci, succhi di frutta e bevande gassate… molti facevano affari, soprattutto quei negozi che per 18 giorni erano rimasti chiusi. Il canto della vittoria si leggeva nei volti pitturati con i colori egiziani. In quel momento il futuro poteva aspettare.

 

Celebrazione della vittoria: anche i bambini con i volti pitturati

 

La giornata indetta in memoria dei caduti sul campo si è andata trasformando nella celebrazione della vittoria, anche se il cammino è ancora lungo: la riforma della costituzione entro dieci giorni, come promesso dai militari, non sarà sufficiente a trasformare un tessuto civile come quello egiziano abituato alla corruzione; inoltre, in futuro, si dovranno fare in conti con i sostenitori del regime da poco caduto, che sono milioni, e che per il momento sono silenti, ma sicuramente con il tempo usciranno fuori.

Il processo è ancora lungo. Le riforme della costituzione sono ancora in discussione, ma già i Fratelli Musulmani puntano i piedi sull’articolo 2, il quale stabilisce che l’Egitto è uno stato musulmano di lingua araba e la Sharia (la legge islamica) è la fonte principale della legislazione statale. Se veramente l’Egitto vuole intraprendere un cammino democratico, questo e altri articoli forse dovrebbero essere rivisti, altrimenti la strada iniziata il 25 gennaio sarà molto più impervia di quella che si va delineando. La povertà e l’analfabetismo sono molto alti nelle zone rurali del paese e nelle periferie povere delle città (al Cairo si contano 6 milioni di poveri), dove la presa dei Fratelli ha un ampio successo. Sostituire l’arabo classico come lingua ufficiale con il dialetto egiziano potrebbe essere una soluzione per estirpare l’analfabetismo in molti strati della società egiziana, ma questo è un cammino che richiede un tempo ancora più lungo. I Fratelli Musulmani per il momento dichiarano apertamente di non volere nessuno stato teocratico, ma in una situazione instabile le dichiarazioni possono essere ritrattate con molta facilità, anche se gli egiziani sembrano assai fermi nel rifiutare un altro regime autoritario. Con il tempo inoltre, si dovranno fare i conti con le persone che avevano una posizione privilegiata con il regime di Mubarak e che per il momento rimangono nell’ombra.

 

E ora? Il cammino verso un futuro democratico è ancora lungo

 

C’è il bisogno di dare avvio a una dialettica democratica, in cui tutta la società, tutte le forze politiche, imprenditoriali, sindacali e pubbliche siano veramente coinvolte e non prevalga la regola del più forte, di chi vince e schiaccia la parte perdente. C’è bisogno di coinvolgere tutti gli strati della popolazione – e i Fratelli Musulmani ne sono una componente –, come c’è la necessità che l’impeto e la spinta della rivoluzione non perdano slancio. Sarà compito del movimento del 6 Aprile e degli Shabeeb (Giovani) fare in modo che questo non accada. Si prevedono altri raduni in futuro, come pure la continuazione degli scioperi in diversi settori.

 

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006