PRIMO PIANO
PIETRO TRIFONE
‘Terronofobia’ ovvero “Storia linguistica dell’Italia disunita”


      
Un importante studioso ha esaminato come e quanto si riflette nel linguaggio corrente il persistente reciproco spregio degli italiani delle varie regioni, da nord a sud. Ne viene fuori un brioso oltreché istruttivo saggio sul lessico della faziosità, del settarismo, dell’intolleranza e della litigiosità degli abitanti del Belpaese, ‘bastian contrari di professione, sempre pronti ad aprire nuovi fronti di battaglia’. Spicca su tutti il vocabolo ‘terroni’, usato come insulto che conta decine e decine di varianti più o meno offensive o scherzose. Del resto, già la “Commedia” di Dante era ‘uno straordinario archetipo letterario’ e retorico degli odî e delle tendenziosità polemiche tra le italiche genti.
      



      


di Gualberto Alvino

 

 

Rovesciando argutamente, ma senza alcuna irriverenza, l’insigne titolo di Tullio De Mauro Storia linguistica dell’Italia unita («opera magistrale – si precisa nella Premessa –, cui spetta il merito di aver messo per la prima volta in relazione sistematica gli sviluppi della lingua con le più ampie dinamiche sociali del paese»), il grammatico Pietro Trifone – uno dei più attenti osservatori, dalla specola linguistica, della realtà socio-culturale del nostro paese – celebra da par suo il 150° della disunità nazionale con un saggio – Storia linguistica dell’Italia disunita, Bologna, Il Mulino, 2010, pp. 205, 16,00 – non meno brioso che istruttivo sul lessico della faziosità, del settarismo, dell’intolleranza e della litigiosità degli italiani, «bastian contrari di professione, sempre pronti ad aprire nuovi fronti di battaglia». Tra le animose formule linguistiche adoprate con intenzioni di scherno da italiani contro altri italiani lo studioso passa in rassegna – per la gioia di quelli che Raffaele Simone chiama word lovers – alcuni degli stereotipi geografici più noti, come Bassitalia (tutt’altro che innocuamente descrittivo); ciociaro ‘persona rozza e incivile’; genovese ‘taccagno’; matriciano (da Amatrice, patria del semplicissimo condimento “cacio e pepe”) ‘burino’; milaneseria ‘grettezza, affarismo, pacchianeria’; napoletano ‘rodomonte, esibizionista’; norcino ‘sozzo, sgarbato’, ma anche ‘censore, castratore di scritture’, essendo i cerusici di quella città tradizionamente abilissimi nella sterilizzazione dei maiali; pariolino/pariolo ‘giovane romano danaroso, modaiolo e reazionario’, opposto a zecca ‘studente di sinistra vestito retró anni Settanta’; sbolognare ‘disfarsi di qualcosa, tagliare la corda’, «voce di origine furbesca, che allude a Bologna come luogo in cui si fabbricavano e vendevano oggetti d’oro falso o di bassa lega, secondo il noto adagio oro di Bologna, rosso dalla vergogna»; sudico (specialmente al plurale equivoco sudici) ‘sporco meridionale’, ecc. Ai quali aggiungeremmo almeno marchigiano ‘seccatore’ (Meglio un morto in casa che un m. dietro la porta: com’è noto, i marchigiani erano zelantissimi esattori papalini) e sardegnolo, sinonimo non marcato di sardo se riferito ad animali (somarelli s.), grave ingiuria se affibbiato a persona.






Ecco poi i cliché esterofobi, o stereotipi geografici al quadrato, «che umiliano in una volta sola lo straniero e l’italiano proveniente da un’area del paese con cui si intende polemizzare»: ascaro, che da ‘soldato indigeno aggregato alle truppe coloniali europee, e in particolare a quelle delle colonie italiane in Africa’ è passato a indicare il ‘parlamentare voltagabbana e servile’ e anche ‘qualsiasi meridionale che tradisce gl’interessi della sua stessa terra’; baluba ‘popolo di lingua bantu stanziato in Congo’, largamente diffuso nel Sud come improperio contro i leghisti; beduino ‘zotico, pezzente’; extracomunitario, usato dai settentrionali contro i meridionali; mao mao o mau mau, termine con cui, specie nella patria della Fiat, si bollano gl’immigrati del Mezzogiorno, ecc.

    

Tra i molti stereotipi di segno sociale («un senso di superiorità misto a malcelata inquietudine è alla base del pregiudizio degli abitanti della città nei confronti di chi arriva dalla periferia, dalla campagna, dalla montagna, dai boschi, da altri paesi, da luoghi diversi rispetto alla propria urbs o civitas e per ciò stesso ritenuti inurbani o incivili»), come cafone, burino/boro/buro, buzzurro, borgataro, montanaro, paesano, pecoraio/pecoraro, polentone, vaccaio/vaccaro, zappaterra, ecc., spicca senza dubbio terrone per l’impressionante costellazione di neologismi cui ha recentemente dato luogo in rete: i diminutivi terroncino, terroncello e terrunciello, terronuccio, terronino, terronello, terronetto; gli accrescitivi terronone, terroncione; i peggiorativi terronaccio, terronazzo, terronastro; i sostantivi terronata, terronità, terroneria, terronezza, terronaggine, terronismo (si noti la non casuale affinità con terrorismo), terronizzazione, terronificazione, terronofobia, terronologia; gli aggettivi terronese, terroniano, terronico, terronale, meridio-terronale, terronistico (cfr. terronismo); i verbi terronare e terronizzare: «A parte le sdrammatizzazioni scherzose – commenta acutamente l’Autore –, sempre opportune, la quantità e la varietà delle forme collegate a terrone sono certamente indicative dell’imponenza di un fenomeno – lo schiamazzo mediatico sulla ‘terroneria’ – che potrebbe ritorcersi come un boomerang contro chi, cavalcando il pregiudizio, ha esasperato le tensioni in atto e alzato i toni della polemica, ovvero contro i mandanti e gli esecutori della propaganda antimeridionale».

    

 

 

Umberto Bossi, leader della Lega Nord, partito da sempre

assai attivo nel rilanciare la propaganda ‘anti-terroni’

 

 

Un intero capitolo è dedicato alla faziosità attribuita a Dante, il cui capolavoro ha fornito agli italiani «uno straordinario archetipo letterario e supremi modelli concettuali e retorici di discorso aggressivo e, talvolta, di tendenziosità polemica»: per l’autore della Commedia, infatti, l’Italia è un bordello, i fiorentini un ingrato popolo maligno, Pisa il vituperio delle genti, Lucca un covo di barattieri, Roma cloaca del sangue e della puzza, i genovesi pieni d’ogni magagna e meritevoli di sterminio. Tuttavia, scrive Trifone, «la categoria interpretativa della faziosità non riesce a spiegare la più profonda matrice dell’atteggiamento dantesco, le cui punte estreme tendono piuttosto a inscriversi entro la diversa categoria – contigua alla precedente, ma di un grado superiore – dell’oltranzismo ideologico e morale. […] Ciò che dice e fa nella Commedia può in certi casi non piacerci o non persuaderci del tutto, ma è comunque l’espressione di una grande anima ormai affrancata dai doppiopesismi della politica militante, e pronta quindi a sostenere le tesi più estreme e sgradevoli, senza curarsi che siano in contrasto con le posizioni e gli interessi di questa o quella parte».

 

Conclude l’opera un’analisi approfondita dei dialettalismi e dei regionalismi datati dal 1980 in poi e accolti come neoformazioni dai maggiori dizionarî dell’uso, oltreché nell’italiano parlato e nei registri informali dello scritto (da besugo a gnucco, da sbirulento a sgomellare, da tregare a truzzo, da bonazza a cravattaro, da curvarolo a sbraco, da cazziatone a femminiello, a fetuso, inciucio, scanto, spizzare): prova manifesta del «superamento del tabù dialettale da parte di una comunità di parlanti ormai largamente italofona».




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