di Gualberto Alvino
Rovesciando argutamente,
ma senza alcuna irriverenza, l’insigne titolo di Tullio De Mauro Storia linguistica dell’Italia unita («opera
magistrale – si precisa nella Premessa
–, cui spetta il merito di aver messo per la prima volta in relazione sistematica
gli sviluppi della lingua con le più ampie dinamiche sociali del paese»), il
grammatico Pietro Trifone – uno dei più attenti osservatori, dalla specola
linguistica, della realtà socio-culturale del nostro paese – celebra da par suo
il 150°
della disunità nazionale con un saggio – Storia
linguistica dell’Italia disunita,
Bologna, Il Mulino, 2010, pp. 205, € 16,00 – non meno brioso che istruttivo sul lessico della faziosità,
del settarismo, dell’intolleranza e della litigiosità degli italiani, «bastian
contrari di professione, sempre pronti ad aprire nuovi fronti di battaglia».
Tra le animose formule linguistiche adoprate con intenzioni di scherno da
italiani contro altri italiani lo studioso passa in rassegna – per la gioia di
quelli che Raffaele Simone chiama word
lovers – alcuni degli stereotipi geografici più noti, come Bassitalia (tutt’altro che innocuamente descrittivo);
ciociaro ‘persona rozza e incivile’; genovese ‘taccagno’; matriciano (da Amatrice, patria del semplicissimo
condimento “cacio e pepe”) ‘burino’; milaneseria
‘grettezza, affarismo, pacchianeria’; napoletano
‘rodomonte, esibizionista’; norcino ‘sozzo,
sgarbato’, ma anche ‘censore, castratore di scritture’, essendo i cerusici di quella
città tradizionamente abilissimi nella sterilizzazione dei maiali; pariolino/pariolo ‘giovane romano danaroso, modaiolo e reazionario’, opposto a
zecca ‘studente di sinistra vestito
retró anni Settanta’; sbolognare
‘disfarsi di qualcosa, tagliare la corda’, «voce di origine furbesca, che
allude a Bologna come luogo in cui si fabbricavano e vendevano oggetti d’oro
falso o di bassa lega, secondo il noto adagio oro di Bologna, rosso dalla vergogna»; sudico (specialmente al plurale equivoco sudici) ‘sporco meridionale’, ecc. Ai quali aggiungeremmo almeno marchigiano ‘seccatore’ (Meglio un morto in casa che un m. dietro la
porta: com’è noto, i marchigiani erano zelantissimi esattori papalini) e sardegnolo, sinonimo non marcato di sardo se riferito ad animali (somarelli
s.), grave ingiuria se affibbiato a persona.
Ecco poi i cliché esterofobi, o stereotipi
geografici al quadrato, «che umiliano in una volta sola lo straniero e
l’italiano proveniente da un’area del paese con cui si intende polemizzare»: ascaro, che da ‘soldato indigeno
aggregato alle truppe coloniali europee, e in particolare a quelle delle
colonie italiane in Africa’ è passato a indicare il ‘parlamentare voltagabbana
e servile’ e anche ‘qualsiasi meridionale che tradisce gl’interessi della sua
stessa terra’; baluba ‘popolo di
lingua bantu stanziato in Congo’, largamente diffuso nel Sud come improperio
contro i leghisti; beduino ‘zotico, pezzente’;
extracomunitario, usato dai
settentrionali contro i meridionali; mao
mao o mau mau, termine con cui,
specie nella patria della Fiat,
si bollano gl’immigrati del Mezzogiorno, ecc.
Tra i molti
stereotipi di segno sociale («un senso di superiorità misto a malcelata
inquietudine è alla base del pregiudizio degli abitanti della città nei
confronti di chi arriva dalla periferia, dalla campagna, dalla montagna, dai
boschi, da altri paesi, da luoghi diversi rispetto alla propria urbs o civitas e per ciò stesso ritenuti inurbani o incivili»), come cafone, burino/boro/buro, buzzurro, borgataro, montanaro, paesano, pecoraio/pecoraro, polentone, vaccaio/vaccaro, zappaterra, ecc., spicca senza dubbio terrone per l’impressionante costellazione di neologismi cui ha
recentemente dato luogo in rete: i diminutivi terroncino, terroncello e
terrunciello, terronuccio, terronino, terronello, terronetto; gli accrescitivi terronone,
terroncione; i peggiorativi terronaccio, terronazzo, terronastro;
i sostantivi terronata, terronità, terroneria, terronezza, terronaggine, terronismo (si noti la non casuale affinità con terrorismo), terronizzazione, terronificazione,
terronofobia, terronologia; gli aggettivi terronese,
terroniano, terronico, terronale, meridio-terronale, terronistico (cfr. terronismo);
i verbi terronare e terronizzare: «A parte le sdrammatizzazioni
scherzose – commenta acutamente l’Autore –, sempre opportune, la quantità e la
varietà delle forme collegate a terrone
sono certamente indicative dell’imponenza di un fenomeno – lo schiamazzo
mediatico sulla ‘terroneria’ – che potrebbe ritorcersi come un boomerang contro
chi, cavalcando il pregiudizio, ha esasperato le tensioni in atto e alzato i
toni della polemica, ovvero contro i mandanti e gli esecutori della propaganda
antimeridionale».
Umberto Bossi, leader della Lega Nord, partito da
sempre
assai attivo nel
rilanciare la propaganda ‘anti-terroni’
Un intero
capitolo è dedicato alla faziosità attribuita a Dante, il cui capolavoro ha
fornito agli italiani «uno straordinario archetipo letterario e supremi modelli
concettuali e retorici di discorso aggressivo e, talvolta, di tendenziosità
polemica»: per l’autore della Commedia,
infatti, l’Italia è un bordello, i fiorentini un ingrato popolo maligno, Pisa il
vituperio delle genti, Lucca un covo di barattieri, Roma cloaca del sangue e
della puzza, i genovesi pieni d’ogni magagna e meritevoli di sterminio. Tuttavia,
scrive Trifone, «la categoria interpretativa della faziosità non riesce a
spiegare la più profonda matrice dell’atteggiamento dantesco, le cui punte
estreme tendono piuttosto a inscriversi entro la diversa categoria – contigua
alla precedente, ma di un grado superiore – dell’oltranzismo ideologico e
morale. […] Ciò che dice e fa nella Commedia
può in certi casi non piacerci o non persuaderci del tutto, ma è comunque
l’espressione di una grande anima ormai affrancata dai doppiopesismi della
politica militante, e pronta quindi a sostenere le tesi più estreme e
sgradevoli, senza curarsi che siano in contrasto con le posizioni e gli
interessi di questa o quella parte».
Conclude
l’opera un’analisi approfondita dei dialettalismi e dei regionalismi datati dal
1980 in poi e accolti come neoformazioni dai maggiori dizionarî dell’uso,
oltreché nell’italiano parlato e nei registri informali dello scritto (da besugo a gnucco, da sbirulento a sgomellare, da tregare a truzzo, da bonazza a cravattaro, da curvarolo
a sbraco, da cazziatone a femminiello,
a fetuso, inciucio, scanto, spizzare): prova manifesta del «superamento
del tabù dialettale da parte di una comunità di parlanti ormai largamente italofona».