di Simona Cigliana
A
guardar quel che succede nella nostra vita pubblica da qualche anno a questa
parte, viene da chiedersi di che cosa stiamo per festeggiare l'anniversario. Se
questa è l’Italia fatta e voluta dagli italiani, c'è poco da festeggiare; e,
infatti, a dire la verità, tutto sommato, sembra che le manifestazioni
celebrative siano piuttosto contrastate e che debbano svolgersi il più
possibile in sordina, essendo le forze politiche molto occupate a dar triste
spettacolo di sé e le istituzioni tutte impegnate nella propria difesa.
Eppure,
ancora oggi, una profonda tristezza mi prende al pensiero delle migliori forze
cadute per sostenere l'attuarsi di un ideale che allora, nel 1848-70,
proiettato com’era verso il futuro, sembrava molto più luminoso di quel
presente e di quel passato che, tra baronie e principi ignavi, inquisizione e
torture, latifondo e mano morta, provincialismo e insipienza, particularismo e
nepotismo avevano per secoli visto gli italiani abbandonati non solo e non tanto
al dominio straniero quanto, soprattutto, alla povertà, all’analfabetismo, all’abbrutimento,
al malgoverno e talvolta alla tirannia degli autoctoni prelati e signorotti. Ma
è purtroppo un dato di fatto che anche la nostra Unità stava nascendo in
qualche modo già "tradita", macchiata da bassezze e inganni,
sull'onda di un convergere di interessi nazionali e internazionali che
fatalmente cooperarono all’attuarsi delle ambizioni dei Savoia e dei ceti
imprenditoriali del nord, fin da allora in predicato di combutta con i grandi
latifondisti meridionali. I reali piemontesi, lo sappiamo, per giungere al loro
obiettivo, non esitarono a cavalcare le speranze repubblicane e democratiche e
a servirsi di Mazzini e di Garibaldi, sicuri che i coinvolgimenti economici e
politici sullo scacchiere internazionale avrebbero finito per giocare a loro
favore. La necessità di ricondurre istanze divergenti e bisogni tanto
differenziati sotto un’unica bandiera – il glorioso tricolore su cui
campeggiava lo stemma sabaudo – richiese però enormi sforzi e non poche
contraffazioni storiche. Le guerre di liberazione dallo straniero, che presero
poi il nome di «guerra del Risorgimento», assunsero infatti talvolta, troppo
spesso, l’aspetto di una vera guerra di conquista, costellata da numerosi episodi
di crudeltà e disonore che, nell’opera di edificazione dell’ identità
nazionale, verranno poi cancellati da una storiografia piena di retorica
patriottarda, capace di modificare il senso degli eventi nel mentre stesso del
loro attuarsi.
Così
come accadde nel caso di Giuseppe Mazzini, beatificato «padre della patria»
all’indomani della morte, avvenuta, nella casa di amici pisani che lo
ospitavano segretamente, dopo una vita trascorsa da perseguitato, tra l’esilio,
i rientri clandestini, i processi in contumacia. Bollato in vita quale nemico
pubblico, come un brigatista ante litteram, Mazzini fu inviso non solo agli
occupanti stranieri ma anche – fino all’ultimo dei suoi giorni e forse con
ancor maggior sospetto – ai nuovi regnanti, i quali furono ben felici, nel
1872, di assistere all’imbalsamazione del suo corpo, scortato in un viaggio
trionfale fino a Genova, dove fu solennemente tumulato insieme alle sue utopie
repubblicane. Appena trent’anni più tardi, gli scritti di Mazzini («Dio e
popolo, pensiero e azione») si sarebbero studiati nelle scuole del Regno e i
persecutori di un tempo avrebbero finanziato l’edizione nazionale delle opere
di un uomo che, una volta neutralizzati gli aspetti più scomodi del suo
pensiero in un edulcorato mix di alti ideali, da nemico dello Stato, poteva
diventare eroe e guida morale degli italiani: non era proprio Mazzini esempio
preclaro di quella necessità di “sacrificare” ogni tentazione di estremismo in
favore di un cosiddetto interesse superiore e comune? Garibaldi stesso, che
pure – con un laconico «Obbedisco» – si era piegato al volere del re, corse più
volte il rischio di essere arrestato.
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La pellicola di Vancini è del 1972
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Dal
canto loro, i Savoia non esitarono a tacitare nel sangue ogni resistenza
all’attuazione del nuovo Stato monarchico, mettendo in campo, negli anni
immediatamente successivi all'unità, una repressione feroce, in particolar modo
contro le plebi meridionali. Il fatto è che, dissoltasi l’eco degli entusiasmi e dei proclami
retorici, l’adesione delle popolazioni del sud al progetto unitario apparve sin
dall’inizio problematica: un elemento aggiuntivo di insicurezza per uno Stato
sottoposto ad attenta valutazione dagli agguerriti osservatori e dai precari
alleati esterni, preoccupato di soccombere alla ipoteca repubblicana e
democratica e di apparire un fattore di instabilità sulla scena politica
internazionale. Il sospetto e la paura, che si aggiunsero all’altissimo costo
delle guerre e allo spaventoso disavanzo del bilancio, spinsero dunque il
governo cisalpino ad accrescere la rigidità, col risultato di approfondire le
vecchie diffidenze e di peggiorare, in definitiva, lo stato delle cose. La
situazione allarmò anche Massimo d’Azeglio: «fatta l’Italia bisognava fare gli
italiani», ma come riuscirvi se, scriveva, «per controllare la parte
meridionale del Regno ci vogliono sessanta battaglioni?»
Nell’agosto
del 1862, infatti, i paesi del sud in rivolta contro l’invasione piemontese
erano circa millecinquecento: nel
meridione vigevano lo stato d’assedio e la legge marziale, estreme misure di
una violenta opera di contenimento della resistenza nei luoghi che si volevano
“liberare” dai partigiani borbonici. La campagna di conquista durò oltre il
1880 e causò all’ex Regno delle Due Sicilie, secondo le stime più pessimiste,
quasi un milione di morti, centinaia di cittadine distrutte, cinquecentomila
prigionieri politici, il sovvertimento di un’intera economia, la diaspora di
molte generazioni e la deportazione di decine di migliaia tra soldati e
dissidenti pertinaci.
La
deportazione dei “ribelli” iniziò quando ancora Garibaldi combatteva sull’Aspromonte: dei 97
mila soldati dell' esercito di Franceschiello molti si diedero alla macchia e
diventarono protagonisti di una imbarazzante e mai ammessa guerra civile
protrattasi per anni. Gli altri vennero dapprima instradati alla “rieducazione”
nei campi provvisori di Livorno, Genova, Alessandria, Ancona, Rimini e Fano,
affinché si correggessero e divenissero, possibilmente, idonei al servizio
nell’esercito regolare. Ma la “riconversione” si rivelò non troppo facile. I
numerosi renitenti saranno indirizzati allora ai “campi” e alle fortezze del nord: a Fenestrelle
ed ad altri lager sabaudi (a Lombardore, a San Maurizio
Canavese, ad Alessandria). In
tutto, si parla di più di 70.000 prigionieri delle guerre di liberazione
risorgimentali deportati al nord: morti mai registrati, senza onore, senza
tomba, senza ricordo, cancellati da una guerra fratricida le
cui vicende vennero riassunte dai vincitori in una luminosa e gloriosa epopea
di rinascita nazionale – dai tempi mai più sottoposta a revisione nei libri di
testo e nella vulgata.

Veduta del Forte di
Fenestrelle
Eppure le testimonianze dell’orrore sono
ancora lì. A Fenestrelle, le condizioni cui venivano
sottoposti i detenuti erano a dir poco disumane. In questa sorta di inespugnabile muraglia cinese, al
confine tra la val Chisone e le valli francesi, sistema fortificato adibito a
carcere militare, i prigionieri, varcato il monumentale portone con la scritta
«Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce» (la stessa filosofia dell’«Arbeit Macht Frei»),
venivano ammassati, con indosso solo i resti delle divise o dei loro miseri
stracci, e spesso con una palla di quindici chili al piede, in enormi stanzoni
comuni, aperti in alto al vento gelido delle valli. Era un campo di sterminio
senza forni, una siberia italiana, dove la parte del boia era rappresentata dal
freddo e dall'altitudine. Qui, d’inverno, faceva talmente freddo che la broda
ricavata dalla bollitura degli ossi – sempre gli stessi per settimane – congelava
nel trasporto dalle cucine alle camerate e
l’unico modo per riscaldare la minestra era quello di seppellire per
qualche tempo le gamelle nelle grandi botti in cui venivano raccolti gli escrementi
fermentanti dei muli – e, anche, degli umani. A Fenestrelle – un posto
bellissimo, di severa e magnifica eloquenza naturalistica – furono mandati a
morire circa quarantamila giovani uomini, la cui storia molto parzialmente è di
recente riaffiorata, in qualche caso, dalle pagine di un vecchio libro
parrocchiale fortunosamente ritrovato: ragazzi tra i ventuno
e i ventisette anni, provenienti da Chieti, da Isernia, da Napoli, da Avellino,
da Barletta, da Lecce, da Paola, da Cosenza, qui morti di freddo e di
stenti e poi disciolti nella calce viva, soldati e ufficiali sconfitti in
guerra, come si diceva, ma anche centinaia di semplici “disobbedienti” che si
opponevano al progetto di un governo accentrato e autoritario.

Una
folla di reietti, di legittimisti borbonici e papalini, di terroni figli di un
dio diverso che minacciò di costituire un vero problema per il novello Stato:
tanto che, nel 1869, l’allora presidente del Consiglio, il generale Luigi
Menabrea, si rivolse al governo argentino per ottenere la concessione di una
vasta area in Patagonia dove creare una colonia penale destinata ai sovversivi. Grazie a Menabrea, finirono
poi davanti ai plotoni di esecuzione o braccati nelle campagne come briganti molti
contadini, colpevoli di aver partecipato alle proteste contro l’iniqua tassa sul
macinato che scatenò un’ondata di sommosse efficacemente represse dai soldati
di Raffaele Cadorna. Ma anche tanti altri, rei di renitenza alla leva
obbligatoria (cinque anni nell’esercito; sette in marina; otto in artiglieria,
cavalleria e gendarmeria) che sottraeva lavoratori
ad economie famigliari sussistenti sul bracciantato; poveracci che resistevano all’abolizione
dei terreni di uso civico, residui feudali che pure funzionavano da efficaci
ammortizzatori sociali, garantendo ai più poveri i diritti di erbatico e di legnatico
– ovvero la possibilità di scaldarsi di inverno e di sfamare le bestie e
talvolta se stessi in periodi di carestia; ignoranti accusati di altre
inadempienze a obblighi imposti dall’alto con miope solerzia.
Giuseppe
Garibaldi, in una lettera ad Adelaide Cairoli, scriveva nel 1868: «Gli oltraggi
subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di
non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia
meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo
squallore e suscitato solo odio». E ne sapevano qualcosa i suoi «picciotti»
trattati con alterigia e disprezzo dai piemontesi, rifiutati come avanzi di
teppaglia dall’esercito regolare e più di qualche volta fatti anch’essi
prigionieri: a
Fenestrelle, dopo la fallita impresa di Aspromonte, verranno rinchiusi anche
473 garibaldini.
Episodi di crudeltà paragonabili a questi, episodi
di viltà, di tradimenti da fratelli a fratelli, se ne contano a decine nella
storia della nostra Italia unita. Risale giusto a
un anno fa, al febbraio 2010, la richiesta di un maxi risarcimento (220
milioni di euro) inoltrata dal Comune di Gaeta agli
eredi di casa Savoia. La rivendicazione, piombata sulla testa del fatuo Emanuele
Filiberto proprio mentre si preparava al festival di Sanremo, riguarda i danni
provocati durante la campagna 1860-1861, quando la cittadella fortificata di
Gaeta, ultimo baluardo delle truppe borboniche che vi si erano asserragliate,
fu assediata e poi quasi rasa al suolo, dopo Teano, dalle truppe dell’esercito
sabaudo guidate dal generale Cialdini. La resa della roccaforte segnò la caduta
definitiva del Regno delle Due Sicilie e portò alla proclamazione del Regno
d’Italia. Ma Gaeta ne uscì quasi completamente in rovina - mentre la maggior
parte dei soldati che si erano arresi dopo sei mesi di eroica resistenza,
soldati ai quali pure era stata promessa la liberazione al termine delle
ostilità, fu inviata a raffreddare gli ardori proprio nella fortezza della val
Chisone.
Come se non bastasse, alcuni storici affermano che
in molte occasioni i poveri fantaccini furono venduti a peso d’oro dai loro
comandanti, che concordarono con il nemico il prezzo della ritirata. Si calcola
che con i Mille sbarcò in Sicilia l’equivalente di circa ventinove miliardi
delle nostre vecchie lire, raccolte in gran parte dai massoni inglesi. Tutto
quel denaro agevolò non poco l’avanzata dei garibaldini e rese più convincente
il valore delle loro armi. Ma se gli ammiragli e i generali si fecero in più
occasioni volentieri comperare, i soldati restarono al loro posto: e la
repressione fu spietata, con paesi annientati e fucilazioni di massa. Non
riuscendo a far ascoltare le proprie ragioni, non avendo più né esercito né
armi né veri rappresentanti, il sud oppose alla conquista – ché tale ora
appariva – la forza di una muta resistenza passiva, di una rassegnata sfiducia, di
organizzazioni alternative, parallele o antagoniste allo Stato e, quando si
poté, lo scampo della fuga, la prospettiva dell’emigrazione.
–
E come l’è, o babbo – disse Pinocchio – che nessuno parla più di codeste brutture?–. – O bimbo –gli risponde Geppetto –,
te tu sei propio una testa di legno. Del re, male `un si poteva parlare, e
quelli che nonostante tutto cicalavano troppo, o prima o poi li si faceva
tacere. Così, circolavano solo storie belline, e col tempo anche i vecchi
accanto al fuoco smisero di raccontar fole, forse per misericordia de’ loro
figlioli, che in quell’Italia ci avrebbero avuto da vivere e volevano dimenticare
–.
– E di noi, scordati si sono? –, chiese il
tamburino sardo. – No, no – rispose il maestro, e dopo aver indirizzato
un’occhiataccia a Franti, fece entrare nell’aula «un ragazzo di viso molto
bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con le sopracciglia folte
e raggiunte sulla fronte, tutto vestito di scuro, con una cintura di marocchino
nero intorno alla vita. […] il maestro gli prese una mano, e disse alla classe:
– Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato
a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al
vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, che diede
all’Italia degli uomini illustri, e le dà dei forti lavoratori e dei bravi
soldati. […] Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto
potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino e
che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il
nostro paese lottò per cinquant’anni e trentamila italiani morirono. Voi dovete
rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno
perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai
più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore».

Goffredo
Mameli
Eh
sì; era iniziata ormai l’opera di pacificazione nazionale. De Amicis raccontava
il sacrificio della Piccola vedetta
lombarda e l’eroismo del tamburino di Sardegna e tesseva in un libro
destinato a strepitoso successo l’elogio di un popolo italiano che contava
quasi l’ottanta per cento di analfabeti, che ancora parlavano una miriade di
dialetti e che non s’intendevano tra loro; Pietro Aldi, per il palazzo comunale
di Siena, terminava l’affresco destinato a illustrare L’incontro di Teano, attribuendo al corpulento Vittorio Emanuele II
una figura prestante ed uno sguardo ardito, e rappresentando Garibaldi – che
Maxime du Camp, scrittore francese e camicia rossa di complemento, giudicava
«un onesto babbeo» privo di intelligenza politica –, come una specie di principe azzurro; e l’Inno delle Nazioni composto nel 1862 da
Giuseppe Verdi per l’Esposizione universale di Londra, ripetuto ad ogni
pubblica manifestazione governativa, ufficializzava come Canto degli italiani
quell’Inno di Mameli che aveva accompagnato le campagne militari sin dal 1847, quando
era stato scritto dal ventenne Goffredo, poeta e patriota morto recitando versi
nel delirio dell’agonia durante la difesa della Repubblica romana, e celebrato ora
come il martire simbolo nell’Italia unita, l’eroe giovane e bello, il Che
Guevara del nostro Risorgimento.
Ricadute
distruttive di incommensurabile portata sociale stava avendo intanto l’opera di
“risanamento” economico intrapresa dai Savoia, che riuscirono in poco tempo ad
avviare decisamente verso il sottosviluppo un’area che, sotto i Borbone, aveva
vantato un reddito di sedici volte superiore a quello del Regno di Sardegna. Il
«re galantuomo», tra l’altro, si era riservato da solo un appannaggio personale
pari al due per cento del bilancio statale: più di quanto riceva oggi la regina
d’Inghilterra. Finalmente, nel giro di pochi decenni, la stampa cominciò a
registrare i primi scandali: l'intricato affaire
delle ferrovie – che dopo una sequela di denunce e di inchieste parlamentari vedrà
le strade ferrate del Mezzogiorno consegnate alla Società per le Ferrovie del
Sud, guidata dall’onorevole Bastogi; la privatizzazione delle Regie Tabaccherie;
il crack della Banca Romana, in cui rimase travolto anche Giolitti. L’Italia,
quella che purtroppo ben conosciamo, era davvero nata.
Ricordare le pagine oscure dei suoi primi vagiti non
ci sembra però oggi fuori luogo: non è forse dagli errori del passato che si
dovrebbe ripartire per tentare di leggere più chiaro nello stato presente delle
cose e, possibilmente, porvi rimedio?
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Bibliografia:
Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia,
Savoia benedetti. Storia e controstoria dell’Unità d’Italia, Milano, Ed.
Piemme, 2010; Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento. Storia e storie di
chi combatté per i Borbone di Napoli, Torino, UTET, 2004 e Controstoria dell’Unità d'Italia. Fatti e
misfatti del Risorgimento, Milano, Rizzoli,
2007; Fulvio Izzo, I Lager dei Savoia, Napoli, Ed.
Controcorrente, 1999; Aldo Servidio, L’imbroglio
nazionale: unità e unificazione dell’Italia (1860-2000), Napoli, Guida
Editori, 2002).