LUOGO COMUNE
LA CRISI ITALIANA (1)
L’ideologia
dello scimpanzé
e la paralisi
del Belpaese


      
C’è negli abitanti dello Stivale una inclinazione ‘scimmiesca’ alla banalità, alla superficialità rumorosa, alla passività eterodiretta, al gossip costruito sul ricatto, e una estraneità profonda sia verso il sapere scientifico sia verso una cultura umanistica imperniata sulla ricerca non immediatamente applicata. Ma non bisogna confondere l’antropologia con la storia: è nell’analisi della vicenda storica nostrana che si evidenziano i frutti di una maleducazione secolare non riconducibile tanto a un ‘dna’ immutabile, quanto a precise condizioni di composizione sociale, di rapporti di classe, di autoritarismo variamente imposto. È sul consenso della piccola borghesia che si sono retti e si reggono regimi politici che usano un assoggettamento emozionale artificialmente elevato al rango di rapporto ‘mistico’.
      



      

di Mario Lunetta

 

 

Il senso comune di questo paese dal nome armonioso, che assuona con petalo però costantemente a rischio di una pericolosa scivolata verso la spiritosa denominazione muzzoliana di Pitalia, sembra sempre più ispirarsi a quella che chiamerei “ideologia dello scimpanzé”, che in cima ai suoi emblemi inalbera l’icona di una scimmia in doppiopetto e cravatta che mangia i fagioli con le mani e blatera irrefrenabilmente formulette ripetitive e banali: efficacissime tuttavia, come vent’anni circa stanno a dimostrare, nei confronti di una vasta platea di devoti che confondono la fede con la fiducia, addormentati nelle meningi da una lunga abitudine alla stupidità infiocchettata dei programmi ipnotici del piccolo schermo, nemici della riflessione, indifferenti alle ragioni di un logos articolato con cui confrontarsi senza l’ausilio delle immagini elettroniche perlopiù animate da una “democraticamente” becera loquela (urla, insulti, insinuazioni di basso profilo, ecc.): insomma, come un tempo si diceva per i libri per bambini, di una costruzione di racconto “senza figure” e figurine. Com’è noto, per l’80% degli italiani, insaziabili consumatori di periodici di cronaca rosa e nera e di gossip costruito – come ben si addice a un paese cattolico che pratica così poco un’etica cristiana – sullo “scandalo”, sulla minaccia e sul ricatto, quotidiani e libri di qualche attendibilità continuano ad essere forme di comunicazione che non li riguardano. Certo, si può ben vivere senza essere coinvolti in quel complicato affare denominato Cultura e, ancor più sottilmente, Esercizio Dell’Intelligenza, ma si vive peggio, se non altro (anche a non considerare i piaceri della scoperta e il gusto del confronto inesausto) perché, se ci si limita al perseguimento (perlopiù insoddisfacente) della triade cibo-sesso-denaro col solo risarcimento “estetico” del Festival della Canzone di Sanremo, non si risolve davvero la questione dell’ansia, l’assalto delle frustrazioni, le invidie di carriera etc.: perché il livello basso non ce la fa a sostituire il livello alto, il Semplice è comunque più povero del Complesso. Le generazioni più giovani, che battono soprattutto le praterie sconfinate del web, producono perlopiù un’altra cultura, abbondantemente “selvaggia” e ancora in via di definizione del proprio profilo: e si tratta ovviamente di un macrofenomeno da considerare con l’attenzione necessaria a capire i tratti e le dinamiche di una novità che non è più tale e convive ormai biologicamente con le “tradizionali” sintassi della comunicazione, condizionandone le stesse articolazioni. Tutti i mutamenti avvengono ormai nel nostro presente con una velocità impressionante e una libidine di ingestione che inquieta: ma è appunto con questa velocità e questa inquietudine che è inevitabile misurarsi per costruire un equilibrio dei fattori e del senso complessivo fondato su assi cartesiani che non siano più quelli rassicuranti del Nuovo contro il Vecchio, ma piuttosto si provino ad orientarsi in un caos di pulsioni e vettori instabili che sembra già perpetuare se stesso contro l’orizzonte immediato di un Assoluto Tecnologico che si propone come libero e non ideologico, ma contiene in sé gli enzimi di un’ideologia del dominio che ha i tratti dell’immaterialità e la concretezza del profitto. Qui tocca ai meno ingenui tra noi la fatica del disvelamento, con la ripresa di quella che si chiamava un tempo Coscienza Critica e l’esercizio di una considerazione di ciò che anche nella cultura c’è di politico. Che è molto, e sempre inscindibile da essa, in quanto pratica umana che riguarda – come vorrebbero far credere i padroni del sistema mediatico – non solo pochi cultori pedanti ma la società nel suo complesso. La politica è dentro la cultura, come la cultura intride quest’ultima (anche se troppo spesso in modi insufficienti, superficiali e meramente opportunistici).




Marco Martellini, Darwin, 2009


L’ideologia dello scimpanzé produce – attraverso la ripetizione delle litanìe e la prevedibilità controllatamente scomposta della gestualità – la paralisi dei neuroni. Non a caso la sua cifra caratteristica è quella della pubblicità, in cui lo spot attinge forza di senso comune in virtù della moltiplicazione di sé, con un effetto-orrore che ha, anche nel suo dolciastro paternalismo – qualcosa di mortuario. Ciò che appare è già apparso, le battute pronunciate un’infinità di volte fanno ormai parte del lessico quotidiano: l’immaginazione è azzerata, la fantasia spenta. È il lungo ritorno dell’identico, la reiterazione forzosa del già noto, introiettato nell’inconscio del consumatore come puro “sapere” inerte. Si direbbe che, con un rovesciamento della dialettica hegeliana servo-padrone, quest’ultimo abbia trionfato su tutta la linea giocando non contro il singolo sottoposto ma “a favore” (un favore falsificato) di uno sterminato collettivo acquirente.

A proposito del tema del Padrone, del Capitale e della Morte, forse non molti tra noi ricordano che nel remoto 1977 uscì da Feltrinelli il secondo, notevolissimo romanzo di Gianni Toti, Il padrone assoluto. Sembrava un’incriminazione ed era, in realtà, un’anticipazione. Si andava già, in un’orgia di sconvolgimenti, sussulti, implacate contraddizioni e altre oscurità, verso l’omologazione degli anni Ottanta, che ancora dura e s’è incancrenita in una lunga assuefazione, e che solo qualche sussulto episodico (eppure qualche volta di forte significato) si prova a smentire. Nel romanzo totiano al grandioso dominio della morte che il dominio padronale impone alle moltitudini si contrappone la vitalità della parola che instancabilmente rinnova la propria critica/autocritica e il proprio senso mai compiuto attraverso lo scotto del lavoro, la fatica della libera intelligenza, il  dolore della separazione, la difesa a oltranza del proprio significato nel mondo.

 

“Rarefazioni e silenzio, adesso. C’erano ancora tutti e non c’era più nessuno, nella camera della morte da camera ormai tutta suonata. La pulsazione era sola, in tutte le vene, in tutte le righe, in tutti i punti e gli accapi, e più negli spazi bianchi, nelle dilatanze, nelle vaghe imprecisioni dei dettati. Uscirono, entrarono, non sapevano se e come. Forse restarono qui, per questo sempre così scritto. L’ultimo nemico da annientare era il padrone capitale assoluto, la morte incompiuta eterna, amen, certo, così, è fermo e solido, in verità, così è, non sia così, io sono io non sia amen, anche tu, stai finendo di, stai cominciando a leggerti, forse tutto comincia prima del silenzio, con le parole della fine, con la fine delle parole, sì?”.

    

È la fiducia imperterrita nel pensiero-immagine formalizzato nella scrittura, nel segno, nella memoria che si proietta in avanti dalle viscere del presente. È, alla fine di chissà quale altro principio, ciò che non avviene e anzi viene negato dall’odierno macrosistema del padronato della comunicazione e della cultura, intesa anche – ovviamente – come letteratura, cinema, teatro, arti visive, musica etc. Perché la cultura, intesa non esclusivamente nelle sue modalità antropo-sociologiche, ma in quelle di un’interrogazione inesausta del mondo, nei suoi fatti, nei suoi pensieri e nelle sue potenzialità, id est in termini di linguaggi, è sempre fondatrice di progetti di libertà: e per affermare questa sua incoercibile natura non può che sparigliare le carte, senza tregua e senza chiedere permessi di sorta. È ciò che il sistema della coercizione non può tollerare. Le democrazie solum formali nelle quali viviamo, e delle quali quella italiana presente è la più bestialmente e risibilmente “anomala” (mi si perdoni l’eufemismo), lo dimostrano con sacramentale arroganza. Fondate, quale più quale meno, sulla diseguaglianza e l’ingiustizia sociale, non possono che avere come massimo programma la perpetuazione di questo stato di cose; e, dal momento che un concetto di cittadinanza sostanziale non può realizzarsi se non su un piano di eguaglianza-giustizia (fatte ovviamente salve tutte le possibili diversità tra gli individui), è elementare, Watson, che ciò che oggi viene pomposamente denominato democrazia è solo un imbroglio, un’impostura, una truffa attuata – quando serva al dominio – col ricorso alla censura, alla repressione sviluppata su vari gradi di violenza, fino alla guerra di aggressione, ancor oggi così spesso gabellata per Esportazione Della Democrazia. Bon.              

 

Per cui, il mio rispettoso invito è a non confondere l’antropologia con la storia. La prima porta non si sa dove, e tende a una sovra-giustificazione di troppi dati di varia natura artificialmente unificati. La seconda presuppone una sana consapevolezza delle distinzioni e osserva gli accadimenti e le loro spinte pluridirezionali. La prima, ad es., attribuisce agli italiani una diffusa istintività priva di riflessi, e ne fa un popolo quasi “per natura” in cerca di padroni cui affidare ogni responsabilità. La seconda, con ben più acuta sofferenza, esplora anche nell’attualità i frutti di una maleducazione secolare non riconducibile tanto a un dna immutabile, quanto a precise condizioni di composizione sociale, di rapporti di classe, di autoritarismo variamente imposto (da quello di una borghesia in grande misura parassitaria a quello di vari centri di potere privi di trasparenza a quello della Chiesa, per dirla alla grossa). Quindi, continua ad essere prioritaria la considerazione attorno alle ragioni della freddezza che il popolo italiano tuttora manifesta nei confronti di ciò che chiamiamo coscienza civile, con le conseguenti assunzioni di responsabilità.

     Il nostro appare un tessuto sociale sempre più sfrangiato che annaspa sul filo di logiche egoistiche in un immenso acquitrino di corruzione, di complicità, di egoismo intriso di paura. Un paese che respira con difficoltà, e respira un’aria variamente mafiosa. L’Italia si distingue, in Europa, anche per ospitare (e si direbbe, in buona misura, essere ospitato da) grandi Mafie a diramazione capillare. La risposta massiccia, in un paese così poco propenso al senso di etica civica, non può essere che quella tipica della piccola borghesia, la “classe oscillante” di cui parlava Marx. La mentalità piccoloborghese è fatta di chiusure. Misurarsi col nuovo la terrorizza, e la sua risposta è nevrotica e espulsiva. Ne abbiamo quotidianamente le prove. Gli afflussi plurietnici e l’insediamento ormai irrefrenabile di altre culture costituiscono un momento indilazionabile di riflessione, anche sul tema drammatico di chi siamo oggi, noi. Al tumulto sociale non si sa rispondere che con l’arroccamento e tutta una serie di NO: l’esatto contrario di un’autentica democrazia, che significa soprattutto confronto, apertura, dialogo. Così, non è inutile ricordare quanto scriveva Gramsci sul “Grido del Popolo” (4 maggio 1918): “Con Marx la storia continua ad essere dominio delle idee, dello spirito, dell’attività cosciente degli individui  singoli od associati. Ma le idee, lo spirito, si sustanziano, perdono la loro arbitrarietà, non sono più fittizie astrazioni religiose o sociologiche. La sostanza loro è nell’economia, nell’attività pratica, nei sistemi e nei rapporti di produzione e di scambio. La storia come avvenimento e pura attività pratica (economica e morale). Un’idea si realizza non in quanto logicamente coerente alla verità pura, all’umanità pura  (che esiste solo come programma, come fine etico generale degli uomini), ma in quanto trova nella realtà economica la sua giustificazione, lo strumento per affermarsi. Per conoscere con esattezza quali erano i fini storici di un paese, di una società, di un raggruppamento importa prima di tutto conoscere quali sono i sistemi e i rapporti di produzione e di scambio di quel paese, di quella società”.  




Domenico Purificato, I due Pulcinella


Le carenze cui si è rapidamente accennato si riflettono anche, inevitabilmente, sulla nostra cultura, intesa come produzione-elaborazione di pensiero e di forme. Tout se tient. In una società non ci sono compartimenti stagni, ma un flusso e un deflusso di elementi a contaminazione continua. I nostri governi di tutti i colori, a partire dall’instaurazione della Repubblica, anziché rendersi conto che la ricchezza e il prestigio di un paese – insomma, la sua vera salute, e la sua crescita – si fondano in misura rilevante sui modi in cui i pubblici poteri considerano la cultura nazionale anche investendovi risorse cospicue, hanno costantemente agito con spirito miope, tentazioni censorie, sospetti reazionari, avarizia di sostegno economico alla possibile crescita di una cittadinanza che non ha mai avuto, storicamente, una vera e diffusa coscienza di identità culturale, e si è sempre nutrita – appunto – di prodotti artistico-intellettuali commestibili, esemplati sul senso comune di una banalità che non vuole uscire da se stessa. Il sospetto del nostro popolo nei confronti del sapere matematico-scientifico puro e della ricerca non immediatamente applicata è ancor oggi provato dalle classifiche universitarie delle facoltà non umanistiche, che ci inchiodano agli ultimi posti della scala europea. Ma uno spirito piccoloborghese informa pesantemente di sé anche quella che continua ad essere definita Creazione Letteraria e Artistica: definizione che si rifiuta di considerare in radice (una radice idealistico-spiritualistica) la letteratura e l’arte come lavoro, attività “collettiva” anche quando realizzata da un singolo, per relegarne il significato sociale in una dimensione corporativa e separata.

Non si dimentichi che proprio sul consenso della piccola borghesia si sono sempre retti tutti i fascismi, perché proprio quest’ultima (come classe e come mentalità diffusa) si affida a valori consolidati e pregiudizi acriticamente assorbiti in un cortocircuito che la illude di affermare il proprio protagonismo solo, identificandosi col potere che la investe di una missione pretesa globalmente nazionale, attraverso un assoggettamento emozionale artificialmente elevato al rango di rapporto “mistico”. E uno spirito più o meno larvatamente piccoloborghese permea di sé – ad es. – grande parte della nostra letteratura, del nostro teatro e delle altre nostre arti lungo tutto il secolo scorso. Oggi che la letteratura ha perso la sua capacità di incidenza nella competizione con altri media di più immediatamente efficace impatto sensoriale (televisione in primis), si assiste a un suo impoverimento di senso e insieme a una dilatazione semplicemente strumentale del suo appeal che, sotto la mistificazione di un affrancamento dalle vecchie pastoie piccoloborghesi, tende a uniformarsi alla modellistica emotivo-immaginale dei media cine-elettronici, accostandosi sempre più – a scapito della complessità del linguaggio e delle sue ragioni polisense – ai formulari della sceneggiatura e della fiction. Le problematiche di senso sono fortemente ridotte a temi; gli interrogativi a quiz psicologici semplificati. Appunto, temo, non è esagerato parlare di una cultura “di contorno”, che mette l’intrattenimento al centro delle sue strategie e non coltiva più l’ambizione di misurarsi con le profondità non “medianiche” ma concrete di un mondo in evoluzione-dissoluzione.

    

Chi, allora, in questi tempi dissestati, eserciti con consapevolezza di cittadino il mestiere di intellettuale e di “creatore”, non potrà esimersi dall’impegno a decifrare, con tutta l’onestà delle sue forze, il geroglifico dei segni che affondano nel geroglifico degli eventi. Un esercizio che, non per volontà di semplificazione ma di sintesi, non può che chiamarsi desiderio di capire per modificare il rapporto fra Senso Comune e Azione Critica a favore di quest’ultima. È, mi pare, la sola decente funzione riservata ormai al nostro lavoro. E, se è lontano il tempo in cui Sartre poteva dire in Situations X che “tutte le opere sono incompiute”, è vicinissimo quello in cui diceva: “La funzione dello scrittore è di parlare di  tutto, vale a dire del mondo in quanto oggettività, e nello stesso tempo, della soggettività che si oppone ad essa. Di questa totalità lo scrittore deve render conto svelandola fino alla fine”. Rifiutando di fare i conti con questa dialettica, e optando per un neutralismo qualunquistico, si renderà un omaggio inutilmente truccato a ciò che ho allegramente definito Ideologia dello scimpanzé. Prosit.      




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