LETTURE
AA.VV.
      

Poesia senza kuore

 

a cura di Mario Lunetta

Prefazione di Marcello Carlino e Aldo Mastropasqua

 

Roma, Robin, 2010, pp. 168, € 12,00

    

      


di Cecilia Bello Minciacchi

 

Poesia senza


C’è il profilo di un cuore ritagliato via da una compatta distesa di caratteri tipografici. C’è una forma che manca. Un cuore in assenza, bianco. Un vuoto nella sequenza dei nomi. E i nomi sono quelli – in distesa compatta, reiterati in scriptio continua – dei poeti antologizzati in Poesia senza kuore, da poco apparsa a cura di Mario Lunetta nella collana di poesia diretta da Mario Quattrucci per i tipi di Robin. Il cuore che manca, dunque, è quello che viola l’ortografia, quello che si scrive espressionisticamente con la lettera kappa a significare «il cuore a cui non si comanda», scrivono Marcello Carlino e Aldo Mastropasqua nella prefazione, il cuore «su cui fanno breccia i luoghi comuni», quello che si piega alla subornazione e intanto cova ed esprime violenza. Quello che si fa benevola e ammiccante insegna di partiti dell’amore mentre aspira all’impero. Scrivere kuore così, col kappa, serve «a suggerire e suggellare giusto la ferocia, la durezza spietata, la capacità di dominio autocrate e assoluto [...] che accompagnavano l’uso della lettera [...] negli slogan di protesta contro alcuni santuari del potere in uso in lontani anni di rivendicazione, di attestazione libertaria».

A un kuore che ha sete di dominio, e vuole assoluto asservimento, i poeti antologizzati da Mario Lunetta rinunciano apertamente fin dalla soglia del testo. Questa scelta di privazione è – ma forse ogni privazione lo è – di natura politica. La rinuncia volontaria vuole significare resistenza, opposizione. Dunque naturale, prima ancora che doveroso, scatta il ricordo di un’altra antologia a caratura politica oltre che critico-letteraria, curata da Franco Cavallo e dallo stesso Mario Lunetta, Poesia italiana della contraddizione apparsa appena più di vent’anni fa, nel 1989, per la Newton Compton. In quel caso il veicolo principe era la connotazione dell’avanguardia – Contraddizione e creatività era il titolo del saggio firmato da Cavallo –, accordata all’ipotesi di una «scrittura materialistica o sperimentale» su cui poneva un forte accento anche Mario Lunetta nel saggio di cui era autore, chiuso dalla rilevazione della «necessità per così dire fisiologica di una respirazione più libera e meno gretta di quella del dominante Consumo Lirico». La provenienza geografica degli autori era più varia, in Poesia italiana della contraddizione, più compiutamente rappresentativa, come conveniva a un lavoro che intendeva essere il «regesto di una tendenza», ma Poesia senza kuore, che di poeti ne comprende ventotto e in gran parte originari dell’Italia centrale, in primo luogo non è un regesto storico-critico, quanto un libro nettamente “tagliato”, e in secondo luogo si propone come il volume inaugurale di una linea aperta a nuove voci in nuove operazioni declinabili al futuro. Espliciti e limpidi i prefatori di Poesia senza kuore nel dichiarare che le scelte dell’antologia «non vogliono proporre o appoggiare una tendenza o una linea precisa di poetica, ma contrapporre una modalità altra del fare poetico alla melassa verbale» dei talk show e delle “tribune politiche”. Il raffronto tra le due antologie – la poesia della contraddizione e quella senza kuore –, che certo hanno preso le mosse da intenti diversi ma sono sotterraneamente quanto tenacemente legate da una esigenza politica, potrebbe essere non solo rivelatore della strada compiuta in questi venti anni di politica e di scrittura, ma anche altamente educativo, soprattutto nel mostrare l’odierna urgenza di prendere la parola (poetica e non) di fronte a un così incredibile abbassamento dei livelli di discussione (lite, insulto, prepotenza) politica. Al di là delle analisi politico-culturali che dal confronto potrebbero scaturire, e delle pur vive curiosità critiche e filologiche, tutte troppo ampie per essere trattate in questa sede, già solo qualche secca indicazione sulle ricorrenze degli autori potrà offrire materia di riflessione. Si pensi al fatto, ad esempio, che entrambe le antologie (alfabeticamente ordinate) siano aperte proprio dai medesimi due poeti, Mariano Bàino e Nanni Balestrini; al fatto che già nella prima fossero inclusi i giovanissimi Durante e Ottonieri, e con loro Falasca, Fontana, Guzzi, Lunetta, Pignotti; e al fatto, infine, che due autori antologizzati nella prima compaiano ora nella seconda come dedicatari dell’intero lavoro: «A Elio Pagliarani e Mario Socrate / insuperati maestri di oscure chiarezze». Una dedica che ribadisce la consapevolezza dell’impegno, o meglio dell’essere atto politico della poesia tutta e di Poesia senza kuore con calcolata premeditazione.

Potrebbe essere interessante anche una coincidenza minima, parcellare – consapevole o casuale che sia. Nel popolare slogan «guerra alla guerra» usato in un testo di Poesia senza kuore è difficile, infatti, non sentire l’eco – volontaria o meno poco importa, e poco importa se per noi conscia o inconscia – del famoso e più articolato «guerra alle guerre è una guerra da andare, / lotta di classe è la guerra da fare:», il distico che conclude la Ballata della guerra di Edoardo Sanguineti in Poesia italiana della contraddizione.

La costruzione di Poesia senza kuore appare fondata non tanto su una studiata relazione (vicinanza o lontananza) fra i singoli testi, né su un lavoro di montaggio in frizione o straniamento, quanto sul principio di casualità che sempre impone la disposizione in ordine alfabetico degli autori. Eppure il libro ha una sua propria compattezza di voce screziata. Diversi i calibri dei testi e dei poeti, diversi i trattamenti cui sottopongono il materiale verbale, diverse le soluzioni metriche adottate. In tanta eterogeneità che si muove dalla poesia in dialetto a quella visiva e performativa, dal continuum – poesia senza versi al metricismo più virtuoso e virtuosistico, dai sonetti che stravedono anche per gli orbi e colpiscono il mondo che «gira male, disadatto» ai cesellati e divertiti haiku di zerbino e di san veltino, dalla greve lingua di Adulterando alle elegantissime «radici acquatiche in una / città lontana» di un Venezia blues, resta assai forte il timbro individuale di ciascuna voce. Le “maniere” sono differenti – cut up e variazioni di caratteri tipografici, versi giustificati al centro, come epigrafi, e versi scritti scritti di seguito, senza a capo, e però separati da linee oblique singole o doppie.

Dato il carattere del volume – una pluralità di voci che si riconosce in una opposizione politica comune mantenendo la propria evidentissima diversità letteraria – l’esercizio critico migliore e più straniante, forse, è un montaggio che si proponga come un esempio, che lasci la parola direttamente ai versi messi in frizione non casuale, viva la lezione sanguinetiana sul valore estetico e politico del montaggio che basta da solo a rivelare in modo lampante. Basta a mostrare, senza bisogno di dire altro:

Se poi è notte / le vertebre dei piloni dell’autostrada / sulla grande schiena del mondo / annego nel grasso, dove mi nascondo / a volte l’emozione dell’urgenza / dell’impatto immediato / a prima vista è la terra di nessuno / abissi d’autore / caprone errante / sui cuscini sporgenti / delle ossa disse qualcuno / dopo il tg della sera / scostandogli appena la coperta dalla testa / voi parlate di poesia / mostrando stoffa a tratti / vedrò sfrondarsi i sempreverdi colli / la terra riarsa riempirsi di fiori / è il ronzio del disco lo scròscio del liquore il fruscìo del ventilatore / con gli ultimi ci fanno catene / come fari spenti / di arrivare senza calli e avalli / Eluana boh / se ti divento, amore, un vegetante / kuori taglienti secondo il rabbiomante / l’eutanasia va bene / risorse a pioggia, risorse umane / la vita che va, tutto qua / il marito la picchiava ogni sera / come fai a viverci insieme / lascia la pelle bianca / il perizoma / come in fura vexillum / sono di poche parole / per fortuna / non c’è lingua che tenga sotto questo cielo / per voi sacerdoti della stupidità / sento di loro lo strascico il costume / la vie en rose / come un rotolo del mar morto rotola la poesia, avvolta al mondo moribondo / i miei occhi mesciati / d’azzurro e di miopia / ci farà bene / è finita la / incorporare Cristo non è possibile / (fronti prognate, ciglia cespugliose) facce di faccendieri (oh facies) // che razza di facce (da galera: e invece sono governanti) dolicocefale? // brachicefale? zerocefale? / arrivò a volo d’uccello su kalamos / sparo decimo: confregazioni / i corpi e i loro fori appendici / polpa per cartapesta o venefica mollica di fluoruri / e poi immancabile si spegne / vorticando / scarti di mondo / ignoti sebastiani trafitti come spugnosi cuori farciti in cuoi! con spine di roselline porporine nel crine! bàttiti impigliati nella cromagliera del tempo! / ci attraversano strisce di parole, / nel fiume stellare che ci avvolge / pallemarce d’emendamenti ipotecati a lobby / di favorevoli contrari / la cancrena il malessere purulento / della compravendita / ignudi glutei impagliati di radicchi e pomodorini e melinzane! arrovellàti in ravanelli novelli / le oggettivamente belle, / di cose, esistono / troppi mondi / come spade/ le speculazioni in borsa, i crolli della borsa, il calcioscommesse sul campionato turco, i mutui protetti le crisi dei subprime le speculazioni immobiliari i buoni fruttiferi postali, i libretti ali di farfalla, l’inox il pvc i pannelli di cemento / conflitti conclusi / (sottraendo, sottraendo) carcerati dentro le invenzioni / traslucide del capitale / in questo aprile ritmo e armonia / non vi converrebbe smettere di parlare di poesia? / e lasciami di/versificare / con tutte le sillabe sonanti nelle vene / nell’estate randagia colma di afrori / e voci roche nei vicoli / da una lingua marginale / barcollando insegui / il falso e il vero sono foglie uguali / di un identico fiore persuadevole / sto Kilkoando con gran divertimento / c’è il sottodiscorso e il sopradiscorso / parole sbiadite consumate dall’uso / dagli interstizi dalle fessure dalle / pareti / dagli infissi / la parola indocile / dal vento oggidiano / per musicare nuovi alfabeti / questo è un viaggio diagonale.

«Non ho niente da dire ma solo da mostrare», amava dire Benjamin. Così, in porzioni minime e montate, viene mostrata la tendenza, e insieme la qualità di un libro percorso da un filo ben riconoscibile, al di là delle individualità poetiche. I prefatori di Poesia senza kuore hanno taciuto i singoli nomi dei poeti, né hanno compilato un regesto di valore, perché non avrebbe avuto alcun significato. O perché – anche le prefazioni possono essere interpretate – il senso finale del libro si fonda su una dinamica relazionale, di interazione tra i testi, capace di portare in primo piano il rigore di una parola poetica che rinuncia alla «melassa», all’indistinto, al sopruso; la scelta di una parola che è senza i simulacri del potere. Nella sua polifonia il volume, preso in interezza, vuole «rimare contro, mobilitando tutte le armi a sua disposizione».

Le differenze tra le scritture balzano agli occhi, ma l’operazione ha un sapore ampiamente collettivo, perché collettivo oltre che condiviso, è, per i poeti che a questo progetto hanno partecipato, il bisogno di opporre resistenza allo stato delle cose. Al forzato ordine “naturale” delle cose. Allora, rovesciamo ogni ordine. E poiché la condivisione non implica di necessità l’anonimato, mentre per finire facciamo i nomi di questi poeti senza kuore, mettiamo caos nel registro e sovvertiamo l’ordine alfabetico. Scegliamo il disordine, sparigliamo le carte:

Federico Scaramuccia Nanni Balestrini Tommaso Di Francesco Paolo Guzzi Sergio Zuccaro Tiziana Colusso Mario Quattrucci Ignazio Delogu Massimo Giannotta Vilma Costantini Lorenzo Durante Mario Lunetta Franco Falasca Cetta Petrollo Michele Fianco Mauro Ponzi Anna Maria Giancarli Mariano Bàino Francesco Muzzioli Tommaso Ottonieri Geraldina Colotti Marco Palladini Lamberto Pignotti Carla Vasio Baldassarre Dionisi Giovanni Fontana Tomaso Binga Luigi Ballerini.




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