LETTURE
PAOLO RUFFILLI
      

Un’altra vita

 

Fazi Editore, Roma 2010, pp. 160, € 18,50

    

      


di Titti Follieri

 

 

La copertina del libro presenta l’immagine di una coppia, uscita da un film americano, abiti invernali, occhiali da sole che nascondono l’identità, che mano nella mano si dirige verso una meta sconosciuta, verso quell’altra vita possibile, una storia d’amore tutta da vivere.

Ruffilli declina nei venti racconti le possibili varianti di una relazione d’amore, vissuta spesso nella disparità dei sentimenti, nella contraddizione di tenere insieme pulsioni diverse. Ogni personaggio teso nel suo desiderio o memoria proiettiva, che non trova l’armonia, la realizzazione se non nell’attimo fuggente. Ognuno prende coscienza di un cambiamento impercettibile del proprio modo di sentire. Spesso resta prigioniero del proprio passato, o all’improvviso accede ad un’altra visione della realtà.

 

L’amore, motore vitale per ognuno, non ha a cuore – in questi racconti –  la realizzazione di un rapporto stabile, il bisogno di certezze, anzi distrugge, tradisce, annienta, fomenta il desiderio di qualcosa che manca,  porta i personaggi a mordere la vita con grande inquietudine .

L’altro è uno specchio, uno strumento di conoscenza, si coltiva l’illusione che grazie a quell’incontro con l’altro inizierà un’altra vita, ma alla fine sullo sfondo rimane la fragilità, l’incertezza, un carpe diem passeggero che non appaga quel bisogno di interezza, di totalità ricercato.

Il cerchio si chiude, le stagioni fanno il loro corso, passano, sfilano sotto i nostri occhi come metafora del tempo vissuto e che non ritorna. Quando il racconto finisce, siamo assieme a quel personaggio che resta solo a guardare fuori dalla finestra il paesaggio estivo, primaverile o invernale che sia. Resta la solitudine a tutto campo.

 

Leggendo i racconti si è colpiti dal  ritmo, dalla musicalità di una  prosa che durante la narrazione accompagna il lettore nello sfondo di una rapsodia.  Il ritmo della narrazione è presente in tutta la raccolta, per cui il senso di unità è rafforzato anche dalla struttura che è incentrata sullo scorrere delle stagioni .

Le atmosfere sono sempre rarefatte. Dopo una breve descrizione del paesaggio c’è spesso una frase di un discorso diretto, che annuncia il personaggio, maschile o femminile – questo emerge leggendo – i pronomi denotano il genere, poi alla fine di ogni racconto c’è una chiusura rivelatrice. Aleggia un’indeterminazione, un’ambiguità che una parola finale rivela (p.155 “a letto la prima notte con l’analista”; p.146  “facendo accomodare subito il cliente”; p.135 “non vivere morendo la vita vera”; p.176 “non era lui, chi avrebbe saputo amarla davvero per la vita”).

 

C’è un modello narrativo fisso (otto capitoli per ogni racconto, la costruzione interna – inizio ambiguo e finale rivelatore), un albero ben piantato con tante foglie-storie – intense, struggenti –  che cadono a terra in un attimo.

Si è colpiti  dalla scelta dell’autore, che pur descrivendo la stanza degli amanti, non descrive mai esplicitamente l’atto sessuale. L’erotismo è evocato, indicato più l’effetto emotivo, la riflessione del pensiero.

La suite dei racconti è anche un omaggio agli scrittori e scrittrici amati da Ruffilli, con una dedica finale a pie’ di pagina. Mi permetto di suggerirne uno, di grande lirismo: Assente il corpo, dedicato a Emily Dickinson.

 

“Certi giorni dimentico di amarti, come ci si scorda di un nome o di una data. E qualche volta mi perdo, come si perde una moneta, un ombrello, una sciarpa o un paio di guanti.

Vorrei tener fede al giuramento, che ho fatto anche per te. Ma mentre cerco l’amore che ho per te, ne trovo un altro. Non so per quale effetto di distrazione, di sogno o fantasia… è proprio così piana la parola amore? Come un sentiero facile e senza dislivelli da superare? (p.47)

(…) Poiché la mia passione impossibile per te è solo mia, la costruisco e la trasformo giorno per giorno con il variare delle stagioni. Posso quindi immaginarti desiderandoti come io immagino tu sia, in questo giorno d’estate: visto di profilo, indossi una camicia chiara, nel vano di una finestra spalancata. L’unica certezza essendo quella che è luglio anche da te. Assente il corpo.” (p.53)




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