LETTURE
CATERINA DAVINIO
      

Fenomenologie seriali

Serial Phenomenologies


Traduzione inglese di C. Davinio e David W. Seaman


Campanotto Editore Poesia, Udine 2010, pp. 128, € 12,00

    

      


di Francesca Fiorletta


“Raccontare favole all’anima mia

dappoco,

incapace di per sempre?

Che me l’avresti insegnata,

l’eternità

che ti portavi addosso

come un vestito d’altri tempi

e il vuoto in cui

cacciavamo occhi ciechi

convinti che fosse tutto vero.” 1

è un dialogo inesausto con lo scorrere del tempo, quello che la Davinio traspone in una fenomenologica poetica del disincanto, diluendo parole taglienti, lucidissime eppure trasognate, nello spazio frammentato dei ricordi, e modulando, con infantile delicatezza, le asperità prospettiche di una maturata consapevolezza di sé, che è sempre speculare altro-da-sé, in continuo divenire.

L’attesa di un ritorno alle origini, nemesi di una sorda bambagia compositiva che avvolge il linguaggio vischioso e straniato nella dipanata poesia seriale, condensa già nell’iniziale Nota dell’autrice quell’atavica urgenza del voler padroneggiare intimamente

“uno spazio vuoto, dove non si filtrano immagini del mondo, ma loro incerte promesse, non verità, ma giuramenti volubili d’innamorato”.

La parola della Davinio appare dunque, come puntualizzato da Francesco Muzzioli, “una cura, un tentativo di sintesi, eroico e ‘arrischiante’ (direbbe Heidegger), ma fondamentalmente in perdita”; dispensato quale cinico balsamo urticante sulle fresche ecchimosi poetiche, il decorso artistico corrivo non si dimostra mai prosaicamente in grado di lenire “la ferita dell’esistenza e della sua contraddittorietà” 2.

 

Così l’autrice, avvinta nelle spire di una consecutio temporum dall’ormai incerta e rotta grammatica espressiva, scudiscia il linguaggio stesso nel martirio del corpo, mescidando dispettose allegorie tossiche col desiderio scabroso di snaturare l’umano inautentico, sviscerandone le determinazioni più aspre sul candido foglio creazionista.

Se, allora, sulla pagina del dissesto panico

Il bianco ficca radici veloci

neidentinelcranio,

nell’iride molle

d’urgenza” 3,

l’impellente necessità della Davinio è una dissonante smania

“d’imminenza,

di consenziente volontà sedotta, di fragili

ammiccamenti nudi a ogni perdita,

di secondi dilatati penetrati

in porte misteri-ose dei nervi,

dei polsi, della carotide,

a velocità insostenibile

insieme a una misteri-osa morte”.4

Siamo ancora al cospetto, dunque, della morte dell’arte? Degli sperimentalismi ormai bolsi, della stasi mitopoietica, degli stilemi oscenamente formalizzati? Ecco che un’invocazione agonizzante della parola straziata, da privatissima battaglia metaletteraria contro una diacronica percettibilità dell’essere, appare infine vitalisticamente correlata ad un certo Baudelaire, col suo sagace sguardo critico verso l’indecente arte di maniera, che la Davinio sembra giocare a rincorrere ne

“La parabola infinibile

Della parola introvata,

Della sfera perfetta

La danza macabra delle dita sui tasti” 5.

Al ritmo delle ostinate battiture di Caterina, non è infatti pernicioso rievocare il celebre ballo baudelairiano della Morte:

Carini, usate pure ombretti, ciprie e tinte,

voi puzzate di morte. O scheletri odorosi

di muschio, dandies glabri, voi, Antinoi con rughe,

cadaveri lustrati, seduttori canuti,

di questa danza macabra le sempiterne fughe

turbinando vi spostano in luoghi sconosciuti”. 6

L’elezione di spiazzanti e irriverenti dinamiche comunicative che scherniscano la meno odorosa tradizione compositiva dai ligi canoni etico-estetici, conduce l’autrice fino ad arroccare i suoi versi sugli stilemi di un’attualizzante chat_love, altra finestra glotto-logica sulla contemporaneità, fisicamente spersonalizzante ma dall’immediata fruibilità empatica.

Così, anche la bipartizione dell’intera raccolta fra italiano e inglese, laddove non necessariamente l’una funge da traduzione dell’altra, bensì restituisce all’autrice quell’unicum sincronico che fonda il perno della sua sfiancante ricerca, rimanda quasi al dispettoso gioco infantile degli acquerelli spalmati in fretta sulla pagina bianca, senza una logica apparente: rimaneggiando e stropicciando il foglio artistico della Davinio, balzano infatti all’occhio critico improvvise e luminescenti figure dell’intuizione, flashes di nostalgiche corrispondenze, desideri risolti in parossistiche memorie, ma soprattutto lampi di preconizzante vaticinio:

Mi guardavi allora con lunghe pupille

(rimanevano dentro accese come lumi)

con l’emozione spaventosa del sì,

pressanti catastrofi annunciate”. 7

 

 

 

 

 

_______________________________________

 

1 Fenomenologie seriali, III, 1999-2003

2Tra immagini taglienti, Luglio 2008

3 Squeeze, Cocaina I, 2004-2008

4 Squeeze, Cocaina I, 2004-2008

5 Squeeze, Il fruscio della carta II, 2004-2008

6 I fiori del Male, XCVII “Danza Macabra”, Charles Baudelaire, Parigi 1855

7 Fenomenologie seriali, III, 1999-2003




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006