di
Francesca Fiorletta
“Raccontare favole all’anima mia
dappoco,
incapace di
per sempre?
Che me l’avresti
insegnata,
l’eternità
che ti
portavi addosso
come un
vestito d’altri tempi
e il vuoto
in cui
cacciavamo
occhi ciechi
convinti che fosse tutto vero.” 1
è un dialogo
inesausto con lo scorrere del tempo, quello che la Davinio traspone in una fenomenologica
poetica del disincanto, diluendo parole taglienti, lucidissime eppure
trasognate, nello spazio frammentato dei ricordi, e modulando, con infantile
delicatezza, le asperità prospettiche di una maturata consapevolezza di sé, che
è sempre speculare altro-da-sé, in continuo divenire.
L’attesa di un ritorno alle origini, nemesi di una
sorda bambagia compositiva che avvolge il linguaggio vischioso e straniato
nella dipanata poesia seriale, condensa già nell’iniziale Nota dell’autrice
quell’atavica urgenza del voler padroneggiare intimamente
“uno spazio vuoto, dove non si filtrano immagini del
mondo, ma loro incerte promesse, non verità, ma giuramenti volubili d’innamorato”.
La parola
della Davinio appare dunque, come puntualizzato da Francesco Muzzioli, “una
cura, un tentativo di sintesi, eroico e ‘arrischiante’ (direbbe Heidegger), ma
fondamentalmente in perdita”; dispensato quale cinico balsamo urticante
sulle fresche ecchimosi poetiche, il decorso artistico corrivo non si dimostra
mai prosaicamente in grado di lenire “la ferita dell’esistenza e della sua
contraddittorietà” 2.
Così l’autrice,
avvinta nelle spire di una consecutio temporum dall’ormai incerta e
rotta grammatica espressiva, scudiscia il linguaggio stesso nel martirio del
corpo, mescidando dispettose allegorie tossiche col desiderio scabroso
di snaturare l’umano inautentico, sviscerandone le determinazioni più aspre sul
candido foglio creazionista.
Se, allora, sulla pagina del dissesto panico
“Il
bianco ficca radici veloci
neidentinelcranio,
nell’iride
molle
d’urgenza” 3,
l’impellente necessità della Davinio è una dissonante
smania
“d’imminenza,
di
consenziente volontà sedotta, di fragili
ammiccamenti
nudi a ogni perdita,
di secondi
dilatati penetrati
in porte
misteri-ose dei nervi,
dei polsi,
della carotide,
a velocità
insostenibile
insieme a una misteri-osa morte”.4
Siamo ancora al cospetto, dunque, della morte dell’arte?
Degli sperimentalismi ormai bolsi, della stasi mitopoietica, degli stilemi
oscenamente formalizzati? Ecco che un’invocazione agonizzante della parola
straziata, da privatissima battaglia metaletteraria contro una diacronica
percettibilità dell’essere, appare infine vitalisticamente correlata ad un
certo Baudelaire, col suo sagace sguardo critico verso l’indecente arte di
maniera, che la Davinio sembra giocare a rincorrere ne
“La
parabola infinibile
Della
parola introvata,
Della sfera
perfetta
La danza macabra delle dita sui tasti” 5.
Al ritmo delle ostinate battiture di Caterina, non è
infatti pernicioso rievocare il celebre ballo baudelairiano della Morte:
“Carini,
usate pure ombretti, ciprie e tinte,
voi puzzate di morte. O scheletri odorosi
di muschio,
dandies glabri, voi, Antinoi con rughe,
cadaveri
lustrati, seduttori canuti,
di questa
danza macabra le sempiterne fughe
turbinando vi spostano in luoghi sconosciuti”. 6
L’elezione
di spiazzanti e irriverenti dinamiche comunicative che scherniscano la meno
odorosa tradizione compositiva dai ligi canoni etico-estetici, conduce l’autrice
fino ad arroccare i suoi versi sugli stilemi di un’attualizzante chat_love,
altra finestra glotto-logica sulla contemporaneità, fisicamente
spersonalizzante ma dall’immediata fruibilità empatica.
Così, anche la bipartizione dell’intera raccolta fra
italiano e inglese, laddove non necessariamente l’una funge da traduzione
dell’altra, bensì restituisce all’autrice quell’unicum sincronico che
fonda il perno della sua sfiancante ricerca, rimanda quasi al dispettoso gioco
infantile degli acquerelli spalmati in fretta sulla pagina bianca, senza una
logica apparente: rimaneggiando e stropicciando il foglio artistico della
Davinio, balzano infatti all’occhio critico improvvise e luminescenti figure
dell’intuizione, flashes di nostalgiche corrispondenze, desideri
risolti in parossistiche memorie, ma soprattutto lampi di preconizzante
vaticinio:
“Mi
guardavi allora con lunghe pupille
(rimanevano
dentro accese come lumi)
con l’emozione
spaventosa del sì,
pressanti catastrofi annunciate”. 7
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1
Fenomenologie seriali, III, 1999-2003
2Tra immagini taglienti, Luglio 2008
3
Squeeze, Cocaina
I, 2004-2008
4
Squeeze, Cocaina
I, 2004-2008
5 Squeeze, Il fruscio della carta II, 2004-2008
6
I fiori del
Male, XCVII “Danza
Macabra”, Charles Baudelaire, Parigi 1855
7
Fenomenologie
seriali, III, 1999-2003
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