LETTERATURE MONDO
“THE PARIS REVIEW - II”
La letteratura per esistere deve avere un legame con
la vita

      
Fandango propone il secondo volume delle interviste ai maggiori scrittori contemporanei, già pubblicate tra il 1953 il 2006 sulle pagine della famosa rivista americana. Tra gli autori interpellati ci sono premi Nobel come William Faulkner, Gabriel García Márquez, Isaac Bashevis Singer e Toni Morrison, autori super best-seller come Stephen King, ma anche figure meno note, eppure assai influenti oltreoceano come Philip Larkin, James Baldwin e il grande critico Harold Bloom.
      




   

di Sarah Panatta

 

 

Avvertire e riconoscere la pulsante, caleidoscopica vivacità dell’arte annusando i calzini dei suoi fabbri. Accostarsi ai segreti indicibili dei “classici” o alle paludate leggende dei neo-eroi  pop frugandone i ripostigli per gli attrezzi. La scienza ermeneutica contemporanea offre (ancora) parentesi illustrative boriose e spesso autoreferenziali sulle opere e i loro ideatori, oppure spalanca finestre sul cortile, tentando di scovare caratteristiche intime e frivole degli autori piuttosto che concreti germi concettuali. Alcuni temerari optano invece per vie intermedie, ispezionando i vicoli della creazione più che le strade maestre, ma misurandosi con le sue inconcepibili radici. Altri addirittura le rinnegano in toto, camuffandosi con le teorie dei guru per poi smantellarle implacabili. Tra questi ultimi, David Shields ha recentemente proclamato la necessità di un’evoluzione critico-pragmatica del pensiero letterario e della narrazione come forma di comunicazione che deve rinascere polimorfa, schizofrenica, mimetica predatrice del reale. Quello di Shields è un monito divertito e scompaginante che in verità vuole soprattutto mettere alla prova la maglie ossidate della cultura occidentale, la stessa rappresentata dai reperti storici, dalle figure troneggianti o umbratili, ospitate in altro ambito interpretativo – diventato ormai una categoria a sé –, le interviste dell’americana “Paris Review”.






La rivista provoca sin dagli anni ’50 l’immaginario collettivo, cercando di scardinare fastidiosi luoghi comuni sull’arte del racconto, che sia in prosa o in versi, e insinuandosi nelle personalità e nella quotidianità di autori stranoti o eclissati dalle cronache mondane, magari rintanati in studi minuscoli a preparare o riciclare noiose lezioni universitarie. Nel secondo volume[1], da poco edito in Italia, la presenza mastodontica delle star internazionali, evidente nel primo volume, è diluita attraverso l’inserimento di autori e critici particolarmente influenti nell’ecosistema letterario di matrice anglosassone, ma riservati e scarsamente avvezzi alle luci patinate delle apparizioni mediatiche, vedi Harold Bloom, Philip Larkin o James Baldwin. Rispettando uno schema consolidato Fandango ripropone un’appetitosa miscellanea, congegnata in un interessante gioco di specchi teorico, dove colloqui con poeti, romanzieri, professori, datati dal 1953 al 2006, si intercettano a vicenda, dispiegando una coinvolgente discussione sul mestiere letterario.

 

I giornalisti-scrittori della Paris Review hanno codificato per primi la tecnica dello smistamento dei panni sporchi delle divinità dell’empireo artistico, palesandone con raffinata perizia strumenti e velleità, virtù e scorciatoie, fantasmi e desideri. Gli intervistatori non si annullano dietro domande standard, né si lanciano in assalti scandalistici della privacy degli autori interpellati. Bensì contestualizzano menti sovente eccelse ed eccentriche in spazi di vita sociale determinati, li fotografano nei loro habitat, partendo da quei luoghi ordinati e ordinari per viaggiare con e attraverso l’immaginazione degli autori che si prestano alla breve incursione nei propri ego, reali e fittizi. Non stupisce dunque che Martin Shuttleworth approcciando il controverso e iperproduttivo Graham Greene, scrittore e sceneggiatore di successo negli anni ’40-’60, lo ritragga dapprima nello stridore architettonico del suo appartamento incastrato tra diciottesimo e ventesimo secolo. Né fa sobbalzare la sincerità feroce seppur compassata con la quale Gabriel García Márquez si confessa all’inarrestabile Peter H. Stone, nel corso di tre pomeriggi chiusi tra i soffitti bassi dell’abitazione di Città del Messico di Márquez. Stone si butta tra le espressioni serafiche del romanziere cubano, dominatore indiscusso del realismo magico sudamericano, smascherando un uomo che si agita di fronte alle implicazioni di dichiarazioni registrate, che si sente in forte debito con una fama imbarazzante, e che è incredibilmente convinto che il suo vero mestiere «sia quello del giornalismo»[2]. Márquez accoglie inconsapevolmente e preconizza, nel 1981, la visione di Shields, quando afferma che «nel giornalismo basta un elemento falso a pregiudicare l’intero lavoro…» mentre «… nella fiction basta un solo elemento di verità a dare legittimità a tutto…»[3] oppure che «… non c’è una sola riga…» nella sua opera epica e maestosa sul Caribe «che non abbia una base di realtà»[4], poiché la letteratura per esistere in quanto tale deve avere un legame con la vita.




Il poeta inglese Philip Larkin (1922-1985)


Con sincerità allarmante persino Stephen King, patriarca dell’horror (vacui) contemporaneo, tutto casa e partite di baseball, ammette che è la verità dell’esperienza il pugno nello stomaco più efficace, che il libro deve catturare il vissuto banale e grottesco per essere ogni volta «… una specie di aggressione personale… colpire nel petto… turbarti, infastidirti»[5], innescare un disgusto e un terrore irrefrenabili, simili a ciò che si verifica osservando un cane rabbioso che sbrana una vittima casuale nelle campagne semi deserte di una qualsiasi provincia rurale. Agli antipodi Isaac Bashevis Singer, corteggiatissimo dal jet set letterario newyorkese, all’apparenza gracile, grigio borghese, ma risoluto difensore di un’arte letteraria completamente immaginativa. Devastante la lucidità beffarda di William Faulkner, originario del Mississipi e abituato sin da giovanissimo ad ogni genere di lavoro, accanito lettore e padre di una numerosa famiglia, molto lontano dall’immagine fumosa, solitamente accettata, di bohemien smarrito tra le spire di un eterno monologo joyciano. Persuaso della crudeltà necessaria del fare arte, egli dichiara che la perdizione e la mancanza di denaro e di pace non sono stimoli all’arte più di una risma si carta e di una dannata brama di creazione. Emblematiche infine le parole della discreta e affascinante Toni Morrison, conosciuta universalmente come paladina dei diritti della minoranza afroamericana. La Morrison descrive la propria missione come un atto estremamente privato, quasi egoistico, visceralmente connesso al suo essere donna, ma sopra ogni cosa alla propria familiarità e dunque alla propria lotta contro la schiavitù, vista non solo come prigione mentale, ma anche come classe (dis)individuante della cultura tutta dell’Ovest bianco e sbiancato imperante.

 

 



[1] Fandango Libri, Roma 2010, traduzione dall’inglese di Maria Sole Abate, traduzione dell’intervista con G.G. Márquez di Mario Cassini (già pubblicata da minimum fax nel 1999), traduzione dell’intervista con William Faulkner di Valerio Piccolo (già pubblicata da minimum fax nel 1999), introduzione di Orhan Pamuk, a cura di Philip Gourevitch, pp. 486, € 22,00.

[2] The Paris Review, Volume II, p. 182.

[3] Ivi, p. 183.

[4] Ivi, p. 187.

[5] Ivi, p. 445.




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