LETTERATURE MONDO
CARTOLINE
DA BRUXELLES (5)
Una generazione
di ‘cervelli in fuga’

      
Calcolando quelli ufficialmente censiti e i tanti (la maggioranza) che evitano gli elenchi burocratici, si può approssimativamente stimare che siano quasi un milione gli italiani che negli ultimi vent’anni sono andati a vivere all’estero e lavorano nel campo della ricerca universitaria o svolgono attività intellettuali. Una cifra enorme che induce a chiedersi: che cosa succede ad un paese quando una più che rilevante parte dell’élite intellettuale, fra i venticinque e i trentacinque anni, lo abbandona? E per chi è espatriato si pone anche il quesito: come ci si rapporta alla contemporaneità della propria nazione di origine, non ‘vivendola’ più quotidianamente? Non si rischia uno sguardo esterno nostalgico o iroso o edulcorato, ma comunque lontano dalla realtà?
      




   

di Daniele Comberiati

 

 

Secondo quanto scritto nell’interessante saggio Vivo altrove di Claudia Cucchiarato (Bruno Mondadori, 2010), sono almeno trecentomila i cosiddetti “cervelli in fuga”, ovvero italiani che vivono all’estero e lavorano nel campo della ricerca universitaria o svolgono attività intellettuali. In realtà la cifra è riferibile solo agli italiani iscritti all’Aire, dunque considerati a tutti gli effetti giuridici “italiani all’estero”. Girando per Bruxelles, è possibile rendersi conto di come la maggior parte degli italiani recentemente giunti in Belgio per lavorare all’università o alla Commissione ancora non abbia espletato le pratiche per l’iscrizione all’Aire, e questo per diversi motivi: alcuni pensano di ritornare o di cambiare paese, altri non hanno voglia di perdere tempo in lungaggini burocratiche, altri ancora preferiscono tornare in Italia a votare per non essere costretti a votare le liste degli “Italiani all’estero”, frutto discutibile della politica di Tremaglia. Secondo alcune fonti abbastanza attendibili di persone che lavorano in Inghilterra e in Francia, in realtà i cosiddetti “cervelli in fuga” negli ultimi vent’anni dovrebbero essere quasi un milione. Una cifra enorme, praticamente un brandello di una generazione (fra i venticinque e i trentacinque anni) che si è staccata dalla madrepatria, in molti casi in maniera definitiva. Alla luce di tali dati, è lecito chiedersi: che cosa succede ad un paese quando un’elite intellettuale lo abbandona? Oggi lo studioso italiano è ambito all’estero grazie ad una buona formazione generale, sia nelle scuole superiori che all’università. Sono persone però che hanno fatto il liceo negli anni Novanta e all’Università hanno solo sfiorato la riforma Berlinguer del 2001, oppure l’hanno presa all’inizio. In virtù degli ultimi tagli alla ricerca, che attrattiva potrà avere, per un ente straniero, un laureato italiano fra vent’anni?

Cercando una risposta a queste domande, mi sono chiesto anche se vi sia la possibilità per un lavoratore intellettuale, dall’estero, di portare vantaggi al proprio paese. Si entra qui in un contesto delicato: soprattutto per chi lavora nel campo umanistico, la cultura e la lingua italiana continuano ad essere campi di riferimenti privilegiati (anche se non più gli unici) e talvolta provocano sentimenti contrastanti. Da una parte infatti vi è il sollievo per essere usciti dall’allucinante sistema universitario nostrano, dall’altra il dispiacere per non essere riusciti a riformarlo dall’interno. È chiaro che il singolo non può addossarsi la crisi della ricerca italiana e che ha tutto l’interesse e il diritto di accettare una proposta lavorativa interessante altrove, ma una domanda sorge spontanea: se se ne va una buona parte dei giovani ricercatori che non accettano le regole del sistema, chi rimane? Pochi, validissimi o semplicemente fortunati? Giovani che tutto sommato accettano le regole dell’ambiente in cui continuano a lavorare? Raccomandati? Intellettuali eroici e solitari che cercano da soli di cambiare le cose?

Come si vede le questioni sono diverse, e probabilmente solo tra qualche anno, quando si capirà meglio l’entità non solo numerica di questa “emigrazione privilegiata”, sarà possibile comprendere a pieno le conseguenze del fenomeno. All’ora attuale non ci rimane che osservare alcuni fenomeni particolari che tale fuga ha generato. Uno su tutti, in campo accademico ma non solo, è il lavoro editoriale degli italiani che vivono all’estero. Si tratta ovviamente di un lavoro editoriale che in gran parte è di natura accedemica ed è riferito all’università, ma anche in questo caso è possibile notare alcuni elementi interessanti. Con il proliferare di ricercatori italiani che lavorano nei dipartimenti di Lingue o, quando ci sono, di Italianistica (in Francia mi è capitato di andare in un dipartimento dove vi era un solo francese al cospetto di cinque italiani), molti argomenti di attualità letteraria vengono presi in considerazione, talvolta addirittura prima che se ne parli in Italia.




Prof. Bad Trip, Senza titolo


A Bruxelles, l’esempio che mi è più familiare, vi sono due collane, edite da Peter Lang, dedicate interamente all’italianistica: Testi mobili e Destini incrociati. Come si potrà notare, fin dai titoli le collane mettono in evidenza l’incontro, l’erranza di uomini e saperi, in ultima istanza la migrazione di idee e persone, una delle forze motrici della letteratura. L’ultima pubblicazione di Testi mobili è una miscellanea che analizza il noir italiano (Memoria in noir. Un’indagine pluridisciplinare, a cura di Monica Jansen e Jasmina Khamal), mentre per Destini incrociati sono usciti volumi che approfondiscono, tra gli altri argomenti, la scrittura di genere e la letteratura italiana della migrazione (per chi volesse saperne di più www.peterlang.com).

A Liegi, Luciano Curreri, ordinario nell’università locale, è direttore di un’interessante collana presso l’editore Nerosubianco di Cuneo (www.nerosubianco-cn.com). La collana, dal titolo Le drizze, presenta testi inediti o dimenticati di autori passati o contemporanei, arricchiti da una nota ai testi e da una postfazione del curatore. Da segnalare per originalità Pinocchio in camicia nera, a cura dello stesso Curreri, già recensito su queste pagine, Il sole non è tramontato di Giuseppe Antonio Borgese, a cura di Gian Paolo Giudicetti, Il Gran ballo dei tavolini. Sette racconti fantastici de “La Domenica del Corriere”, a cura di Fabrizio Foni e Memorie di una chiromante di Leda Rafanelli, a cura di Milva Maria Cappellini.   

Un’ulteriore questione sorge spontanea: in che modo si rapporta alla contemporaneità del proprio paese di origine, chi ormai non ne fa più parte e non la “vive” più quotidianamente? È possibile dire ancora qualcosa di intelligente e originale sulla letteratura italiana non attraversandola più nei suoi impacci giornalieri? Non si rischia uno sguardo esterno nostalgico o iroso o edulcorato, ma comunque lontano dalla realtà?  

È chiaro che la domanda potrebbe essere rovesciata: uno sguardo esterno è forse l’unico in grado di analizzare con lucidità quello che sta accadendo nel nostro paese? Lontani dalle consuetudini culturali, gli intellettuali espatriati non divengono forse più acuti? E il confronto con altri contesti non è una delle maniere più efficaci per ampliare un dibattito che altrimenti, all’interno dei nostri confini e sempre con gli stessi interlocutori, diventerebbe asfittico?

Neanche queste domande possono avere risposte immediate, ma risultano utili per comprendere come oggi siano le stesse nozioni di cultura e letteratura nazionale ad essere messe in discussione. Il piccolo esempio di Bruxelles può aprire questioni come il canone (rimane lo stesso ovunque o è soggetto a cambiamenti geografico-culturali?), lo spazio di dibattito che hanno nel paese di origine gli intellettuali all’estero, il ruolo in questo scambio di idee delle nuove tecnologie (da internet agli e-book). Una cosa appare chiara: tali riflessioni hanno un senso se portano a una dialettica fra lavoratori intellettuali italiani all’estero e in patria, fra scrittori emigrati e stanziali, fra accademici all’interno e all’esterno dei nostri confini. Il più delle volte (per fortuna non sempre), mestamente, si constata come in Italia si proponga un arroccamento sulle posizioni conquistate, a causa dell’assoluta (e voluta) mancanza di mezzi per la ricerca e dell’anomalia del sistema editoriale italiano. Una dialettica reale fra l’interno e l’esterno sarebbe oggi vitale per arricchire il contesto letterario italiano, che anche all’estero rischia di essere sorpassato da letterature di lingue più comuni o utili (lo spagnolo e il cinese) o semplicemente meglio attrezzate economicamente e “politicamente” (in Belgio ad esempio l’olandese e l’inglese).




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