TEATRICA
EMMA DANTE

Un teatro come surrogato
di provocazione artistica


      
Alcune riflessioni controcorrente sul fenomeno sociologico ed estetico rappresentato dagli spettacoli della 44enne regista palermitana. I cui allestimenti sono oggi eventi mondani, dei ‘must’ per un pubblico trendy, da microcosmo culturale. Eppure la sua poetica non sembra granché originale, nel rimestare i temi di una sicilianità corrusca, di una femminilità meridionale grottesca e sottomessa, di una ambiguità sessuale e omosessuale senza riscatto. Ibridando lingua italiana e dialetto stretto punta a far cortocircuitare origine arcaica e contemporaneità, ma la sua operazione manca di spessore e pecca di retorica, esibisce cioè una mera strumentalizzazione del male, senza nessuna catarsi critica.
      




      

di Chiara Pirri

 

 

Emma Dante, protagonista del teatro d’autore italiano in Italia e all’estero, è un fenomeno artistico e sociologico degno di una riflessione profonda. Vorrei tentarne un’analisi, o piuttosto lanciare uno spunto di riflessione, conscia di quanto ogni analisi non possa che essere dettata dallo sguardo, fatto di idee ed esperienze, di chi la produce, ma non perciò assertrice di un relativismo ontologico del giudizio: vi sono punti su cui si può essere d’accordo aldilà dei gusti personali.

Tentiamo di tornare con la mente alla prima del suo spettacolo natalizio: la rilettura siciliana di Cenerentola, Anastasia, Genoveffa, Cenerentola, in scena al Valle in periodo di proteste politiche di studenti e docenti universitari e di operatori del mondo dello spettacolo.

Il 21 Dicembre, a luci ancora accese, i “lavoratori della conoscenza” invadono la platea per protestare contro i tagli all’istruzione e alla cultura, chiaro tentativo di questo governo di eliminare il pensiero critico, o la possibilità di crearne.

Dal palco leggono: “L’attacco alla cultura è un attacco ai fondamenti della democrazia. Non è la crisi che provoca la precarietà, ma le politiche che gestiscono la crisi. Prendete la responsabilità diretta della cultura. ”.

Il punto su cui riflettere credo siano le motivazioni che hanno spinto i manifestanti della cultura a scegliere la scena di Emma Dante per lanciare le proprie parole di protesta. Non sono da sottovalutare le motivazioni contingenti e funzionali, dunque il periodo “caldo” in cui lo spettacolo della regista siciliana ha debuttato e la certezza che allo stesso avrebbero partecipato, in gran numero, giornalisti, protagonisti del nostro microcosmo culturale, oltre che spettatori, habitués o seguaci dell’evento mondano.

Dunque un primo elemento è ineludibile: gli spettacoli di Emma Dante sono appuntamenti imperdibili, che divengono sempre più eventi mondani, per chi frequenta, per chi non frequenta, per chi ama e per chi non ama il suo teatro. Questa prima constatazione ha un legame sottile con la seconda motivazione, che credo abbia indotto la protesta a cercare un gemellaggio con Emma Dante, che è di ordine ideale. A lei vengono infatti notoriamente riconosciuti, da pubblico e critica, intenti provocatori, di denuncia, di protesta, artistica e sociale, esplicitati in un generale essere “contro” le abitudini e i luoghi comuni incrostati nella società e nell’arte.

Riconosciamo come tale atteggiamento, che potremmo riassumere in uno sguardo problematico sulla realtà storica e sociale in cui l’artista vive e crea, dovrebbe essere il punto di partenza di chiunque ponga alla base del proprio agire nell’arte o per l’arte un rapporto dialettico tra realtà e creatività, tra osservazione e immaginazione.





Trilogia degli occhiali (2011), regia di Emma Dante


La poetica di Emma Dante non può essere definita originale solo a causa del suo essere “contro”, ma la sua originalità, o meglio la verità (perché ogni verità credo sia originale) da lei espressa è da ricercare nei modi in cui conduce la propria ricerca.

In che modo si declina la sua poetica? Perché questa è sentita eminentemente contemporanea? In cosa risiedono la denuncia, che passa attraverso la provocazione di cui le si fa credito?

 

Partiamo dalla definizione di contemporaneo che diede Franco Ruffini in una lezione universitaria: “contemporaneo” è ciò “che va con il tempo”, motivo per cui anche la tragedia greca è contemporanea, come lo sono gli archetipi, le utopie, i desideri non realizzabili. Tutto ciò che parte da un principio di realtà per superarlo è contemporaneo.

Il principio di realtà da cui la regista siciliana prende le mosse per viaggiare nel contemporaneo è certamente la sua terra, con la sua lingua, la sua zona d’ombra, l’ambiguità ed il mistero che la caratterizzano da sempre. A tal proposito in un’intervista per Repubblica on-line Emma Dante dice: “Il mio teatro è sempre legato a Palermo, una città teatrale, eloquente ma fatta di gesti, sguardi, ammiccamenti, per questo anche il mio teatro si fa sempre più silenzioso (…) Palermo è una cerimonia, ha un fascino misterioso che è lo stesso che appartiene ai miei spettacoli. Il mio teatro si confronta con il contesto in cui nasce, dunque con la contemporaneità”.

Si parla, in riferimento agli spettacoli della Dante, di crudezza e veridicità della realtà di cui si fa portavoce, che dovrebbe passare prima di tutto attraverso la lingua.

Ciò è smentito soprattutto dalle ultime produzioni, da Le Pulle in poi, in cui la regista, anche scrittrice dei testi, crea un ibrido tra italiano e siciliano, ed ora anche tra italiano e napoletano (Carmine Maringola nell’ultima Trilogia degli occhiali): non un dialetto poetico come quello di Scaldati, o del più giovane Pirrotta, ma un siciliano italianizzato, o un italiano sicilianizzato, che mette la Sicilia sotto cellophane come i migliori prodotti da supermercato, ad evocarne i sapori e gli odori per uno spettatore di facile suggestione.

L’ibridazione del dialetto con l’italiano ha lo scopo di permettere la reinterpretazione del testo da parte di altri attori/attrici non necessariamente siciliani, come scrive Anna Barsotto in La lingua teatrale di Emma Dante, mPalermu, Carnezzeria, Vita mia. L’ibrido che ne viene fuori permette di evocare una condizione di origine, un immaginario di partenza e allo stesso tempo favorire la circuitazione del prodotto artistico. Inutile credo sottolineare l’utilitarismo dell’intento a discapito della verità che l’autrice dichiara di ricercare.

Se ci rivolgiamo all’analisi dei contenuti, che con la lingua preservano un rapporto privilegiato, affiorano temi che appartengono all’immaginario e alla letteratura della e sulla Sicilia: la famiglia, la mafia, la religione, la condizione subalterna della donna, l’omosessualità.

La figura femminile ricorre nel teatro di Emma Dante incarnando ruoli e personaggi differenti, ma si possono identificare delle caratteristiche che la regista associa costantemente alla femminilità. La donna (siciliana) è una figura spesso grottesca, sottomessa all’uomo o alla morale comune, bigotta, che accetta senza ribellione, portatrice di sentimentalismo piuttosto che di sentimento (come in Vita mia e Carnezzeria), perdente, nella maggior parte dei casi vittima più che carnefice (ad eccezione della Mammasantissima di Cani di bancata), naif, e soprattutto priva della coscienza della propria condizione.

In Carnezzeria Nina è una sposa, di un candore inverosimile, scema forse, come dicono di lei, incapace di denunciare la violenza subita dai fratelli, macchiettistica nella sua ingenuità portata alle estreme conseguenze. L’accostamento tra l’ingenuità della ragazza e l’essere abietti dei fratelli provoca quel disgusto e quella passione (negativa) in cui lo spettatore di Emma Dante, si riconosce.

Scrive Anna Barsotto: “Persino l’incesto con i fratelli è (da Nina) sacralizzato (“questo bambino è santo”) da una demenza che non può dirsi soltanto tale perché è quella dei piccoli-grandi visionari che rovesciano le più meschine e atroci verità.” I grandi visionari creano metafore, capovolgimenti fertili che stimolano visioni utopiche, anche se non reali, verosimili. A Nina invece non resta che dimenarsi nella cella che l’esistenza stessa del suo personaggio vorrebbe denunciare.





Cani di bancata (2006), regia di Emma Dante


Il personaggio femminile in Cani di bancata, invece, è potente, ma pur sempre negativo. La Mammasantissima, nome con cui ci si riferisce alla mafia, per legare a sé i propri adepti, tesse un ordito fatto dei riti, dell’iconografia, delle imposizioni, su cui si fondano famiglia e religione. Quando il vestito bianco della Madre diviene la tovaglia per il banchetto, la scena ricorda l’iconografia dell’ultima cena. Religione e mafia si intrecciano: nulla di nuovo, ma l’ultima cena in cui la Madre offre ai figli carne cruda è di nuovo detonatore del grottesco insito nella reale vicinanza tra ciò che dovrebbe essere spirituale (la religione) e ciò che è delittuoso (la mafia).

Di nuovo Emma Dante non fa che giocare con astuzia con i temi brucianti della nostra storia culturale, riconosciuti dalla totalità della popolazione, e soprattutto da quella attenta ai fervori culturali. Ma a differenza di chi, come Pirrotta nel suo ultimo spettacolo, La ballata delle balate, in cui affronta la relazione religione/mafia, lo fa con profondità e verità, che passa attraverso la lingua, la scelta della musica, il suo stesso corpo, ricollegandosi ad una tradizione, quella del cuntu, per superarla, renderla contemporanea, il modo i cui Emma Dante affronta gli stessi temi fa pensare alle pagine patinate delle riviste di moda.

Temi scottanti anche l’omosessualità ed il travestitismo, all’interno della discussione sul gender per la riformulazione di ciò che è femminile e ciò che è maschile, che con Le Pulle, in modo più eminente che negli spettacoli precedenti, rientrano nell’immaginario della regista siciliana.

 

Questa terra, questi universi privati che la costellano: personaggi, tipi, microcosmi con i loro giochi di forza e di potere, riti, credenze, ci parlano di un mondo stereotipo che vorrebbe proporsi come reale.

 

Motori immobili dell’azione espressa da personaggi viziati dall’uso atavico e sociale, piuttosto che mossi dal desiderio di emancipazione, sono sesso e violenza, oltre che dal testo stesso, costantemente evocati dal sottotesto e da un linguaggio corporeo fortemente espressivo e animalesco.

Manuela Lo Sicco e Carmine Maringola, icone del teatro della Dante, capaci in una pratica recitativa che si avvale di uno rapporto imprescindibile con la partitura fisica dallo slancio atletico, così come gli altri attori/danzatori, sono la forza viva degli spettacoli, sostenuti da una capacità compositiva capace di creare immagini che con potenza colpiscono la retina. Una spettacolarità potente al servizio di cosa? Ed è capace questo virtuosismo dell’immagine di lacerare la retina per andare più a fondo nello sguardo?

 

La mancanza di spessore e la retorica con cui i temi vengono affrontati, denuncia una strumentalizzazione del male, pratica ricorrente del nostro teatro contemporaneo, che offre allo spettatore l’impressione di una catarsi dai mali stessi, vissuti e portati a giudizio sulla scena.

Ad un’operazione del genere manca l’Arte, sguardo creativo sulla realtà, oltre che lungimirante, in onor della quale la rappresentazione dovrebbe essere intessuta con il desiderio di superare l’empirismo del dato reale, con realismo o utopia, con la fede che possa servire, nell’attimo della magia teatrale o oltre la scena.

Quando, come nel teatro di Emma Dante, il contenuto ha come unico scopo quello di giustificare il meccanismo di composizione spettacolare il rischio è che questo scada in retorica. Così qui la denuncia non è vera denuncia, ma solo il pretesto per gratificare il bisogno di provocazione che lo spettatore contemporaneo silenziosamente manifesta. Ci sarebbe allora da chiedersi da cosa derivi questo bisogno di essere provocati, e se sia possibile essere provocati quando, come dice Andrea Cosentino, si va a teatro già con l’intento di esserlo, se dunque non sia un surrogato di provocazione, un suo sottoprodotto, ciò che il teatro di Emma Dante ci offre, e di cui ci accontentiamo.




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