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150° UNITÀ NAZIONALE – 2
L’Inno di Mameli
(e Novaro):
una storia tortuosa e pasticciata


      
Neppure su “Fratelli d’Italia”, l’attuale e tuttora ‘provvisorio’ (non è uno scherzo) brano che ufficialmente rappresenta il Belpaese, si riesce ad avere una versione lineare e condivisa. C’è il dubbio che il testo non sia del patriota genovese, morto a soli 22 anni, ma di un prete giobertiano, Atanasio Canata. Inoltre l’originario “Canto degli italiani”, oscurato per oltre 80 anni dalla Marcia Reale dei Savoia, fu riscoperto dai fascisti repubblichini e nel dopoguerra venne indicato come inno nazionale in un decreto mai convertito in legge definitiva. E forse, in tal senso, illustra in modo esemplare la perenne precarietà della penisola.
      



      


di Fabio Mercanti





«Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga»: in un bel brano del 1976 intitolato Sfiorivano le viole, l’arrochito Rino Gaetano accostava una serie di figure storiche in modo curioso, secondo il suo stile; il Marchese di La Fayette che «ritorna dall’America importando la rivoluzione ed un cappello nuovo»; Bismarck che per l’unità germanica «si annette mezza Europa»; e i nostri Mameli e Novaro che un giorno si incontrano e compongono musica e parole per un “pezzo” destinato ad avere grande successo, che ancora oggi che ancora tutti conoscono: l’Inno nazionale, ovvero l’Inno di Mameli, quello che venne composto come Canto degli italiani. Il cantautore calabrese, col suo modo di fare ironia, anche quella volta era riuscito a cogliere qualche particolarità della nostra Italia, e pertanto non possiamo rimproverargli di non aver rispettato nella sua canzone la realtà storica. L’evergreen, infatti, sembra non sia nato da un incontro tra Mameli e Novaro, perlomeno non da un incontro di persona.  I fatti, pare, andarono un po’ diversamente.

 

Siamo a Torino, a casa di Lorenzo Valerio (esponente del movimento democratico e della sinistra parlamentare, avrà importanti incarichi nell’Italia unita), dove si è soliti passare il tempo intonando inni patriottici. Arriva il pittore Ulisse Borzino, con un foglio che porge a Michele Novaro, musicista. «Toh …» dice Ulisse a Michele «te lo manda Goffredo». I due, Michele Novaro e Goffredo Mameli, si conoscevano da tempo in quanto ambedue genovesi e patrioti. Nel 1847, quando avvenne questo “incontro” mediato tra parole e musica, Mameli era uno studente ventenne e Novaro, quasi trentenne, si trovava a Torino per lavoro.

Leggenda vuole – ed è lo stesso Novaro a raccontarlo – che il musicista, subito dopo aver ricevuto il foglio e aver letto quelle parole, preso dall’entusiasmo, tra la curiosità degli astanti, mettesse subito mano al cembalo. L’ambiente era sicuramente vivace, uno di quei salotti dove si parla, si discute, ci si infervora: non certo un ambiente dove un artista potesse però trovare la giusta concentrazione per creare. Allora Novaro se ne va, torna a casa, si mette al piano, si appassiona, s’innamora, si agita, rovescia la lucerna sul foglio…

Vittorio Bersezio (direttore della «Gazzetta piemontese» e deputato) racconta che una sera, mentre sedeva al caffè della Lega italiana di Torino, entrò Michele Novaro, annunciando di aver terminato di scrivere la musica per le stupende parole del suo amico Goffredo. Tutti chiesero di ascoltare i frutti di tanto appassionato lavoro. Risultato: il mix incandescente di  musica e parole rinfocola ancora di più quegli animi già accesi di patrio fervore: tutti corrono all’Accademia Filarmonica per fare ulteriori prove e fare ascoltare l’inno ai torinesi. La musica corrisponde «perfettamente» alle parole, si dice sul «Mondo illustrato» e si grida al capolavoro: «una fantasia potente, un cuore tutto ridondante di amore alla civiltà e all’Italia».[i]

Buona parte di questo successo è dovuto, e già allora lo si riconosce, alla forza della musica di Michele Novaro e se vogliamo dirla tutta, ancora oggi il “pezzo” in questione è riconoscibile più per l’andamento melodico incalzante e marziale, che non per la varietà di oscuri rimandi storici disseminati qui e là nel testo. Fu inoltre lo stesso Novaro a sostituire l’iniziale “Evviva l’Italia” con il più umano “Fratelli d’Italia”. Viene allora da chiedersi: ma Goffredo Mameli, che ruolo ha, in definitiva, in tutta questa storia? Sembra che lui si sia limitato a scrivere pochi versi mentre è il suo amico Novaro ad averlo fatto diventare un inno. Nonostante questo (e nonostante la consuetudine di attribuire il componimento a chi ne scrive le musiche) ancora oggi il merito va tutto a Goffredo Mameli. E se poi ci mettiamo pure che non si è nemmeno certi che sia Mameli l’autore del testo, allora… Eh sì, perché Aldo Alessandro Mola nella sua Storia della monarchia in Italia [ii] mette in dubbio proprio questo: che l’inno sia, appunto, di Mameli.  Il dubbio insinuato è che l’autore sia, invece il sacerdote Atanasio Canata, patriota di ispirazione giobertiana e rosminiana, alle cui cure fu affidato il giovane Goffredo, mazziniano di temperamento acceso e di salute cagionevole, quando, già  ricercato, fu inviato a trascorrere un periodo presso un collegio a Carcare, nel savonese, sotto la custodia di padre Raffaele Ameri e di Atanasio Canata. Questo non basta certo per affermare con certezza che Mameli non sia l’autore del Canto, ma Mola, nel libro,  porta le sue ragioni. Il Canata infatti era uomo di cultura e un abile compositore di versi, mentre lo stesso non si può affermare del giovane Goffredo, che, nelle lettere scritte a casa o al suo avvocato, dimostra di avere poca dimestichezza con la lingua italiana e un ambito piuttosto limitato di interessi (si preoccupa di raccontare alla famiglia cosa mangia,  quali sono i suoi svaghi in collegio, ecc.). Quindi, secondo Mola, Mameli non avrebbe avuto le capacità di mettere a punto un componimento come il Canto, ricco di richiami ad episodi storici, come la Battaglia di Legnano o i Vespri siciliani, che vedono l’impegno di un popolo unito contro il nemico straniero e che vengono riletti in chiave risorgimentale acquistando così nuovo valore. Inoltre, nella terza strofa dell’Inno, si parla di «vie del Signore» che si rivelano ad un popolo solo se questo è unito nell’amore: concetto che sembra più consono ad  un religioso che ad un giovane scapestrato.

Altri elementi potrebbero farci dubitare che Mameli sia l’autore del Canto degli italiani, come alcuni versi dello stesso padre Canata: «Meditai robusto canto | ma venali menestrelli | mi rapian dall’arpa il vanto», nei quali sarebbe implicito il riferimento al Mameli ladro di idee; e ancora, il fatto che Ulisse Borzino, tendendo il foglio a Novaro, abbia detto “te lo manda Goffredo” e non un più circostanziato “è di Goffredo”. Cavilli.





Michele Novaro, autore della musica dell'Inno nazionale


Ma insomma: chi ha scritto allora il Canto? Un prete giobertiano o quel repubblicano di Mameli? Anche se ormai nessuno si sognerebbe di mutarne il titolo, i dubbi sono leciti e vanno ad accendersi alle tante riserve e perplessità sull’Inno: “nessuno conosce l’Inno nazionale”, “le parole ed il linguaggio sono troppo difficili”, “l’Inno non ci rappresenta”, “proponiamo un altro inno nazionale” ‒ e fa male ricordare i ragazzi della nostra nazionale di calcio ‒ gli eroi di Spagna ’82 e quelli di Germania 2006 ‒, in riga, occhi socchiusi, che sussurrano, borbottano, fanno finta di cantare l’Inno di Mameli. Poco male, potrebbe dire qualcuno: Mameli o non Mameli, il Canto degli italiani è diventato il nostro Inno nazionale, lo è “da sempre”.

Cattive notizie anche perchi la pensa così.  Fino al 1946, infatti, nelle occasioni ufficiali, come inno nazionale, veniva eseguita la Marcia Reale Italiana composta da Giuseppe Gabetti nel 1831, un testo dove spesso si grida “Evviva!” sia all’Italia che al Re. Gli italiani, invece, dal canto loro, restavano fedeli a quei canti in cui più si riconoscevano : canti legati al folclore, cari alla diverse regioni d’Italia, ad una città, ad un luogo che era stato teatro di una pagina storica particolare,  canti comunque non troppo complessi che potevano essere più facilmente ricordati, come Garibaldi fu ferito o La canzone del Grappa. Anche il Canto degli italiani veniva intonato in diverse occasioni, ma non ufficialmente.

Sotto il fascismo, si usò la Marcia Reale e canti fascisti come Giovinezza. Dopo l’armistizio, nel 1943, diventò inno nazionale La leggenda del Piave che rimase in auge fino al 1946, quando l’On. Cipriano Facchinetti, Ministro della Guerra, decise che per il giuramento delle Forze armate del 4 Novembre si sarebbe usato l’Inno di Mameli, proponendo anche per decreto che questo fosse  «provvisoriamente considerato inno nazionale».[iii] Ci verrebbe da dire: finalmente! Finalmente la Repubblica italiana avrà un inno ufficiale, non quello di una casa reale; finalmente dopo quasi un secolo l’Inno di Mameli diventa il Canto degli italiani, non solo per il titolo originario ma perché di tutti gli italiani.

Ma c’è un però. Infatti quel «provvisorio» dell’On. Facchinetti è rimasto lì per lungo tempo, tanto da rischiar di diventare “definitivo”. Solo nel 2006, un Disegno di Legge Costituzionale per la modifica dell’art.12 ha finalmente e ufficialmente fatto divenire l’Inno di Mameli inno nazionale. Sono stati gli stessi senatori ad accorgersi  della situazione paradossale: «Appare davvero singolare che un Paese che annovera nel suo repertorio normativo più di centomila leggi non abbia trovato spazio per una semplice e breve disposizione legislativa capace di attribuire dignità formale all'inno nazionale».[iv]

 

Per ciò che riguarda la figura di Goffredo Mameli, possiamo ricorrere ad un bel libro ‒ Goffredo Mameli. Fratelli d’Italia, Feltrinelli, Milano 2010, pp. 128,  € 6,50  ‒ curato da David Bidussa, che, dopo aver introdotto, in poche ma dense pagine, la biografia di questo giovane repubblicano, morto a 22 anni per l’infezione ad una gamba colpita nella difesa della Repubblica Romana, raccoglie i suoi accesi scritti politici, cercando di rendere giustizia ad un martire ricordato più per quel Canto  estemporaneo che non per il suo pensiero e la sua azione.

«Gli italiani non hanno più sangue da versare?»[v] si chiede Goffredo invocando una guerra nazionale, la rivolta di un popolo unito nel nome dell’Italia, e rigettando l’idea di una guerra dei Savoia nonché la prospettiva dell’aiuto della Francia. E ancora: «L’insurrezione accenna a voler chiamare un’altra volta in campo gli Italiani. Con quale bandiera vi andranno? Cominceranno la guerra gridando “viva la monarchia”, o “viva la repubblica”?».[vi]  Mazzini è certo presente in questi scritti.

 

«Italiani! La misura è colma, l’ora è suonata, su, in nome di Dio e del popolo! È il grido di Mazzini. La guerra sta per diventare generale; su vari punti della terra lombarda, generosa terra e tanto vilipesa, è già cominciata. Non è più la guerra di quei che capitolano, non è la guerra di quei che nella vittoria per l’indipendenza non veggono che l’acquisto di un territorio, di quei che a metà cammino tradiscono, è la guerra santa del popolo, è la guerra che si combatte per l’acquisto della nazionalità e libertà nostre conculcate, è la guerra che sola può rigenerare l’Italia. […] Potrà la causa della nostra indipendenza andar perduta? No, questa non è più affidata alle armi regie, questa ora è in mano al popolo».[vii]

 

 

bidussa

 

 

Questo Mameli piace poco all’Italia unita. Ripercorrere le sue sepolture – e Bidussa sinteticamente lo fa – è ripercorrere una fetta di storia d’Italia. Prima è sepolto a Roma nel cimitero sotterraneo della chiesa delle Stimmate, ma già nel 1871 il corpo è riesumato e poi sepolto al Verano: prima in un loculo, poi, nel 1891,  in un monumento funebre sempre al Verano. Il corpo di Mameli sembra “scomodo”, crea imbarazzo soprattutto in occasione di cerimonie pubbliche, durante le quali i partecipanti appaiono titubanti nell’intonare il Canto.

Ma presto Goffredo Mameli e l’Inno vengono richiamati con un alto compito. È il fascismo a rivalutare la figura di Mameli, chiaramente letta ed interpretata ai fini della propaganda di regime. Così a Mameli tocca una sorte simile a quella di Giovan Battista Perasso detto Balilla – il giovane che scagliò la prima pietra contro un soldato austriaco nel dicembre 1746, – che da icona del patriottismo e dell’azione nel periodo risorgimentale, finirà per dare il nome ad un organismo parascolastico e paramilitare sotto il fascismo.

Giovanni Gentile – in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Mameli – oltre al Canto, esalta i componimenti poetici, quelle «prime prove di impeto, calore e sentimento» che fanno di Mameli, se non un grande poeta, un’icona, un punto di riferimento per i giovani dell’Italia fascista, «una poetica figura immortale a cui tutta la nazione guarda». Gentile non apprezza solo l’impegno in versi e il pensiero, ma soprattutto l’elogio dell’azione, e valorizza quei passaggi in cui Mameli esalta la battaglia ed il sacrificio.  Nella sua stessa morte prematura il filosofo vede una dimostrazione del fatto che la «morte incontrata per la propria fede è più soave della vita». [viii] Mameli diviene così un “martire della patria”. Per di più, usando (abusando) degli scritti in cui il repubblicano si appella al Dio cattolico, Gentile accosta lo stesso Mameli all’immagine di Gesù crocifisso, nell’intento di commuovere su molti cuori: quando invece per Mameli Cristo era «il primo apostolo della democrazia».[ix] Dagli scritti del giovane repubblicano ci si accorge piuttosto che, secondo lui, quel Dio ha il compito di guidare il popolo: di condurre quell’agglomerato informe di gente disunita alla conquista della sua libertà e alla sua identità di nazione.

Per tornare al libro di Alessandro Mola, è lecito dunque chiedersi, perché, per spiegare quella terza strofa del nostro inno nazionale – dove l’autore pone l’amore e l’unione come condizioni necessarie per la rivelazione delle «vie del Signore» al popolo – ci si dovrebbe rivolgere a padre Canata? E lo stesso vale per gli orgogliosi rimandi al passato che troviamo nella quinta strofa (dato che lo stesso Mameli nei suoi scritti richiama la battaglia di Legnano, Francesco Ferrucci … ed altri episodi e figure valorose della storia di una nazione che ancora deve farsi). Non basta vedere Mazzini come ispiratore e maestro, e Canata come un educatore, anch’egli patriota, con cui il giovane Mameli ha avuto modo di confrontarsi? Inoltre, quelle del Canto sono parole che dovevano esprimere un sentire comune del popolo e non l’animo di un poeta: un canto a tutti gli effetti degli italiani.

 

Ripercorrere la vita di Goffredo Mameli e rileggerne gli scritti ci fa inevitabilmente comprendere una fetta del ’48 italiano e non solo. Ripercorrere la storia del Canto degli Italiani – da quando è stato suonato alla Filarmonica di Torino a quando è provvisoriamente riconosciuto inno nazionale, da quando viene intonato sporadicamente da soldati e patrioti italiani, fino al 2000, quando venne eseguito alla Scala con Riccardo Muti direttore d’orchestra – significa ripercorrere la storia dell’Italia unita fino ad oggi, quando è riconosciuto inno ufficiale ed è ancora di più al centro di polemiche e anche degli studi di chi vuol comprendere i nostri tempi e non solo l’Italia del Risorgimento. 

 

 

 



[i] Il racconto di Bersezio e citazioni del Mondo illustrato del dicembre 1847 sono tratte da  A. Custodero, Goffredo Mameli e Lorenzo Valerio per le feste di Fraternità nel 1847 in E. Broccardi (e altri) Goffredo Mameli e i suoi tempi, Venezia, La Nuova Italia, 1927, pag. 300 e segg.

[ii] Aldo A. Mola, Storia della monarchia in Italia, Milano, Bompiani, 2002, pag. 364-369.

[iv] Ibidem.

[v] Ivi, Lettera di Goffredo Mameli a Girolamo Boccardo, pag. 30.

[vi] Ivi, Insurrezione e Costituente, pag. 54.

[vii] Ivi, Italiani, in Lombardia!, pagg. 58-59.

[viii] G. Gentile, Goffredo Mameli. Commemorazione tenuta nel ridotto del teatro Carlo Felice a Genova il 5 settembre 1927 in E. Broccardi (e altri) cit. pag. 16 e segg.

[ix] G. Mameli, Fratelli d’Italia cit. Noi siamo cristiani e repubblicani , pag. 80.




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