PRIMO PIANO
GIUSEPPE D’AGATA
(1927-2011)
La carne, la morte
e il sarcasmo visionario


      
È morto lo scrittore bolognese, presidente del Sindacato Nazionale Scrittori. Narratore di preclare qualità raggiunse un grande successo di pubblico con “Il medico della mutua” (1964), romanzo di denuncia ferocemente grottesco, poi divenuto un assai fortunato film diretto da Luigi Zampa, con Alberto Sordi protagonista. Ragazzo partigiano nella Brigata Matteotti SAP, buon batterista jazz dilettante, laureato in medicina, fu anche l’autore di uno sceneggiato televisivo “Il segno del comando” (1971) di genere fantastico-thriller, di vasta popolarità. Tra i suoi numerosi, apprezzati romanzi si possono ricordare “L’esercito di Scipione”, “Il circolo Otes”, “Primo il corpo”, “La regola di Razi”, “America oh kei”, “Il merciaio di Cracovia”, “Il ritorno dei Templari” e l’ultimo libro “I passi sulla testa” (2007), di vena ancora sorprendentemente fresca e sperimentale.
      



      


di Mario Lunetta

 

 

A rileggerlo oggi, Il medico della mutua di Giuseppe D’Agata conserva la stessa carica di piccolo orrore prodotto dalla rappresentazione della canaglieria impunita di quando apparve da Bompiani, nel 1964. Ne spiega il meccanismo il protagonista, e le sue parole possono valere da divisa araldica di una professione la cui nobiltà è avvilita nel romanzo-verità del narratore bolognese a puro mercimonio: “C’è un mercato dei mutuati, un mercato all’ingrosso, s’intende. Ci sono medici che vogliono vendere e medici che vogliono comperare. Ci sono anche dei mediatori, e valgono le leggi di mercato. Si trovano partite di mutuati di qualità e partite di mutuati scadenti. La qualità è data da vari fattori: età media e sesso dominante della partita, zone di residenza dei mutuati in vendita, grado di fedeltà al medico curante, affinché costui, vendendo la partita, sia in grado di garantire che il compratore verrà scelto come nuovo medico curante da tutto il blocco disciplinato (salvo le lievi perdite dovute a quei pochi mutuati che hanno la pretesa di voler effettuare una scelta autonoma). Una partita di qualità scelta ha un prezzo di listino di almeno tremila lire al pezzo: cinquecento mutuati cioè si possono avere per un milione e mezzo. Al prezzo di duemila-tremila e duecento lire pro capite si trovano delle partite di qualità mediocre: vale a dire di mutuati che di solito stanno abbastanza bene e non si lasciano facilmente convincere a fare gli ammalati, o che si trovano sparsi in  un’area troppo estesa, o che offrono dubbie garanzie di fedeltà e disciplina”. Insomma, un mercato delle vacche in piena regola, un fulgido trionfo del cinismo. Il giuramento di Ippocrate ridotto a licenza per aprire abusivamente bottega.

Il successo del Medico della mutua fu dovuto al fatto che un romanzo di denuncia ferocemente grottesco possedeva insieme qualità di ritmo e velocità di scrittura degne di un thriller; la sua audience di massa, alla felice trasposizione cinematografica che ne fece Luigi Zampa, con Alberto Sordi protagonista (1968). Lo scrittore vi sciorinava senza pietà una galleria di abietti fisiologici, di piccoli profittatori, di opportunisti ipocriti, di truffaldini formato fototessera o formato gigantografia, nel quadro dissestato della medicina nazionale: il tutto, col bisturi di uno stile secco, gelido e all’apparenza obiettivamente cronistico, ma in realtà più corrosivo di un acido. D’Agata ci dava così il referto amaro e crudele di un mondo insospettabilmente tarlato (delle cui magagne profonde gli anni recenti ci hanno fornito esempi irresistibilmente ignobili), che all’uomo della strada si presentava ancora con tutti i crismi di una sacralità etico-scientifica  rivestita d’intangibilità indiscutibile. Quella che in altri tempi si era usi chiamare la “missione del medico”, D’Agata (lui stesso medico esercitante) non si peritava di abbassarla bruscamente di tono, tradurla in termini di quotidiana concretezza, stringerla in una ferrea morsa di sincerità: storicizzarla, in definitiva. Una fetta non periferica dell’Italia anni Sessanta trasudava nel bel romanzo dello scrittore bolognese i suoi umori fetidi, scopriva le sue purulenze e le sue viltà, in un laghetto solcato da rictus espressionistici in cui rischiavano di restare privi di ossigeno solo i pesci piccoli, prodotti indifesi di una democrazia malata.





Il film con Sordi tratto dal romanzo di D'Agata è del 1968


Osservatore acuto delle dinamiche sociali, D’Agata ha sempre coniugato quest’ottica con una forte propensione per la sperimentazione linguistica. Non letteratura come vita, al vecchio modo dei letterati spiritualisti figli o nipotini di Carlo Bo, ma letteratura dentro la vita. Quindi: un realismo allegorico con esiti non di rado deformanti, una strategia di sconvolgimento dei piani narrativi e temporali, un gusto per la contaminazione delle maniere in cui si esalta l’energia di una scrittura straniata, vivida, imprevedibile. In un romanzo come Primo il corpo (1971) questi caratteri assumono una pregnanza tale per cui non sembra fuori luogo la definizione di D’Agata come di scrittore “galileiano”: una sintesi felice di rigore scientifico e di azzardo metaforico. Il titolo del libro è già perentoriamente programmatico di una scelta laica e materialistica, e potrebbe anche funzionare come l’inizio di un aforisma leonardesco sull’anatomia umana, geroglifico inquietante sul quale D’Agata non cessa di interrogarsi. E proprio Leonardo da Vinci è uno dei protagonisti del romanzo, che copre complessivamente un arco di cinque secoli (ecco la ragione, quindi, del perché il testo è datato 1469-1969).

Le due facce del libro, che non cessano di intersecarsi, sono date dal Rinascimento e dall’epoca contemporanea. Un Leonardo giovinetto si trova a fare un viaggio piuttosto disastroso in una Francia trucemente temporalesca, e il suo è un alter ego moderno, omonimo ma stavolta degradato al rango di semplice pittore anatomista, intristito da irrisolti rovelli ideologici e da certi infortuni sessuali; appare quindi una miserabile “generica” nella persona della serva sordomuta Blanche, e la sua corrispondente moderna in Bianca, psichiatra e occasionale compagna di letto del Leonardo morfologo. Queste le figure disposte ai vertici di un quadrilatero come icone che continuamente mutino di collocazione; poi, centrale e imponente, il personaggio del poeta François Villon, “maledetto” in vita e allegramente tragico, smodatamente sensuale in punto di morte, fino alla débauche più dissennata, tanto per non smentirsi. Leonardo da Vinci racconta a tre suoi discepoli (A., B., C.) petulanti e allibiti quest’incontro atroce occorsogli in gioventù, illustrando il trapasso del poeta avvenuto dopo un’orgia complicata e violenta consumata col servo-allievo Firmino e la sordomuta Blanche in una locanda fetida, come la prova estrema di una testardaggine meravigliosamente umana, il tentativo di opporre le residue energie di un corpo ferito e dissanguato all’ipocrisia di tutti i moralismi che vogliono “primo lo spirito”.

Villon crepa e Leonardo ne trae il miglior servizio che un cadavere possa ancora rendere: lo squarta per disegnarne gli organi interni, perché la sola morale della conoscenza artistica e scientifica è appunto il conoscere, e il tumore che ha ucciso Villon e che Leonardo ora scopre come “la bestia che divorava François”, quella “specie di cavolo rosso e giallo, una libbra di carne maligna che ostruiva tutto il lume” del tubo intestinale, è più “vero” della “matrice della poesia” che lo stolto Firmino crede di aver finalmente trovato nel corpo del grande autore del Testament. Il Leonardo cinquecentesco ha vinto, anche se i suoi allievi non colgono tutta l’entità della vittoria; ma il suo omonimo odierno, fallito l’amplesso con l’asettica Bianca, compiuto il proprio lavoro su un cadavere sezionato, resta a consumare la propria sconfitta in questo mondo “pieno di grandi fabbriche di cadaveri”.

Molte sono le ossessioni del medico D’Agata, e la più oscura e inesorcizzabile è la vera protagonista del libro: l’Innominabile, di cui si parla e pontifica dottamente in una contraffatta relazione scientifica; il Cancro, l’anomalia nefanda, il caos cellulare, l’aborrita rivoluzione. Il gioco dello scrittore si fa a questo punto sottilmente crudele. Il parallelismo tra ordine/evasione della sfera fisiologica e ordine/eversione della sfera socio-politica dà luogo a pagine di serrato umorismo nero, di sregolata e funerea allegria. L’Innominabile è il nemico del sistema cellulare come lo spettro rivoluzionario è il nemico dell’assetto capitalistico-borghese: metafora e allegoria pervengono a una sintesi che rimanda, come càpita nei momenti più pregnanti del romanzo, a tutta una serie di possibili “di là” dagli episodi narrati. La celebre Ballade des Pendus di François Villon funge da leit-motiv, quasi la sistole-diastole cardiaca della vicenda, con tutta la sua carica di atroce derisione e di cupo, stravolto, compiaciuto autolesionismo morale: non più citazione, ma si direbbe motore simbolico che lavora nel testo, e contro l’aura del testo.





Una foto giovanile di Giuseppe D'Agata


Il percorso di D’Agata narratore è al tempo stesso azzardoso e coerente, come quello di tutti gli autori insofferenti di moduli prenormati e di soluzioni senza rischio. E ancor oggi forse, a breve distanza dalla scomparsa dello scrittore, è da comprendere criticamente fino in fondo come uno dei fulcri sostanziali della sua ricerca diramata e saldissima continui ad essere la materia, la corporeità: insomma, tutto quanto fa, pur nel suo esistere caduco (e magari proprio in forza di esso), la dignità dell’uomo e della vita, e – alla fine – l’ombelico senza il quale ogni speculazione che ne metta fra parentesi le esigenze e gli enigmi è semplicemente aria fritta, evasione nei vapori del religioso e del fideistico a prescindere.

Ecco, quindi, dopo altre prove non trascurabili, un romanzo come La regola di Razi, anch’esso a suo modo di argomento sanitario e certo di ottica visionaria (quasi fantamedica si direbbe, e insieme fantapolitica): un thriller concentrazionario che ancora una volta – e certo in misura più radicale e “perversa” di quanto non accadesse nei due significativi romanzi dagatiani che abbiamo considerato – mette in scena la pratica medica: questa volta in una situazione estrema come può essere quella di un lager provvisto di centro ricerche, reparti specialistici, nutrito personale medico e paramedico, pazienti, forni crematori, ciminiera regolamentare e, naturalmente, pazienti deportati con l’uniforma a strisce. Manca un cimitero; c’è in compenso una discarica in cui vengono gettati, prima di essere inceneriti, i corpi dei morti. “Centro studi. Ma qui tutti lo chiamiamo familiarmente il campo. Il capitano medico dottor Hirsch afferma che di campi ce ne sono tanti. I primi sono stati costruiti in tempi remoti. Poi, con l’avanzare della civiltà, si sono diffusi in tutto il mondo. Il nostro è stato restaurato di recente ed è uno dei più capienti e tecnicamente avanzati. è delimitato da un muro, senza filo spinato in cima e senza torrette di guardia. Nessuno tenta la fuga”: è lo scarno resoconto del deportato Noello Serparo, e ci immette di colpo, con agghiacciante “innocenza” cronistica, in una situazione di orrore globalizzato, divenuto standard anche nella coscienza delle vittime.

Questo teatro, già di per sé decisamente sinistro, è lacerato nella sua torva routine da una serie di decessi di deportati, che tra maggio e metà agosto supera la ventina. Si chiarisce ben presto la natura delittuosa di queste morti, tutte dovute a soffocamento: “anossia acuta” precisa D’Agata, che nel romanzo sciorina con paradossale neutralità scientifica una quantità di espressioni e definizioni del linguaggio medico più sofisticato. Lo intuisce da subito il protagonista che racconta in prima persona, un giovane bolognese deportato nel lager e assegnato a compiti paramedici, tra clinici militari di dubbio valore e un’infermiera sessualmente insaziabile. C’è, in tutti questi omicidi probabilmente compiuti durante un coito, un particolare strano, in apparenza inspiegabile. L’omertà dei sanitari è diffusa. A pagare per tutti sarà alla fine, e in modo assolutamente spaventoso, il tenente Donner, responsabile del laboratorio, forse il solo medico a suo modo onesto in quell’accolta di praticoni asserviti.

Ma – per venire al titolo del libro – chi e cosa sono Razi e la sua regola? Razi, ci informa l’autore, era un medico persiano vissuto nell’VIII secolo, esperto di musica, di fisica e di alchimia. Una volta divenuto capo dell’ospedale di Ray, la sua cittadina natale, in quel di Teheran, fece accettare la sua regola sanitaria fondata sul buonsenso. Quando, sparsasi la sua fama, il principe al-Mansur lo chiamò a Baghdad e gli chiese di costruire e dirigere il più grande ospedale del mondo, Razi accettò l’incarico e, per decidere in quale luogo realizzare l’ospedale, fece appendere vari pezzi di carne in diversi punti della città. Scelse alla fine il punto in cui la carne, dopo alcuni giorni di esposizione, risultava meno putrefatta. La regola di Razi consiste quindi nello scoprire il punto in cui l’aria è più pura, meno contaminata.

Non sfuggirà certo il sarcastico ossimoro ideologico sotteso al titolo del labirintico romanzo di D’Agata. Ed è un ossimoro che si ripete incessantemente per l’intera narrazione, in modi perfino anfibi, dal momento che chi racconta, il giovane Noello Serparo, è una sorta di cronista che resoconta di una sua doppia vita, o di due vite parallele che entrambe gli appartengono, quella di contabile in Bologna presso un istituto bancario molto sui generis, e quella di paramedico nel lager. La sua storia familiare, in cui domina suo padre con l’autorità di un despota feroce e addirittura mostruoso, e la sua storia di internato corrono a capitoli alterni nel suo racconto, e funzionano complementarmente come un’irrisolta sequenza di orrori. Se il medico arabo Razi ebbe dalla sua l’intelligente intuizione di scoprire il punto meno inquinato di Baghdad per costruirvi il suo ospedale, l’odore mefitico che a un tratto ammorba Bologna e terrorizza gli abitanti della città felsinea non preoccupa più di tanto le autorità. La peste fa parte del nostro vissuto, è dentro le nostre cellule e i nostri pensieri. È qui il punctum coniunctionis metaforico e poetico del romanzo, la sua allegoria della catastrofe che va in scena, non per caso, nel grande bar degli specchi delle Due Torri. “Entrò trafelato un uomo atticciato che indossava la giacca bianca e corta dei macellai. Si guardò intorno con aria di sfida. Raggiunse il bancone, ordinò un aperitivo e lo assaggiò. Lo mandò giù beato, facendo schioccare la lingua. Il silenzio diventò totale. Solo allora decise di parlare: ‘È tutto a posto’ disse. ‘Gli olfattologi, gli annusatori del comune, hanno stabilito adesso che si tratta di carne andata a male. Ma è carne umana. Soltanto carne umana’”.

Ecco: soltanto carne umana, niente di più. Cioè, qualcosa di trascurabile per chi esercita il potere sugli uomini. Il medico persiano Razi non troverebbe posto in un mondo in cui le regole sono state rovesciate, viviamo tutti in un immenso lager di consumatori passivi, l’orrore è quotidiano e planetario, ogni alternativa è soffocata sul nascere. La verità, insomma, defunge per “anossia acuta”, cioè per carenza di ossigeno. Ce lo dice con fredda pietà la lingua “neutra”, quindi tanto più tremenda, di questo romanzo di Giuseppe D’Agata che copre appena, come una pellicola sottile, un’indignazione e una rivolta che non hanno bisogno di gridare per affermarsi con  l’energia del giudizio (morale e politico), quando si fa stile e invenzione che non danno scampo.




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