LUOGO COMUNE
ADDII
Lo speciale realismo operaio
di Luigi Di Ruscio


      
Un ricordo del poeta marchigiano, morto lo scorso febbraio a 81 anni ad Oslo, dove ha vissuto per oltre cinquant’anni, facendo il lavoratore metalmeccanico. Tutta la dura e dolorosa esperienza di emigrato, nonché la riflessione sugli inferni della condizione operaia innervano la sua produzione letteraria sia in versi che in prosa, e che appare oggi un ‘unicum’ di grande interesse nel panorama culturale italiano del secondo Novecento. Ripubblichiamo qui “Anne Anne!” un poemetto uscito nel 1984 su “Assemblea”, che dà conto della sua scrittura insieme ‘selvaggia’ e assai sorvegliata che genera il flusso crepitante, materialistico e sempre polemico di una voce poetica inconfondibile.
      



      

di Massimo Giannotta

 

 

Rileggendo Anne Anne!, un testo di Luigi Di Ruscio, il polemico, l’epigrammatico, il materialista, pubblicato nel  giugno 1984  in Assemblea, non è difficile ritrovare gli elementi sorprendenti della poesia di questo autore, disallineato o comunque non facilmente collocabile nell’orizzonte del secondo Novecento, pur essendo possibile rintracciare alcune sue radici in un neorealismo molto speciale, probabilmente alla base di quello che definirei piuttosto il suo realismo.

Sarà perché viveva a Oslo, pur con qualche visita in Italia fatta con l’animo dell’emigrante che torna in patria. Di Ruscio scriveva in italiano, e in italiano declinava la sua accettata appartenenza alla Norvegia e all’Italia. Diceva: «La lingua in cui scrivo si è formata dentro di me frequentando giornalmente il norvegese». Dunque come osserva Paolo Di Stefano «(...) un irregolare che scrive da un paese altro in una lingua “altra”, radicata e sradicata insieme, comunque dall’effetto straniante, percorsa da neologismi, oralità e anacoluti (...)». Nel poemetto che riproponiamo emerge un’amalgama in cui si mescolano i problemi della condizione operaia e la riflessione politica che spazia dalle questioni sul potere a taglienti e lucide considerazioni sulla scrittura e in definitiva sulla condizione umana, sulla vita e sulla morte.

Massimo Raffaelli, suo prefatore nella raccolta Poesie operaie del 2007, ci dice: «Una splendida eccezione, una assoluta singolarità nella poesia italiana del secondo Novecento. Non un poeta operaio come pure e sbrigativamente si è detto tante volte, quasi si trattasse di sommare il sostantivo all’aggettivo o viceversa, ma un poeta capace di introiettare metabolizzare rielaborare la condizione operaia alla stregua della condizione umana tout court.» Non credo di concordare del tutto sulla definizione, che Raffaeli giudica riduttiva, del termine poeta operaio, almeno in questo caso, anche se spesso l’aggettivo determinando, rischia di limitare, dico solo che quello illustra il forte caposaldo politico-esistenziale ed espressivo da cui si allargano e diramano i rivoli del pensiero di quest’autore. Così bisogna partire da questa situazione umana, per comprendere il realista e materialista, il comunista delle poesie civili, che riflette sulla mercificazione degli universi umani, che tocca con amarezza, il problema della sicurezza e delle condizioni del lavoro, a cui resistono solo quelli che, alla fine, restano prosciugati fino ad essere quasi altro da sé,  i sopravvissuti,  le cui fotografie descrive funebremente stampate sul giornale di fabbrica.

Riflettendo sul potere della parola, pur oppresso dalla fatica e dalla stanchezza quotidiana, sulla parola del potere: il potere si regge con i verbi tenuti dalle forze di pubblica sicurezza / la rivoluzione conquista il potere con i nuovi verbi infilzati sulle punte / delle baionette /. Invece abbiamo i disarmati verbi della poesia, ma questo non impedisce di lanciare messaggi nella bottiglia, pieni di questa umana indignazione per le generazioni future, senza troppa speranza, ma sempre senza cedere campo.

Una vita dentro una società impazzita: / uscire immuni perché per passare abbiamo sopportato tutto /. Entrare e uscire da luoghi allucinati, esserci e non esserci, mentre si considera anche lo spettro della morte, quasi quieto, ridotto a scarna metafora: / non occorre voltare di pagina per trovare la fine / un verso letto a caso è una fine più che un inizio /.

La società dello sfruttamento, in cui / le trovano tutte giustamente per aumentare la produzione / non stanno certo a perdere tempo (risparmiano tutto meno un uomo) / essendoci una infinità di uomini di tutti i colori pronti a essere consumati  / tutti /.  In una mischia in cui la sorte di essere oppresso o oppressore e orribile / la belva braccata o quella che bracca in una massa di orrori /.

I pensieri che s’inseguono durante un lungo viaggio in treno. La condizione operaia, la visita all’ambulatorio della fabbrica, le pratiche burocratiche, i conti con i tempi di produzione, con la paura del licenziamento. La condizione dell’emigrato, passando il confine, il pensiero dei lavoratori italiani nelle miniere del Belgio, magari ricordando Marcinelle.

Ma c’è la scrittura, c’è la macchia d’inchiostro della stilografica che perde, proprio sopra il battito cardiaco. Eppure / ripenso ancora per la millesima volta che scrivo sotto gli occhi dei padroni, / sino a che un testa di cazzo sarà oppresso io non potrò che essere oppresso e / per di più depresso / mentre il pensiero corre più del treno sempre più vicino alle tenebre polari.

Luigi Di Ruscio, il vecchio leone, il poeta, l’autodidatta, il 23 febbraio ci ha lasciato. Ha vissuto ad Oslo 40 anni e scriveva: «La mia cittadinanza italica è intatta, ho nostalgia dell’Italia quando sono in Norvegia e la nostalgia del giardino botanico di Oslo con gli odorosissimi cespugli quando sono in Italia.» Questo non significava un melensa dichiarazione di patriottismo, ma piuttosto una forte dichiarazione di appartenenza culturale, che comunque abbracciava due paesi che si potrebbero definire lontani e che il compasso di Di Ruscio, operaio metalmeccanico in una fabbrica di chiodi, sembra avvicinare con semplice gesto della mano. Di Ruscio, quello dei versi sporchi di ferro acciaioso.

 

***





Luigi Di Ruscio (1930-2011)

                                                                                             

 

Anne

Anne!

 

di Luigi di Ruscio

 

 

I

dentro l’incassamento degli universi umani in casse incassate

timbri veloci sulla cassetta sulla testa del chiodo battere

accettare il mondo incassato con tutta la cassa

non capovolgere il calice qualsiasi cosa accada

chiusa la cassa aprire la cassa e risuscita tra i cartoni ondulati

l’imballato universo dei barattoli tollera varie pressioni atmosferiche

di forma semplice da essere imballati in semplice imballatura

per poter viaggiare indenni nelle contrade contrariate del pianeta

interni laccati con lacche speciali perché i pasti non metallizzino

deve essere tutto bene chiuso perché ogni uno abbia la gioia d’aprire

ma questo stomaco che non digerisce ferro pietre piombo mercurio DDT è la sventura

                                                                          

II

il giornale di fabbrica stampa le fotografie dei sopravvissuti

fotografia carta d’identità davanti alla tela bianca ti risucchia

con la faccia della larva rinsecchita lo sfinimento accumulato

la rincretinizzazione nell’occhio la pelle quella nella tartaruga

sembra che è diventato la testa della tartaruga

cotto davanti all’altiforno ed è sopravvissuta la lucertola la tartaruga cotta

buttali per terra e suoneranno i dinosauri cotti le lucertole e le tartarughe

a certi mancano i diti tagliare la coda della lucertola e forse nasceranno due code

tagliare a metà un verme e due diventano i vermi

pare che ci sono i predestinati agli infortuni

quelli che appena nascono vogliono più o meno incosciamente ammazzarsi

mettono la mano nella trancia ci mettono il braccio o la testa

nel massacro quotidiano sopravvive la tartaruga la lucertola cotta

 

III

aprire il rubinetto dell’acqua rimasta nei tubi per tutta la notte

metto tutto in moto dio primo di tutti i motori con un verbo mise in moto l’universo

il potere si regge con i verbi tenuti dalle forze di pubblica sicurezza

la rivoluzione conquista il potere con i nuovi verbi infilzati sulle punte delle baionette

i verbi della poesia sono completamente disarmati senza l’armamento editoriale non partono

nei momenti felici mi accorgo che oltre ad avere due mani due gambe

ho anche venti motori tutti girando manca solo la testa

nei momenti dell’atroce stanchezza non ho più eppure le mani ho solo la testa

bruffo olio su pezzi secchi come se gli stridolii fosse della sofferenza delle mani

servire tutti i frigoriferi della terra e le gabbie delle galline galli proibiti

le bottigliette di sperma del gallo galla tutte le galline ingabbiate e spennate

la preziosa bottiglia con cura gelosissima sarà preservata

e non vorrà imprestarla per nulla al mondo neppure alla più cara amica

eccomi pronto anche come produttore di sperma (questo è il mio latte)

imbottigliato il latte migliore per le generazioni future

imbottiglio questi verbi per le generazioni future

mettere il foglio dentro la bottiglia forse le correnti di un mare eterno

la porterà fuori del mondo (accogli tranquillamente la mia disperazione

e quella delle generazioni future)

 

IV

l’abbaglio dei richiami a spreco il moltiforme colorato

senza posa la bandiera le auto in trionfi colorati metterci dentro la testa

e sii cauto davanti al richiamo che intontisce abbacina

agitano i fazzolettini dentro la santissima apostolica

a quello che si è dentro non fa nessuna differenza

essere nel pieno dei richiami essere dentro è la condizione

e dentro la fossa delle belve uno diventa belva oppure sarà sbranato

entrare e alla porta la nuova porta richiama sino all’ultimo profondo

nel tram chiuso tra le pagine del giornale oggi nulla che non si immaginava

scorrere le linee nere delle notizie

un angolo del giornale forse per nascondermi o coprire il nuovo viso affacciarsi

 

V

non occorre voltare di pagina per trovare la fine

un verso letto a caso è una fine più che un inizio

il dito indice delle targhe smaltate indicano, ad ogni modo non è uscito nessuno,

ascoltare con calma e guardarle le bocchette furbe che si aprono e chiudono

e sino all’ultimo male perché venga la convalescenza o la liberazione

usciremo nonostante che non sono usciti neppure quelli che hanno messo le targhe smaltate

uscire immuni perché per passare abbiamo sopportato tutto

uscire con ancora i pezzi della morte attaccati addosso vivi in una lunghissima morte

con la bocca piena di nausea con la fatica di dover respirare

la sorte di essere oppresso o oppressore e orribile

la belva braccata o quella che bracca in una massa di orrori

 

VI

la bottiglietta di plastica piena di pasticche di sale

proibito bere senza succhiare le pasticche di sale

agli ulcerati vengono acuti dolori non c’è che da mettere mano sullo stomaco

e piegarsi un po’ in avanti si inchina davanti al dolore solo chi se lo porta addosso

le montagne di ferri cariati pronti per la gettata

casse di chiodi in corsa sulle rotaie

abete in intensiva coltivazione abete che chiudi in nitida cassa e incassi

sulla testa del chiodo battere non far storcere il chiodo

battere velocemente colpi secchi precisi veloci i chiodi nell’abete sprofonda

un giorno riuscirò a colpire i chiodi ad occhi chiusi pensando all’universo

ti sveglierai dal sogno solo se colpirai anche il dito sulla testa unghiosa

c’è anche il martello ad aria compressa spara infallibili chiodi acciaiosi

con una testa speciale che sprofonda i chiodi da sparare aumentano all’infinito

le trovano tutte giustamente per aumentare la produzione

non stanno certo a perdere tempo (risparmiano tutto meno un uomo)

essendoci una infinità di uomini di tutti i colori pronti ad essere consumati tutti

imprimiamo calici e ombrelli aperti frecce che indicano il cielo nero infinito

e felice tu che aprirai la cassa che non è stata capovolta

con il piede di porco apri la cassa e scassi la porta

immagino un lazzaro che risuscita tra i cartoni ondulati

ogni giorno divento sempre più automatico penso tutto meno quello che faccio

escono fuori anche versi sporchi di ferro acciaioso

morbido ferro degli elettrodi saldare grossi anelli delle catene ecco la mia pupilla

ecco che mi colpisce anche la gelosia furente

mentre perdo tempo con i chiodi quella si fa fottere

immagino il maiale chiuso nel reparto per ventiquattr’ore precise

impazzisce in quattro ore e sgambetta da tutte le parti

 

VII

Inizia con la visita medica all’ambulatorio di fabbrica

aperta la bocca scrutate le piombature le corone i pezzi di dentiera

scrutato col raschiatore sulle carie toccati i nervi

sputato sulla sputacchiera automatica catarri sanguinosi

acqua al cloroformio e la tenaglia che squarcia tirate forte

battuto col martello sui ginocchio e come è scattata bene la gamba

lette tutte le lettere della tabella graduata

sentito tutto prima con l’orecchia sinistra poi destra infine tutte e due

scrutata attentamente la lingua il palato i coglioni

battuti colpi sulla schiena ripetuto più volte gli anni di cristo

e il grado supremo delle logge massoniche

ha messo cannelli di gomma nelle orecchie un cannello me lo ha puntato in petto

fui investito di un numero e assicurato contro tutti gli infortuni

chi perde un occhio lo riavrà di vetro e sarà anche più bello e duraturo

chi perde una gamba la riavrà d’acciaio inossidabile con molla di scatto

e poderose zampate matte scatterà la gamba matta

poi le filiere a filare le viti i chiodi le molle i raggi delle biciclette

le chiavi crunate per aprire le scatole di latta

le reti metalliche che tengono i canarini le galline i territori o i padroni proibiti

i ragni crociati con poderose ghiandole d’acciaio

ogni atto si getta sulla macchina preciso e rabbioso

sputare nero sulla sputacchiera tascabile

infuocamento degli occhi i calici oculari li danno gratis

cristi e madonne rivoltati da tutte le parti

le ghiandole secernano veloci la corsa sopra la corsa loro

chi si ferma andrà ad aumentare le schiere degli accattoni d’italia

la fatica esalta più delle sbornie

narcotizzato dal proprio sudore

 

VIII

sta a spiegare che nelle miniere gli italiani per vincere l’accordo

disse proprio vincere l’accordo la giornata guadagnarsi la pagnotta

insomma per guadagnarsi la vita non stanno a guardare le misure di sicurezza

perché il lavoro di puntellatura non è calcolato negli accordi

non potendo conteggiarla perché la puntellatura non è carbone

non potendo vendere la puntellatura ma solo carbone

così gli italiani non puntellano bene e crepano con pietrate in testa

insomma per il novantanove per cento le disgrazie se le provocano i disgraziati stessi

perché devono vincere l’accordo e la puntellatura non è accordo

muoiono affogati sotto per vincere l’accordo o la vita o guadagnarsi la pagnotta

e figuriamoci se in belgio c’è un testa di cazzo che possa sentirsi in colpa

per un italiano che crepa affogato o schiattato

insomma la regola è che se uno crepa in una fabbrica o in miniera

la colpa è solo di chi crepa di chi scoppia di chi si ammazza

mentre cerco di mettermi bene in testa questa regola mi fa schifo tutto

proprio tutto anche le donne sui tacchettini tendini tirati lucidi polpacci

la sfera scatta i minuti masticandoli, e una giornata di meno questo è certo,

silenzio religioso sul treno, ad ogni frontiera ecco che si apre la solita storia,

mostrare il passaporto, la mia prima raccolta è quasi formato passaporto,

c’è anche la fotografia tutto  legittimo, non ho nulla da leggere scrivo questa poesia,

la stilografica perde inchiostro, sotto giacca sulla camicia con tutte le puzze metropolitane

proprio sopra il battito cardiaco c’è una macchia d’inchiostro,

in questa poesia sopra di essa c’è anche la mia impronta digitale,

dovrò poi sputare sangue a rendere comprensibile tutto quello che sto scrivendo,

uno che mi sta vicino e ha al collo graziosa farfalla cravatta cerca di leggere quello che scrivo,

ripenso ancora per la millesima volta che scrivo sotto gli occhi dei padroni,

sino a che un testa di cazzo sarà oppresso io non potrò che essere oppresso e per di più depresso,

passo anche un traghetto, timbrano ancora passaporti e biglietti, la speranza lasciata dalla parte

a bruxell c’erano strade intere che offrivano camere a pagamento, ecco smobilitano,

guardo il tempo, ogni stazione ha la sua ora,

la bottiglia buttata dal treno segue il treno nella sua corsa anche una mia sputata,

anche il filo d’orina che centra il buco in pieno, tutto corre disperatamente alla stessa velocità,

solo quello che penso corre dalla parte opposta, altre volte invece corre molto più avanti,

sempre più vicino alle tenebre polari dico

 

 

 

 

*  Pubblicato da Assemblea, Giugno 1984

 

 

 

  

 




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