di punto in bianco
…le coincidenze, forse sono
dei fenomeni molto comuni. Si verificano in ogni momento intorno a noi, nella
nostra vita quotidiana. Ma della metà non ce ne accorgiamo neanche, le lasciamo
passare così. Come dei fuochi di artificio che vengono fatti scoppiare in pieno
giorno. Fanno un po’ di rumore, ma nel cielo non si vede nulla. Però se
desideriamo fortemente qualcosa, le coincidenze affiorano nel nostro campo
visivo portando il loro messaggio. E noi siamo in grado di decifrare il
significato in modo chiaro.
(Murakami Haruki, da “Percorsi
del caso” in I salici ciechi e la donna
addormentata, Einaudi 2010 )
Di punto in bianco era partita per Londra. Era un primo
addio al teatro, al fare, già a ventitre anni sentiva che doveva ricominciare. Aveva
appena finito di fare il mimo al Comunale con un regista che aveva fatto i
provini mettendo tutti in fila e eliminando dopo un’occhiata quelli e quelle
più bassi, per poi farli ballare dietro a un fondale con uno specchio in alto
che li rifletteva sul pubblico. Gli avevano fatto male lo specchio e di tutte
quelle loro giravolte la gente seduta a godersi la Tosca vedeva solo macchie di
colore, ammesso che le guardasse le macchie in alto mentre sotto cantavano,
pensava lei nel suo bel vestito da ballo. Macchie da cui non si capiva
l’altezza delle persone, pensava lei. La
cosa più bella era dopo la loro scena rimanere dietro a capire le viscere del
teatro e le piaceva in particolar modo quando Tosca si buttava e lei la vedeva
piombare sulla pila di materassi dietro le quinte. Rivede come fosse ora la
fatica con cui la cantante, non più giovane e in carne, si tirava su dalla
caduta, si ricomponeva il viso in un’espressione da Tosca e si preparava a
rientrare per gli applausi. Londra, un’altra vita possibile, durissima aveva
capito subito, con la casa di un amico che aveva la vasca da bagno in cucina,
per via della divisione dell’appartamento in due. Londra con i temporary job
che ancora in Italia non c’erano. Londra e una mattina in cui si era persa in
una delle mille periferie di casette e giardinetti tutte uguali e in un piccolo
parco aveva chiesto a una donna l’ora. Mentre la donna si metteva a frugare per
cercare, pensava lei, l’orologio si era
resa conto che era una specie di barbona, non proprio andata, ma malridotta, lo
sguardo acceso e i capelli arruffati. Voleva allontanarsi scusandosi brevemente,
ma le sembrava brutto, in fondo stava cercando l’orologio per aiutarla. Rimase,
imbarazzata, mentre la vecchia, ora la donna le sembrava improvvisamente una
vecchia, continuava a cercare. All’improvviso nelle mani della strega, così era
ora, apparve un lungo coltello da cucina. Un coltello puntato contro di lei.
Non ricorda gli attimi dopo questo attimo, la paura verticale li ha cancellati,
sa solo che si era messa a correre. Senza girarsi, senza sapere se era inseguita,
corse così tanto quasi da crollare appoggiata al muro dell’ingresso di una
metropolitana e ancora affannata dentro la stazione e poi dentro il vagone e
poi dentro una casa non sua, in una città non sua. Dopo tre mesi, era tornata
in Italia.
Della cena ora si ricorda solo quel frammento,
addirittura scontornato in puro discorso, nemmeno la faccia della persona con
cui stava parlando, solo la sua domanda e la risposta. Ricorda il nome della
persona e ricorda che non era una persona importante nella sua vita, ed in
effetti non lo è stata. Un professore di teatro ora, un cosiddetto
fiancheggiatore di cosiddette avanguardie allora. Lei di punto in bianco (di punto in bianco: nel linguaggio
militare con l'espressione tiro di punto in bianco si indicava «il tiro di
artiglieria senza elevazione, quando la linea di mira si teneva orizzontale,
corrispondente nell'apparecchio di mira a una posizione zero, non contraddistinta
da alcun numero – in bianco –»), di punto in bianco si era girata verso di lui
durante le solite chiacchiere teatraleggianti che tanto annoiano i comuni
mortali quando si trovano a certe cene e gli aveva chiesto: ‘cosa faccio
secondo te, mi cerco un lavoro e mi tengo il teatro come passione o lo faccio
come professione?’ e lui aveva risposto (senza sapere di essere un oracolo, un
dio del caso) ‘fallo come lavoro’. Fine
del ricordo. Gli aveva ciecamente obbedito.
Il suo dirimpettaio, attore, mai amico, solo chiacchiere
sulla porta, un giorno le dice ‘se vuoi ho una dritta di lavoro’ e lei ‘dimmi’,
‘beh – le dice – si guadagna bene, ma non ti impressionare, è doppiaggio
pornografico’. Allora lei ‘no, non me la sento’ e poi ‘ma tu?’ e lui ‘è
uno della Rai, lo fa come lavoro extra, una persona a posto, lo studio è a
piazzale Clodio, siamo tutti attori’. Lei ci va, i soldi le servono, e si
ritrova con gente che studia copioni nell’attesa del turno. Il lavoro non è
difficile, pochi anelli di dialoghi e molti fiati, tutti insieme nella stanza,
senza sinc, accucciati per terra, seduti, a gemere e a singhiozzare di piacere.
Si vergogna, ma continua, due, tre turni la settimana, soldi che arrivano, e
anche il suo amato omeopata antroposofico quando lei gli dice con che soldi lo
sta pagando dice ‘una buona cosa, ti ci vuole, sei troppo aerea, questo ti
aiuta a incarnarti’. Donne grasse, ricorda, anelli e piercing ovunque, scenette
ridicole e dialoghi minimalisti. Dopo qualche mese aveva smesso.
Monteverde, lo studio di un agente, lei seduta con le
foto sul tavolo. Lui che dice ‘non sei bella ma non sei neanche una
caratterista, non sembri italiana ma non sei straniera, non puoi fare la moglie
perché non sei rassicurante ma nemmeno l’amante, non sei seduttiva, ma nemmeno un’ingenua,
non sei una cattiva, ma non puoi nemmeno fare la vittima’. Le aveva restituito
le povere foto e lei era rimasta subito fuori la palazzina appoggiata ad una
specie di siepe con un filo sottile di nausea che non la faceva tornare a casa.
Il sole stava tramontando dietro le case. Aspettava se stessa reagire, ma non
succedeva. Si è sempre dispiaciuta di non essersi arrabbiata, di essere rimasta
di fatto colpita da quella infilata di proiettili sparati con noncuranza.
Un ragazzo riccio, romano che faceva gran belle foto ai
tram di notte, ferroviere. Quando passava col treno dalla Stazione Tuscolana le
suonava e secondo lui, lei dalla casa al Mandrione, doveva riconoscere il lungo fischio tra i
mille treni che passavano. Voleva fare i soldi, aveva mollato le ferrovie e
aveva aperto un ristorante a San Lorenzo. Li aveva fatti i soldi, grazie ad una
cuoca pugliese davvero brava e alle figlie di questa. Coi soldi era andato a
Cuba e i soldi glieli aveva portati via tutti una di là e lui era andato fuori
di testa, così aveva saputo anni dopo. Lei ad un certo punto aveva cominciato a
lavorare lì qualche sera, come cameriera, e non le dispiaceva, a parte il fare
tardi la notte. C’era una dolcezza nel tornare a servire ai tavoli come quando
era ragazza e si pagava gli studi, e poi la gente in cucina era sorprendente,
l’aiuto cuoco pachistano, il cileno lavapiatti, la ragazzona ancora giovane con
figlia a carico che soffriva di forti mal di testa. C’era affettuosità in
quella cucina, per un breve periodo aveva anche insegnato un po’ di italiano al
figlio del pachistano ed era andata col tram sulla Prenestina in una casa piena
di gente, con i letti divisi dall’armadio e una donna di cui ricordava poco – non
parlava l’italiano – che lavava i piatti con i guanti di plastica arancioni e
le sorrideva delicatamente. Era il ristorante dove andava Nanni Moretti e altra
gente di cinema e teatro, a lei piaceva servire Moretti quando veniva, ordinava
sempre le stesse cose (lasagne vegetali, ceci e cicoria) anche se lei ogni volta
provava a dirgli tutto il menu. Una volta lo aveva convinto a prendere un dolce,
una crema al limone con le fragole. Una sera era stanchissima, triste e lui se
n’era accorto e la cosa l’aveva colpita. Le aveva detto ’perché non vai a casa’
e a lei erano venute le lacrime agli occhi e gli aveva docilmente obbedito,
chiedendo di andare via prima. Una volta che era andata a lavorare a pranzo,
arrivò una compagnia teatrale che conosceva, rumorosa e su di giri e lei per la
prima volta non se l’era sentita di uscire in sala e aveva chiesto di stare
alle insalate in cucina. E mentre tagliava le verdure aveva guardato fuori, non
verso di loro, ma verso la porta che dava sul retro e si era detta ‘io sono
brava, io lo so di essere brava’. Ma non bastava. Come sempre inchiodata a se
stessa, pensava senza saperlo al mirino, ai numeri nei cerchi, al punto zero,
alla linea di mira orizzontale. Pensava al futuro perché nell’aria sentiva
l’ondata dei propositi, delle scommesse, dei desideri degli altri. Decise. Dal latino
«tagliar
via, mozzare». Uccidere ha la stessa radice, è quella che da
adolescente chiamava ‘la mentalità del coltello’: taglia ciò che è incompleto e
guarda, ora è completo perché finisce qui. Tagliò via il suo bisogno di
purezza, la sua invisibilità.
Una volta a Bologna aveva visto Antonio Neiwiller. Un
lavoro su Pessoa, lui a letto e gente che correva intorno. Le era piaciuto
tantissimo, come se la vita fosse più importante del teatro e il teatro fosse
più importante di tutto. Fu una di quelle volte che superando la timidezza e
l’orgoglio scrisse una lettera da sconosciuta. Le dispiace ora non ricordare
cosa gli avesse raccontato di sé oltre a chiedergli se era possibile a
qualunque titolo seguire un suo lavoro. Non aveva ricevuto risposta, ma quando
lui venne con un altro lavoro al teatro delle Arti a Roma andò a vederlo – un
lavoro su Pasolini, toccante – e alla fine andò in camerino e gli disse ‘io
sono quella che ti ha scritto una lettera’ e lui l’aveva guardata come per
scegliere se dire o no, e poi aveva detto ‘sono malato, adesso è il caso che
stia con quelli che mi sono cari e vicini’. Era uscita, non aveva capito quanto
lui stesse davvero male, ricorda di essere andata via leggera, con la
sensazione che era lei che doveva prendere in mano il suo bisogno di fare.
Quando aveva dieci anni con l’amica del cuore giocavano
a fare le infermiere che curavano i feriti durante una guerra invisibile: senza
divise, letti, bende. Senza feriti, senza storie precise. Lunghe
improvvisazioni che duravano pomeriggi, che allungavano i pomeriggi, che
sollevavano i pomeriggi. Nella soffitta di casa, aperta sulla catena del
Lagorai. Senza pubblico, con una complicità totale verso se stessa e Giuliana.
Giuliana che da grande era davvero diventata infermiera e che poi era morta,
assurdamente morta sotto una valanga di fango scesa da una miniera un
diciannove di luglio. Giuliana che da morta era venuta una volta a trovarla di
notte e le aveva messo uno scialle sulle spalle a proteggerla dal male. A volte
sente ancora quel calore, leggero, penetrante. Protetta. Dal latino protègere, composto di pro, avanti e tègere, coprire: «prender la difesa, la cura; prestar soccorso,
appoggio».
gennaio/febbraio 2011