LETTURE
RUGGERO JACOBBI
      

Quaderno Brasiliano (e poesie scelte)

 

a cura di Luca Succhiarelli

con un intervento critico di Mario Lunetta

 

 

Fermenti Editrice, Roma 2010, pp. 148,  € 14,00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

 

La raccolta poetica di Jacobbi, finemente curata da Luca Succhiarelli, impreziosita da un’annotazione critica di Mario Lunetta, si apre con un omaggio, immaginifico e puntualissimo, che è, appunto, Un pensiero per Ruggero di Angelo Canevari, a tratteggiare squisitamente la doppiezza intersemiotica, la duplicità mitopoietica di un autore «plurilingue e plurioculare»[i], che sviscera la propria esperienza, personale ed artistica, «in una vera e propria ierogamia, in un matrimonio al teatro tra poesia e teatralità»[ii].

Canevari disegna un cavaliere in armatura d’ordinanza, impettito ed impeccabile nella posa simil plastificata delle schizofreniche linee curve, sbeffeggiate, per ironico contrappasso, da una tagliente matita scura.

Il cavaliere in questione, niente di più inatteso, è fieramente alla guida di una motocicletta, che s’intuisce fiammante di boati e velenosa di polveri sottili, mefistofelico veicolo a due ruote sul quale il ganzo di latta sfreccia irridente verso un personalissimo orizzonte da fondale scenico, imbastito e miniaturizzato da stolidi benchè filiformi mulini a vento.

L’atto immortalato da Canevari, però, è tutto racchiuso nell’irriverenza avanguardista di cui si macchia/sobbarca l’errante (non a caso) cavaliere centauro, tronfio e diligente nel tagliare la strada ad un canonico, rallentato, tardo viandante da soma, dalla resa stupefatta e inerte. 

La parodizzazione allegorica è talmente lapalissiana da non richiedere ulteriori delucidazioni, ed è proprio quest’immediatezza visivo-concettuale, sprezzantemente sagace, vivacemente istrionica, che fotografa già, con imperscutabile guizzo straniante, lo spirito del susseguente «corpus poetico jacobbiano, incidentato quasi presente, avverbiale dubitativo, magico-mantico ab antiquo, interesse dell’ornitomanzia o della dendromanzia»[iii].

Nel labirinto universale dell’autocoscienza critica, che è poi, di fondo, il Quaderno Brasiliano (1946 – 1960), lo stesso Jacobbi dirima e brandisce, a monito e proclama, un autobiografico, testamentario bandolo interpretativo, intessuto di rimandi e sapienzialità, quando afferma, Con passo leggero:

 

'(Mi manca il sentimento

delle cose familiari, dei possessi,

dei retaggi, degli affetti: ho solo il cosmo)' [iv]

 

Poeta, traduttore, narratore, saggista, storico, sceneggiatore, regista teatrale e cinematografico, radiofonico e televisivo: insaziabile esploratore culturale terracqueo, pangenetico orchestratore d’intelaiature artistiche, Ruggero appare, in un sintetico ossimoro virtuosista, vocazionalmente insoddisfatto e amletico.

 

'Sono certo di stringere in pugno

una manciata di me stesso, antica e arida:

ma, per beffa del vento, non vorrei

diventare un insano

seminatore... O questo? Proprio questo?' [v]

 

Jacobbi sente, eccome, di padroneggiare, foss’anche esclusivamente per se stesso, un mondo composito e articolato, che è pure solo un mondo, personalissimo appunto, digerito fra partenze e feste, rimescolato tra aeroporti e stazioni ferroviarie, agglutinato in un muto linguaggio che grida il silenzio, che invoca l’ammutinamento dei sensi, che ammortizza la morte con l’‘eccessivo amore’ per la stessa, che tace, nell’indecisione, il bisogno di un’appartenenza solidale, il sociale sentor panico di una solitaria impotenza.

E dove e quando e come (1980) racchiudere la poetica di un autore così multisfaccettato e indicibile, se non, ancora una volta, in una sorta di vademecum autogestito, in un epitaffio genialmente visionario, in una dichiarazione d'intenti di epifanica lucidità?

Raro imbattersi in dieci versi così indissolubilmente conniventi, così implacabilmente programmatici nella loro nettezza espositiva, così vividi nell'alacre elencazione del tutto-nulla in divenire, tanto da restituire all'eterno interlocutore meta-poetico la potente illusione di una pienezza compartecipativa, di un empatico, viscerale sodalizio con l'autore:

 

'poi si chiude la porta della chiesa barocca

poi si sveglia il cavallo sotto i portici della piazza

poi si accende la lanterna come un'ombra chissà dove

poi si sgretola il sasso sulla svolta della provinciale

poi si sfascia la macchina sul ciglio della federale

poi si addormenta il bambino sul balcone estatico

poi si abbracciano gli amanti davanti allo specchio

poi s’intorbida l’acqua per la forza di uno sguardo

poi si dice addio poi si muore si aprono i testamenti

poi si rimane nelle foglie nelle pietre nei nomi' [vi]

 

L’universo jacobbiano, dunque, onirico, metafisico, trasversale, si edifica su tasselli ambivalenti e misterici, mosaicizzati, per sistematica astrazione, a ridosso di un'ingombrante quotidianità, non esattamente sapida, ma mai abbastanza eterea per fortuna! da sollevare l’autore dal gorgo della compresente storia civile e dalla prammatica del dato oggettivato.

Così, la porta, esiziale topos del trapasso, dell’attraversamento indotto e della speranzosa via di fuga, si apre continuamente sulle dissestate strade dell’espressività corrotta e del malcerto disagio emotivo, a lasciar intravedere ipotetiche alcove, rassicuranti di rimando, perché popolate da amorevoli infanzie, ricolme di un bozzettistico calore umano, quasi un animistico monile da arredamento d’interni.

La lucentezza pittorica dei versi, filtrata attraverso le immagini dei ricordi, è sempre policroma e umbratile, flessuosa come fosse acquea, ventosa come la scioglievole corsa di un fiume in piena, alla furente ricerca di una diga ragionativa contro cui infrangersi.

E come marino, lo specchio del rispecchiamento poetico segna impenitente un autobiografico ostacolo di nostalgia, pone un intimo freno di deferente rimpianto, reinterpreta un’immagine svelata dell’io che vi si imbelletta, smascherando il travestimento jacobbiano in una sottile ansia del vuoto assoluto.

L’ansia è ancora quella della morte, della dimenticanza, del perpetuo infingimento che non sa farsi parodia, dell’incapacità semiotica della comunicazione autentica, della solitudine, artistica e personale, che appesta il vuoto degli affetti e delle sospensioni linguistiche.

La scrittura tentacolare di Ruggero Jacobbi, nella sinestesia del ritmo imprescindibile che scandisce «splendide scheggie di malesseri esistenziali controllati da una retorica della contraddizione, da un dèmone dell’ambiguità e dell’irrisolvibile»[vii], tenta essenzialmente di dar risposta alle eterne interrogazioni su cui si articolano i percorsi della vita, in un’inesausta maturazione antropomorfica, che si compie, per tappe logiche, come una teoria estetica e si esplica invero, fatalmente, come una Ballata II:

 

'sì e poi sì e il si dell’ombra

questa faccia de(sola)ta

sì e poi no nel no del tutto

a lavarsi nell’ondata

già rifatta nel gran rutto

della miniera di lava

poi quel sì che il no riscava

poi quel no quel sì dell’ombra' [viii].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[i]     Un presagio, L. Succhiarelli

[ii]    Un presagio, L. Succhiarelli

[iii]    Un presagio, L. Succhiarelli

[iv]    Rio, 1947

[v]    Praia do Flamengo. Rio 1950

[vi]    Poi si chiude la porta della chiesa barocca

[vii]   L'inedito e il Postumo come soli generi letterari, Mario Lunetta

[viii]   Roma, 1960




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