LETTERATURE MONDO
MIGUEL SYJUCO
Le dubbie illuminazioni
di un essere
dalle mille facce

      
“Ilustrado” è l’ammirevole romanzo d’esordio di un 36enne autore di nascita filippina, ma poi cresciuto tra Stati Uniti e Canada, che si sviluppa come una sorta di narrazione-destrutturazione in chiave decolonizzante e anti-esotica del caos della sua nazione d’origine. Il libro, a partire dal suicidio di un semisconosciuto scrittore filippino e dall’indagine che conduce su di lui uno studente, si presenta come un ibrido tra noir fiabesco, quest allegorica, trattato sociologico e storico divertito, cronaca autoreferenziale lastricata di impronte surreali e un pamphlet sulla letteratura del contraddittorio paese asiatico.
      




   

di Sarah Panatta

 

 

Analisi cerebrale a nervi scoperti della/nella “coscienza sporca” di una nazione-circo. Acrobazie-demolizioni di una lingua che ospita gli “uni” deragliati di “uno” straniero a se stesso. “Autoplagiario” semiserio di esistenze parallele, folgorate dal “prima” di ripetute dominazioni e catapultate in molteplici inanellati “poi” di fasulla indipendenza. Biblio-biografia romanzata, reset storico-critico frantumato delle fasi confuse e sconcertanti del costume umano e sociale filippino. Paragrafi d’intreccio come punti ingannevoli di una trama/costellazione/miraggio, sliding doors meta-testuali, semi di delirio post coloniale diffusi come pollini di allergica vitalità formale e concettuale. Un primo passo da gigante brontolone, demenziale, iconoclasta e visionario: Ilustrado[1], opera-esordio stratificata di Miguel Syjuco, trentaseienne rampante (forse ex rampollo pentito), nato filippino, “cresciuto”, comodamente intruso, nell’accademia culturale wasp degli States disuniti, adottato dallo “svizzero” Canada.

Ilustrado esplode discreto eppure ardito e allucinante sotto le (costantemente mentite) spoglie di un ibrido tra noir fiabesco, quest allegorica, trattato sociologico e storico divertito, cronaca autoreferenziale lastricata di impronte surreali,  pamphlet sull’habitat della letteratura (filippina) attuale. L’autore simpatizza mimetico, ma senza ammiccamenti, con la neo-avanguardia europea, da Robbe-Grillet a Calvino, danza impertinente con lo scheletro teorico di Saramago e di Bolaño, rintraccia e sviscera dostoevskijane egoistiche solitudini, si fa allusivamente carico dell’infinita tradizione classica stretta tra Sofocle ed Euripide, rivestendo di un manto pseudo edipico personaggi in cerca d’autore(volezza). Con una narrazione che aspira ad una satira[2] totalizzante il giovane scrittore ricaccia con energica sfrontatezza il senso del suo mastodontico lavoro nell’epilogo/ribaltone/confessione.





La stessa fiction dell’“illuminato[3]” Syjuco inizia materialmente dalla sua fine, e necessita di ri-letture, possibilmente unitarie e cronologiche, se non tematiche, per essere assorbita con un godimento che non sia superficiale rapimento estatico né convincimento arreso da lotta consumante. Ilustrado scardina sin dal primo, a tratti gravoso, centinaio di pagine le convenzioni rassicuranti del romanzo canonico, gettando nell’incipit l’esca di un appetitoso crimine in stile thriller da camera, iper-descrittivo ma scorrevole, che lascia tuttavia impantanare e smembrare ineluttabilmente il proprio flusso omogeneo in miriadi di affluenti, fossi, piccole cascate.

Quello che sembra partire come la ricostruzione diligente e incalzante, da parte dell’ambizioso studente Miguel, della vita di Crispin Salvador – prolifico scrittore filippino, morto suicida, semisconosciuto al vasto pubblico, emigrato negli USA per internazionalizzare la mente e i guadagni – diviene contemporaneamente autobiografia dello stesso studente, testimonianza progressiva delle vicende delle Filippine degli anni 2000 e di quelle delle sue eminenti famiglie, saggio sull’ipocrisia umana estesa in ogni campo e rango.

Non si distendono ponti esplicativi tra un tassello e l’altro, mentre brandelli di blog narcisisti, stralci di mail private e geniali barzellette al vetriolo (a puntate) si innestano sulle istantanee della vita del famelico Miguel. Egli dipana e “denuda” la propria routine con franchezza, palesando indirettamente il legame a doppio filo che lo unisce alle memorie e agli atti di Crispin, a loro volta diluite o assiepate nei metaforici brani dei libri di quest’ultimo, sparsi come tappe di meditazione nel romanzo. Il vero protagonista, Miguel, seguito da una voce “corsiva” e invisibile – unica carta segretamente scoperta del gioco di Syjuco –  passa ossessivo da un aereo ad un maxi-taxi, da New York a Manila, da una stanza d’albergo all’altra, da un drink proibitivo a un tiro di cocaina, dal ricordo della compagna ambientalista e naif Madison, ai profili sinuosi della nuova fiamma Sadie, da un party poetico grondante compiaciuti stereotipi ad un’inondazione biblica, da un ritaglio di giornale isterico ai prodromi manipolati di una rivoluzione di popolo. Se la convulsa, sincopata ring composition di Ilustrado spaventa a causa del suo frullato di tecniche, generi e intenzioni, scagliati nello scarico di una wonderland filippina inebriante, sorprende per merito dell’inusitata maturità, preveggenza e caparbietà con cui Syjuco maneggia, confonde e calcola i “pezzi”.

Rasoiate di cinismo firmano come marchio di fabbrica un testo che brama esplorare i solchi sanguinanti e le fogne tossiche della storia filippina, segnata nei secoli da occupazioni spagnole, nipponiche, americane (coriacea quella delle multinazionali USA) e dall’ingenuità opportunistica degli indigeni-marionette; denigrare le attitudini della sedicente critica militante del Paese, intenta alla propria decrepita coppa di champagne colma di sudici compromessi; estirpare la spina dorsale della letteratura filippina, incastonata di alcuni libertari capolavori, ma atrocemente lordata da palate di opere asservite alla logica del mercato occidentale, traboccanti ritratti insipidi, bidimensionali, ma ben confezionati, di un’imbelle nazione “colf”.

Syjuco travolge anche se stesso e i propri mentori, spulcia, defrauda e ridisegna il proprio background, cercando di delineare la parabola discendente delle utopie borghesi, immaginando con candore e sarcasmo la storia nelle storia di Crispin, “tigre” in gabbia, inetto risucchiato da una promessa di fama su due continenti, ma rapito dalla testarda, anarchica diversità del suo studente seguace. Discendente atipico di ricchi, incestuosi coltivatori di canna da zucchero, invischiati da tempo immemore con la politica locale, Crispin ha scelto nella fuga al sole dell’ovest la soluzione alla propria cromosomica inadeguatezza, al bisogno di evadere da sé e di stigmatizzare un cosmo multietnico e poliglotta (le caleidoscopiche Filippine) immergendosi (per annullarsi in quanto membro razziale, fenotipo culturale) in un altro, una culla matrigna e magnetica (gli USA[4]) di anonimato.




Michele De Luca, Taratura della luce, 1994, olio su tela cm 60x80


Vivendo la migrazione come dimensione subita di (ri)educazione personale prima e di distacco consapevole dall’abbraccio opprimente dei nonni dopo, Miguel si sottrae al fetore delle opinioni accettabili e alla contaminazione dei sotterfugi della politica filippina (scaltro Grande Cugino multimediatico di quella asiatica filo-occidentale). Mendicando una “collocazione” indolore nel mondo Miguel si accorge disgustato e sollevato (quanto Crispin) di non corrispondere a modelli prestabiliti, e ripudia la fauna che lo circonda[5], così come l’autore alter-ego di Ilustrado si fa ectoplasma identitario, dileguandosi (dentro e fuori il romanzo) dalla marcescente schiavizzata modernità di tutte le “Filippine” della Terra.

Il libro di Syjuco è allora ammissione-espiazione di colpa, tentativo di smitizzazione, travaglio simultaneo di schemi comportamentali e letterari, cadavere risvegliato e brutale di una coscienza fuori dal tunnel dell’omologazione, denuncia eccentrica della prassi idiosincratica che fa e farà sempre dell’umanità una creatura smemorata, egocentrica, fuori asse. Posticcio essere dalle mille facce – come il frutto simbolo delle Filippine, lo spigoloso balimbing[6] – di cui Syjuco canta esilarante le sorti, manovrandolo con  paradigmatiche rime, “para lograr lo imposible” tentando “lo absurdo”[7].

 



[1] Pubblicato in Italia da Fazi Editore, Roma 2011, traduzione di Enrico Terrinoni, prefazione di Joseph O’Connor, pp. 469, € 19,50.

[2] Syjuco ne cerca e coglie felicemente il senso latino antico, facendo della propria satira il piatto di portata di un festino meta-letterario, il calderone bollente in cui si mescolano tradizioni, sociali, politiche e culturali dall’800 ad oggi, strumenti linguistico-comunicativi disparati, maschere formali che vanno dalla commedia shakespeariana al giallo al diario.

[3] Traduzione dallo spagnolo ilustrado, titolo-bandiera del romanzo (se così è concepibile sintetizzare la natura molteplice di Ilustrado). Syjuco ha usato il titolo come sinossi e veicolo ermeneutico dell’opera, ma al contempo come strumento-guida ingannevole. Ilustrado riprende infatti, al singolare, il titolo di una delle opere dell’immaginario autore, Crispin Salvador, raccontato dall’altrettanto immaginato protagonista del romanzo, Miguel, doppio non doppione dell’autore. Ma l’illuminazione cosciente, la speranza implicita di trovare un nesso nel marasma esistenziale ed identitario del romanzo, trasmessa dal vocabolo è soltanto una possibilità, un desiderio, una monade bloccata nel passaggio tra finzione e realtà.

[4] Quell’America delle opportunità al ribasso, dove anche un killer professionista si perderebbe dietro gli sconti al neon degli outlet parassiti prima di trovare la propria commissionata vittima; dove i ben pensanti si radunano come fashion victim intorno al buffet pieno di dadini al prosciutto offerto all’ennesima, bolsa, vomitevole presentazione-mostra-meeting d’arte; o dove l’apolide professionista, fiero del proprio disincanto rispetto alle cicliche nefandezze in cui resiste la civiltà, è attratto comicamente, come disgraziata ape, dal miele abbacinante della “tentazione” all’ipocrisia (v. pp. 260-291 di Ilustrado).

[5] Emblematiche le scene dei litigi nel suo appartamento newyorkese con la compagna politically correct, memorabili i lampi di vita sprecata nella classe economica di aerei diretti a “casa” (microcosmi in scatola della rigida demarcazione in caste che distingue la civiltà cosiddetta urbana da quella selvaggia) o le vedute liquide di una Manila lisergica, prostituta bifronte di una tempestosa Babilonia filippina.

[6] Ilustrado, p. 379 segg.

[7] Ivi, pp. 458-459.




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