TEATRICA
PER BENEDETTO SIMONELLI

Il camminare
e il sentiero
delle visioni


      
Un breve scritto dedicato all’artista ‘underground’ che vive da anni a San Polo dei Cavalieri, sopra Tivoli. Un poeta-performer dell’avanguardia teatrale anni ’70, autore al tempo di azioni sceniche assai intense e anche violente, che si è da molto tempo ritirato a vivere in campagna, operando nella natura, producendo una letterale ‘arte in cammino’. Una sorta di ‘santo viandante’ che si è dato come scopo quello di orientare il suo ‘poiein’ verso una riconciliazione con le forze della terra, dell’aria, dell’acqua e del fuoco.
      




      

di Bruno Roberti

 

 

“Si fa il cammino con l’andare” , si diceva in antico,  o “la strada la scopri mentre sei in cammino”, come scriveva de Unamuno, o ancora, seguendo le tracce delle parole di Henry David Thoreau, “amo immaginarmi cavaliere di un nuovo, o meglio, di un antico ordine, più che dei Cavalieri, dei Camminatori (…) lo spirito eroico e cavalleresco che apparteneva un tempo al Cavaliere, sembra ora rivivere, o forse aver sedimentato, nel Camminatore”.

 

L’opera e il pensiero, l’estetica e l’etica circa Benedetto Simonelli, questo è l’invito e questo è l’andare, il ricercare, come in una tessitura di voci e di gesti qui convocati. L’operare in azioni, eventi, opere filmiche di Benedetto, laddove il fare artistico è anche gesto morale, assume il senso nel dipanarsi del cammino, diventa opera e traccia lungo i suoi passi, si trasforma in volume concreto da “trasportare” e si fa leggero e “volatile”, come in una sublimazione alchemica, nel suo rendersi alle mutazioni naturali degli elementi, al loro stato di passaggio, da acqua a fuoco, da terra a aria, come se dal tereno spuntazzero le ali, come se l’immergersi con la testa nell’acqua diventasse battesimo ardente di fuoco, e il silenzio si facesse pro-fezia e soffio, fiamma che esce dalla bocca, crepitìo inaudito.  





Benedetto Simonelli
(ph. M. Palladini)


Allora ciò che viene evocato e convocato è un pensiero che “opera”, cioè un “poiein”, e un’opera che concretizza nel gesto semplice e forte il pensiero, tutto un suo retaggio immediato e filogenetico. E ciò  anche attraverso le foto e il filmato di un segnavia riemerso nel tempo che vede intrecciarsi, sotto il segno dei sentieri e delle radure heideggeriane, due scritture visive che hanno il lampeggiare dell’azione sedimentata: i passi, l’inoltrarsi  e l’accendere il fuoco (azione minima e gigantesca come ricorda un racconto di Jack London “Farsi un fuoco” ) di Benedetto che riecheggia e risuona nella memoria incontrata del fotografo Serafino Amato.

 

Ecco allora che ogni cammino va oltre le sicurezze e si fa strada nell’esperire, lo si ricostruisce in un infinito riorientarsi. E questo, nell’andare, nel camminare, nel mettersi in movimento è anche rivoluzione, è mettere in un paradossale stato transeunte di coscienza e di visione l’opera di trasformazione. In questo modo lo stesso abitare di Benedetto, il suo mettersi in sintonia con una sorta di “genius loci” , diventa segno e opera, una sacralizzazione dell’orientarsi “San Polo”, una attitudine al cammino, alla via dei “cavalieri” nel suo “camminare” dentro e con la natura, accompagnandone la genesi e ri-facendola, ripercorrendola, come sentiero di visione.

 

 




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