| |
di Marco Palladini
|
|
Giancarlo Cauteruccio al centro, tra i profughi africani in Clan+destini (2011)
|
Confricazioni virtuose o pericolose fra
teatro e realtà. Al Festival “Fabbrica Europa” (Stazione Leopolda, Firenze) il
regista Giancarlo Cauteruccio allestisce Clan+destini una sorta di
performance scenica di cui sono protagonisti un centinaio di profughi, scappati
dalla Libia in fiamme e ospitati dalla rete di accoglienza istituita in vari
comuni dalla Regione Toscana. Cauteruccio non chiede ai rifugiati africani di
‘fare spettacolo’ recitando, ballando o cantando, ma di ‘dare spettacolo’ con
la loro presenza, con la loro testimonianza dell’odissea vissuta. E nel momento
in cui il reale della cronaca storico-politica entra in scena direttamente,
ecco che si sospende la fiction, che il teatro come metafora viene messo ‘fuori
scena’. La stessa presenza autobiografica di Cauteruccio sul palco, che
esibisce il suo beckettiano fin de partie
in calabrese, esibendo la sua vorace obesità, assistito da una danzatrice, appare
un di più, quasi un elemento incongruo, perché la finzione non ‘tiene’ di
fronte alle tragedie reali.
Lo compresi molto bene nel luglio del 1985
quando vidi, al Festival di Santarcangelo, gli allora Magazzini Criminali
allestire una speciale edizione del loro Genet
a Tangeri nel mattatoio comunale di Riccione e lo spettacolo si incrociava
con l’uccisione e il dissezionamento di un cavallo. L’ammazzamento reale
dell’animale, il sangue vero dell’equino versato sul pavimento di colpo
svalutavano tutta la rappresentazione a inutile prosieguo, rendevano persino le
parole di Jean Genet sul massacro di Sabra e Chatila superflue e inadeguate,
perché dopo una morte vera non puoi continuare a ‘re-citare’ la morte.
Dinnanzi alla realtà tragica il teatro non
può farsi ‘tragedia’, si ‘autosospende’ nel suo ontologico statuto finzionale
ed estetico, e si tramuta in atto politico di denuncia, di solidarietà, di
testimonianza. Così, necessariamente Clan+destini
termina con la rottura della ‘quarta parete’ e con un minimo, ma significativo
gesto d’incontro tra i rifugiati e gli spettatori, tutti assieme dentro-fuori
il témenos scenico, che non può che negarsi come ‘luogo separato’ per offrirsi
come luogo di contatti, di compresenza, di condivisione, se si vuole di
con-fusione. E forse ridiventando qui un gesto politico-simbolico rituale,
ovvero teatrale.
La medesima ansia di rottura della ‘quarta
parete’ si riscontra nel finale dell’ultimo spettacolo dei Motus Alexis,
una tragedia greca (Teatro India, Roma). Quando la performer prediletta
del gruppo romagnolo, Silvia Calderoni, mima il gesto di lanciare un pietra (o
una molotov) e prima chiama ad unirsi i suoi tre compagni di scena, poi insiste
come una novella pifferaia di Hamelin: “E se fossimo in cinque… in sei.. in
sette… in otto…”. E uno dopo l’altro una ventina di giovani spettatori scendono
nell’agon scenico a lanciare pure loro un immaginario, ipersimbolico sasso
contro il potere e le ingiustizie del mondo. Qui i Motus di Enrico Casagrande e
Daniela Nicolò sembrano toccare, una quarantina di anni dopo, gli stessi limiti
di impotenza e di insufficienza del teatro rispetto al reale, sperimentati dal
Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina. Ricordo ancora negli anni ’80
del secolo scorso uno spettacolo del Living a Roma che finiva o meglio
transfiniva, ossia continuava con una comune fuoriuscita dal teatro, andando
tutti insieme, attori e spettatori, in corteo davanti all’ambasciata americana,
per una veglia di pace e sit-in, poi rapidamente sgomberato dalla polizia come
“manifestazione non autorizzata”. Ecco appunto, uno spettacolo che esce dal
teatro e si trasforma in una manifestazione politica in strada è un rito ‘non
previsto, non autorizzato’, che forse ancora si illude che con l’arte si possa
‘fare la rivoluzione’.
|
|
Silvia Calderoni in un filmato di Alexis, una tragedia greca (2011)
|
Tutte le ambiguità e le contraddizioni di una
simile pulsione sono sottesi, mi pare, a quest’ultimo lavoro della compagnia di
Rimini, punto terminale di approdo dopo la loro trilogia dedicata ad Antigone (Let the Sunshine In, Too Late!, Iovadovia). Che con il precedente ciclo di spettacoli chiamato X (ics) Racconti crudeli della giovinezza
(titolo ispirato al secondo film di Nagisa Oshima) ha segnato una vera svolta
estetica e politica nel teatro dei Motus, che all’alba degli anni ’90 si erano
distinti per una serie di allestimenti di impronta neo-pop, glamour,
piacevolmente edonisti, iper-postmoderni con tutti i loro richiami ai feticci
della moda, del rock e della discoteca. Poi, nei trascorsi ‘anni zero’ c’è
stata una progressiva maturazione e presa di coscienza in direzione di un
teatro attento al sociale, all’emarginazione, un teatro ‘neo-impegnato’ che
esplora il ‘fascismo quotidiano’, ma senza cedimenti neo-neorealistici,
conservando tutta la grammatica artistica e tecno-visuale del gruppo orientata
ad una sintesi video-scenica non più decorativa, ma fortemente mirata.
Come avviene in Alexis, dove si propone una ravvicinata ricognizione
sull’adolescente greco ucciso da un poliziotto ad Atene nel quartiere di
Exarchia, il 6 dicembre del 2008, un omicidio che fu l’innesco di una serie di
manifestazioni, di rivolte anche violente di piazza che si sono poi intrecciate
con la grave crisi finanziaria della Grecia e con le proteste di massa per la
politica di duri tagli sociali varata dal governo presieduto da George
Papandreou. Il tutto filtra attraverso i filmati girati nella capitale greca,
proprio ad Exarchia, attraverso le interviste a vari giovani militanti
ateniesi, attraverso la presenza direttamente sul palco della 29enne Alexandra
Sarantopoulou, partecipe del movimento giovanile greco, che racconta gli
avvenimenti, spiega le forme di lotta, traduce i graffiti che appaiono sullo
schermo, testimonia la rabbia, il dolore, il disagio, la volontà di
sollevazione e di resistenza della sua generazione nel guado di una
pesantissima situazione economica.
Certo, a volte lo spettacolo sembra una forma
del vecchio teatro-cronaca debitamente aggiornato e che, poi, si interseca con
alcuni frammenti di dialogo dei precedenti spettacoli con la iper-cinetica e
ginnastica, biondo-punk Silvia Calderoni/Antigone, con Benno
Steinegger/Polinice e con Vladimir Aleksic/Creonte. L’idea di sovrapporre
l’immagine dell’insepolto Polinice, fratello di Antigone, alla figura del
povero Alexandros-Andreas Grigoropoulos, il ragazzino quindicenne freddato da
un agente e lasciato a lungo per terra sull’asfalto insanguinato, funziona mi
sembra abbastanza bene, poi però sopraggiunge un sorta di ulteriore
straniamento tardo-brechtiano con auto-riflessioni, dubbi, confessioni personali
sul filo della domanda sottesa all’allestimento ideato e diretto da Enrico
Casagrande e Daniela Nicolò: “Come trasformare l’indignazione in azione?”.
E qui mi pare che per ansia di gettare troppa
carne al fuoco, lo spettacolo sbandi, perda di lucidità, o forse semplicemente
esibisca il suo smarrimento di fronte ad una materia che si riattualizza di
giorno in giorno nell’Europa della crisi, dell’esercito dei giovani precari,
delle adunate di massa degli “indignados” oggi in Spagna, domani, forse,
dappertutto. Perché, ripeto, come sperimentò quarant’anni prima dei Motus, il
Living Theatre, il teatro non può passare alla ‘azione diretta’ senza
autonegarsi, senza cessare di essere teatro. Il teatro è in quanto è azione
figurata, metaforica, simbolica o allegorica, se oltrepassa il filo invisibile,
magico e potentissimo della scena, diventa altro da sé, diventa azione politica
ed obbedisce ad altre leggi e dinamiche. Se la dimensione anche di violenza
ritualizzata del teatro si tramuta nel rito della lotta politica reale entra in
un’altra semiosfera, dove bisogna ‘fare altro’.
Così, i Motus mi sembrano oggi, dopo questo Alexis, ad un bivio, davanti al dilemma
del ‘che fare?’ (antico quesito leniniano). Sarà interessante vedere come
proveranno a risolverlo.
|
Una scena di Alexis, una tragedia greca (2011), regia di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò (ph. Valentina Bianchi)
|
Scarica in formato pdf
|
|