SPAZIO LIBERO
EUROPRIDE
Orgoglio e pregiudizio: la festa dei diritti
e il carnevalismo quotidiano


      
Lo scorso 11 giugno un fiume multicolorato e multidentitario di un milione persone ha invaso pacificamente e allegramente le strade di Roma, per celebrare a suon di musiche e danze la giornata internazionale della comunità Lgbt. Intanto la maggioranza del parlamento italiano a fine maggio ancora una volta ha mancato di approvare la legge contro l’omofobia, un semplice provvedimento per adeguare la legislazione nostrana alle normative europee.
      



      

di Tiziana Colusso

Foto © T. Colusso









Quest’anno il multicolorato e supersonoro caravanserraglio dell’EUROPRIDE, la giornata europea dell’orgoglio omosessuale che toccava alla “sacra” Roma ospitare il giorno undici di giugno, faceva uno strano effetto di tenera innocuità, ivi compresi i “cattivoni” muniti di costumi in pelle e sguardi torvi. Da anni mi piace partecipare all’evento, al di là di ogni domanda sull’identità, fluidamente disciolta nell’amorosa marmellata omo-bi-trans candita di curiosi, turisti e pellegrini, come una bottiglia senza messaggio nell’onda, vuota-a-perdere per un giorno nelle strade di percorsi altrimenti fin troppo sobri: ma quest’anno, mentre fotografavo dalla postazione rialzata ma instabile di uno dei carri, ho provato per la prima volta un’acuta melanconia da carnevale.





La politica, esiliato a suo tempo il grigiore ingessato dell’era democristiana e il rosso monotono di comunisti tutti-di-un-pezzo nel corpo e nella mente, ci ha abituati a decenni di carnevalesche disinvolture: prima i nani e le ballerine degli anni socialisti, con ministri scamiciati e sudati nelle discoteche, ed ora una permanente Corte senza Miracoli di illusionisti, faccendieri, prestanome, trafficanti e utilizzatori finali di carne umana cruda e preferibilmente soda, per non parlare di neo-vichinghi cornuti e crociati autoconvocati, che imbastiscono quotidiane e stucchevoli esibizioni, rendendoci voyeur più o meno involontari. Con l’illusione di essere tutti festaioli postmoderni di mestiere, mentre il nostro ruolo è soltanto quello di sbirciare i sollazzi dei manovratori, o di rimanere ipnotizzati in pigiama nel fondo delle poltrone di fronte alla TV, con la condanna a  raccogliere tutti i cocci politici ed economici dei giorni seguenti alle sbornie.









In aula, quando a fine maggio si è dovuta votare l’ennesima proposta di legge sull’omofobia, dopo un tormentone di bocciature e di emendamenti che va avanti dal novembre 2009 – data in cui la ministra delle pari opportunità aveva annunciato la volontà governativa di legiferare in materia – i politici goderecci, bunga-bungalesi o celoduristi barbari, si sono improvvisamente trovati compatti a resistere allo “scandalo” di una legge che in realtà intende semplicemente adeguare la legislazione italiana alle normative europee. Nessuna Sodoma &Gomorra in vista, che continuano ad essere riservate a chi può. Nonostante l’era della politica pecoreccia, ancora la consuetudine millenaria del “si fa ma non si dice” (e soprattutto non si legifera) ha vinto sulla cultura dei diritti e delle garanzie democratiche. E pazienza per i ragazzi che sono stati nell’ultimo anno pestati e mandati in ospedale in una recrudescenza di intolleranza omofoba, favorita dal clima politico diciamo non-sfavorevole…     





Pensando questo continuavo a fotografare, cantare e ballare sul carro dei miei amici del gruppo Buddista Arcobalena – eh si, i cristiani gay non si espongono, per non parlare dei musulmani, ma chissà perché i buddisti omosessuali o simpatizzanti saltellano tutti in bianco, soavi come angeli – portata dalla musica e da un’onda umana di un milione di persone, tutte le categorie mescolate: trans tormentate dai tacchi a spillo, famiglie con bambini, turisti, attivisti politici con i loro carri con tanto di simbolo del partito (solo due, a dir la verità), sado/maso in pelle nera e catenelle, ragazzi e ragazze abbracciati, ma anche persone di tutte le età, di tutte le scelte, di tutte le identità, o multi-identità o post-identità. Nonostante l’atmosfera carnale, gli abiti provocanti e la musica allusiva, il sentimento dominante non era di certo la lussuria, ma la lealtà verso se stessi e i propri sentimenti, nonché il coraggio di mettere in pubblico la propria faccia, magari con qualche distinguo per i più timidi, che indossavano magliette stile excusatio non petita: “Io sono etero però solidale”…





Mentre il corteo arrivava a Circo Massimo per il concerto finale, in ondate umane infinite, si creavano isole di silenzio da stanchezza, qualcuno disperso nella confusione camminava da solo e trasognato, i carri con la musica erano ormai volati al traguardo lasciandosi dietro un pulviscono di piccoli suoni: allora ho pensato d’improvviso ad un’altra marcia, apparentemente opposta, la camminata di consapevolezza che il monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh ha tenuto l’anno scorso tra Piazza Venezia e Piazza Navona, bloccando il parossismo pomeridiano della città in un silenzio fortissimo, quasi imbarazzante, sicuramente denso ed efficace come un pugno, tant’è che anche i rissosi automobilisti romani non osavano strombazzare per sgombrare la strada da questa strana congregazione silente, e i passanti ci chiedevano sottovoce cosa stava succedendo, rimanendo fermi ai lati della lenta marea guidata da un piccolo monaco in abito color fango. E se l’anno prossimo provassimo ad indossare, un silenzio fatto di un milione di respiri orgogliosi?












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