SPAZIO LIBERO
MARIO MONICELLI
La commedia all’italiana
del grande ‘artigiano
di Viareggio’


      
Uno sguardo critico sui film più significativi del regista suicidatosi a 95 anni lo scorso novembre. Una carriera luminosa, la sua, pur con non pochi alti e bassi, ma sempre con la lucidità sarcastica e cinica di saper raccontare il nostro Paese, senza mai farsi sopraffare dal buonismo imperante e dal ‘politicamente corretto’. Da “I soliti ignoti” a “La grande guerra”, da “L’armata Brancaleone” a “La ragazza con la pistola”, da “Amici miei” a “Un borghese piccolo piccolo”, a “Speriamo che sia femmina”, un percorso cinematografico, tra risate e amarezza, davvero ineguagliabile.
      



      

di Alessandro Ticozzi





Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni in I soliti ignoti (1958)


Viareggino classe 1915, Mario Monicelli iniziò la sua carriera realizzando dal 1949 in coppia con Steno una decina di film, spesso costruiti su misura per Totò: tra questi spicca forse il più completo del grande comico napoletano, Guardie e ladri (1951), che, nella storia dell’amicizia che si viene a creare tra un ladruncolo e il brigadiere che lo deve arrestare (il parimenti grande Aldo Fabrizi), racchiude in nuce le caratteristiche di risate e amarezza proprie di quella commedia all’italiana di cui appunto “l’artigiano di Viareggio” (come da titolo del documentario a lui dedicato dieci anni fa da Marco Cucurnia) sarà il regista più rappresentativo.

Preferendo Steno rimanere su un filone farsesco, Monicelli prosegue quindi da solo dirigendo alcune commedie in cui a mano a mano cerca di sperimentare nuovi registri stilistici, fino al magistrale I soliti ignoti (1958): con questo film egli infatti realizza la prima importante commedia all’italiana, in cui appunto l’elemento comico è definitivamente scinto dalle sue origini d’avanspettacolo e riprende la critica sociale dell’ormai tramontato neorealismo. Nonostante ciò, i momenti di divertimento non mancano, nella storia di un gruppo di improvvisati ladri che tentano un colpo al monte dei pegni, dopo essere anche andati a lezione dall’anziano scassinatore in pensione Totò, ma, facendo il buco sulla parete sbagliata, finiscono in una cucina e si consolano con un piatto di pasta e fagioli. La parodia dei noir francesi e americani allora in voga anche nelle sale italiane, con un esplicito riferimento a Rififì di Dassin, è evidente, tanto che il film darà luogo nel tempo a due seguiti (il modesto L’audace colpo dei soliti ignoti di Nanni Loy e il mediocre I soliti ignoti vent’anni dopo di Amanzio Todini), due pessimi remake statunitensi (Crackers di Louis Malle e Welcome to Collinwood dei fratelli Russo) e svariate imitazioni, senza mai però raggiungerne la freschezza e l’originalità. Da segnalare, in mezzo all’ottimo cast di protagonisti e comprimari (Renato Salvatori, Carla Gravina, Claudia Cardinale, Tiberio Murgia, Carlo “Capannelle” Pisacane, Memmo Carotenuto, Marcello Mastroianni), l’ottima prova di Vittorio Gassman nei panni del pugile suonato e balbuziente Peppe er pantera, ruolo con il quale il “mattatore” del teatro lo divenne anche della commedia all’italiana, dopo che l’industria cinematografica italiana e hollywoodiana lo aveva per anni ingabbiato nel ruolo di cattivo da fotoromanzo: Monicelli invece credette che, opportunamente truccato, potesse avere successo anche come attore comico, imponendolo contro il volere dei produttori e avendone alfine ragione.





Gassman e Alberto Sordi in La grande guerra (1959)


A questo punto Mario Monicelli passa a imprese più prestigiose, confermando la sua abilità nel realizzare storie corali con quattro film in cui l’ormai maturata commedia all’italiana si confronta con alcuni momenti fondamentali della storia passata del nostro Paese, riletti in chiave antieroica e antiretorica. La grande guerra (1959) è la storia di due fantaccini (gli straordinari Alberto Sordi e Vittorio Gassman, all’apice della loro arte recitativa) che sul fronte della Prima Guerra Mondiale fanno di tutto per evitare ogni pericolo, ma che, finiti per caso catturati dagli austriaci, preferiranno essere fucilati piuttosto che rivelare il segreto militare con il quale avrebbero avuta salva la vita. Forti le polemiche nei confronti di un film che, sia pure in mezzo a irresistibili battute e momenti comici, raccontava per la prima volta il conflitto del ’15-’18 non come una gloriosa avanzata dell’esercito italiano com’era stato scritto sino allora, bensì per quella “vittoria di Pirro” che in realtà è stata, dove milioni di soldatini furono mandati a morire da comandanti esaltati da fanatismi autoritari e miraggi di gloria per una suicida tattica militare, in una condizione igienico-sanitaria precaria quale quella della trincea. Alla fine però la pellicola vinse il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini, ottenendo un enorme riscontro di pubblico che la consegnò agli annali della storia della nostra miglior cinematografia, realizzando “la fusione, per certi versi insuperata, tra la critica di costume della commedia e una prospettiva di critica storica capace di affrontare il passato con la stessa lucidità e con lo stesso anticonformismo con il quale il cinema seguiva l’evoluzione della società italiana contemporanea” (Mario Sesti).

 

I compagni (1963) racconta invece con grande partecipazione e ispirazione deamicisiana la nascita del sindacalismo italiano, attraverso la ricostruzione di uno dei primi scioperi operai in una fabbrica tessile della Torino di fine Ottocento, al fine di ottenere migliori condizioni di lavoro, organizzato strategicamente da un professore socialista (un finissimo Marcello Mastroianni) che però sarà costretto alla fuga quando l’agitazione sarà repressa nel sangue. Intanto i lavoratori avranno imparato a battersi per i loro diritti. Una pellicola, dunque, dai toni politici molto forti – pur espressi attraverso il linguaggio della commedia caro a Monicelli – che all’epoca non ebbe grande successo commerciale, nonostante le favorevoli considerazioni critiche, perché in anticipo su temi che nel giro di alcuni anni sarebbero stati maggiormente sentiti: penso ai film di inizio anni Settanta di Petri e della Wertmuller, che pure forse eccedevano nelle soluzioni grottesche, ma anche all’inadeguatezza con la realtà più concreta di una certa intellighenzia così come sarà raccontato da Scola in C’eravamo tanto amati e La terrazza. Il dittico burlesco L’armata Brancaleone (1966) e Brancaleone alle Crociate (1969) vede protagonista un irresistibile Vittorio Gassman, condottiero fanfarone alla guida di un gruppetto di miserabili con il quale vivrà mirabolanti avventure. Un altro enorme successo di critica e pubblico per il grande regista toscano, entrato nella memoria collettiva grazie soprattutto alla geniale sceneggiatura da lui scritta con i grandi Age e Scarpelli, che inventa una comicissima lingua che mescola l’italiano volgare al latino maccheronico e propone un Medioevo vanaglorioso ed eroicomico figlio delle opere di Pulci, Cervantes e Calvino, opposto pertanto a quello dei poemi cavallereschi del Tasso o dell’Ariosto.





Monica Vitti in La ragazza con la pistola (1968)


Altri grossi successi al botteghino Monicelli li ebbe grazie a due film intelligentemente in linea con i mutamenti di costume nei ruoli e nell’emancipazione sociale che furono influenzati dalla rivoluzione sessantottina. La ragazza con la pistola (1968) è il film con il quale il grande regista viareggino lancia Monica Vitti come attrice brillante – l’unica vera “mattatrice” della commedia all’italiana, in grado di tener testa ai colleghi protagonisti del genere Sordi, Tognazzi, Gassman e Manfredi – dopo che si era affermata nella prima metà del decennio come “musa dell’incomunicabilità” nella tetralogia di Antonioni composta dall’Avventura, La notte, L’eclisse e Deserto rosso. Qui invece la troviamo scatenata nei panni di una giovane siciliana che, dopo essere stata sedotta e abbandonata, va a Londra per uccidere il suo spasimante Carlo Giuffré e lavare così il suo onore macchiato: alla fine, però, a contatto con le idee più libere e moderne in campo sessuale e sociale della swinging London muterà anche lei atteggiamento, preferendo unirsi ad un medico inglese suo spasimante. Dopo Vittorio Gassman, Monicelli quindi ricicla un altro interprete drammatico d’estrazione teatrale in chiave comica, con esiti parimenti felici: mentre il film, pur cedendo talvolta ad alcuni facili stereotipi, risulta efficace nel criticare l’allora retrograda società sicula, sulla scia del Germi di Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata, però con una soluzione apertamente femminista che pare in qualche modo ispirata al coevo caso di Franca Viola (la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore), che fornirà spunto a Damiano Damiani per il suo La moglie più bella. Sulla stessa linea Romanzo popolare (1974), dove alla fine la moglie bambina Ornella Muti lascerà il maturo marito sindacalista Ugo Tognazzi e il coetaneo amante questurino Michele Placido, dai quali si sentiva contesa come un loro possesso, per crescere da sola il figlioletto. Una pellicola che, ispirandosi ad analoghi precedenti di successo di Risi (Straziami ma di baci saziami) e Scola (Dramma della gelosia), racconta parodizzando lo stile narrativo e linguistico del fotoromanzo, che continuava allora ad essere ancora in voga, un triangolo amoroso sullo sfondo in fermento della Milano operaia degli immigrati dal Sud: e sono soprattutto i dialoghi (ancora curati dallo stesso Monicelli con Age e Scarpelli) ad essere la chiave della riuscita del film, con i tre protagonisti che parlano appunto come i personaggi dei fumetti illustrati, talvolta arrivando persino a commentare le loro azioni fuori campo. Particolarmente centrato l’eloquio sindacal-politichese ricco di metafore calcistiche del grande Tognazzi, non a caso curato dai meneghini Beppe Viola ed Enzo Jannacci, quest’ultimo anche autore della splendida colonna sonora, all’interno della quale spicca la bellissima canzone Vincenzina e la fabbrica.Enorme successo commerciale riscuote poi la mitica trilogia di Amici miei (1975, 1982, 1985), nata da un idea di Pietro Germi: ed è proprio il toscano Monicelli a girare i capitoli decisamente più riusciti – appunto i primi due – mentre il terzo, diretto da Nanni Loy, rimane un epilogo francamente deludente nel disperdere la malinconia e l’amarezza che, pur in mezzo al divertimento, stava alla base del progetto originale. La serie infatti è incentrata sulle “zingarate” di un quintetto di professionisti fiorentini di mezz’età, vale a dire le avventure e gli scherzi cattivi e goliardici – molti dei quali entrati nella memoria collettiva – nei quali coinvolgono sconosciuti, ma anche loro stessi, nel tentativo di esorcizzare le loro insoddisfazioni e fallimenti umani e/o lavorativi, ma soprattutto la malattia e la morte, che però alla fine colpirà improvvisamente due di loro (rispettivamente, il conte decaduto Mascetti-Tognazzi, destinato a rimanere paraplegico a seguito di una trombosi, e il giornalista Perozzi-Noiret).





Shelley Winters e Alberto Sordi in Un borghese piccolo piccolo (1977)


Per Un borghese piccolo piccolo (1977), tratto dall’omonimo romanzo d’esordio di Vincenzo Cerami, allievo di Pasolini e futuro sceneggiatore di fiducia di Benigni, Monicelli torna a lavorare con Alberto Sordi una ventina d’anni dopo il trionfo della Grande guerra, approfondendo in senso ulteriormente drammatico il suo personaggio di eroe negativo piccolo-borghese che è stato alla base della commedia all’italiana, arrivando a portarlo sino alle estreme conseguenze. Per la prima volta, infatti, in questo film non abbiamo più la commistione tra risate – sia pur spesso amare – e dramma caratterizzante dei migliori film del genere, ma una vera e propria scissione tra la prima e la seconda parte. Con uno sguardo impietosamente satirico debitore della coeva saga di Fantozzi, ma anche delle ottime trasposizioni che Alberto Lattuada aveva realizzato a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Giovanni Episcopo di D’Annunzio e del Cappotto di Gogol, la prima parte descrive la grigia e monotona vita tutta casa e ufficio di Giovanni Vivaldi, un anziano impiegato ministeriale prossimo alla pensione che s’abbassa a qualunque umiliazione pur di far sì che il suo unico figlio, l’imbranato neodiplomato Mario, possa prendere il suo posto, arrivando addirittura ad iscriversi alla loggia massonica dove ritrova tutti i suoi colleghi (una scena dai toni grottescamente espressionisti particolarmente riuscita e sin anche profetica, se si pensa che quattro anni dopo scoppierà lo scandalo P2). Ma quando, all’uscita di una banca appena rapinata da un gruppetto di malviventi, egli se lo vede uccidere davanti agli occhi irrompe la forte drammaticità della seconda parte, con l’uomo che, straziato dal dolore ed esasperato dalla sete di vendetta, rintracciato l’assassino, lo sequestra e, con la fredda e meticolosa precisione acquisita nella sua esperienza burocratica, lo sevizia ripetutamente giorno dopo giorno sino ad ucciderlo, dopodiché, una volta andato in pensione, non avendo più nulla da perdere, farà della sistematica eliminazione di tutti i giovinastri che gli capitano a tiro la sua unica ragione di vita, sostituendosi così definitivamente a quel sistema burocratico che, secondo la sua mente ormai irrimediabilmente segnata, l’ha tradito, non facendo niente per Mario (emblematica in tal senso l’allucinante scena dove la sua bara è accatastata in mezzo ad altre anonime nell’androne cimiteriale). Una pellicola in cui dunque non c’è più speranza di redenzione per quel tipo di italiano medio da sempre oggetto di critica della nostra miglior commedia di costume (tanto che il prete che officia il funerale della moglie di Giovanni, arriva ad augurarsi un nuovo Diluvio Universale): se infatti in esso sono sempre affiorati bagliori di umanità e talvolta improvvisi gesti di riscatto positivo (penso soprattutto a Sordi nel finale della Grande guerra, ma anche in quelli di Tutti a casa di Comencini e Una vita difficile di Risi), stavolta i suoi difetti peggiori (qualunquismo, maschilismo, ipocrisia, opportunismo politico e religioso) a contatto con il rovente clima degli “anni di piombo” lo portano a trasformarsi in un vero e proprio “mostro” sociale assolutamente inassolvibile dal punto di vista morale. Non a caso questo film segna un definitivo punto di non-ritorno per la commedia all’italiana, chiudendo la stagione d’oro del genere – e forse, più in generale, anche del nostro cinema – ad opera dei due personaggi, appunto Monicelli e Sordi, che per molti versi ne sono stati gli iniziatori e gli esponenti più rappresentativi.





Liv Ullmann in Speriamo che sia femmina (1985)


E se la capacità di Alberto Sordi di satireggiare i mutamenti del costume italiano sarà avviata negli anni successivi a un inesorabile declino, anche Mario Monicelli non potrà non risentire in qualche modo della fine di questa gloriosa stagione, ritrovando la sua forma migliore in due eccellenti ritratti corali di famiglia: in Speriamo che sia femmina (1985) questa è infatti rappresentata da un gruppo di donne che decideranno alfine di fare a meno degli uomini e di creare una comune tutta al femminile in un grande casale della campagna toscana dove vivere in serenità ed armonia, mentre in Parenti serpenti (1991) abbiamo dei figli che, dal momento che nessuno di loro vuol prendersi cura degli anziani genitori in cambio della loro eredità, alquanto cinicamente preferiscono spartirsela facendoli fuori con una stufa manomessa, a loro regalata per Capodanno. Sulla stessa linea anche I panni sporchi (1999), che però ci pare eccedere in quel facile macchiettismo che già in parte intaccava Parenti serpenti, mentre rimane più equilibrato Speriamo che sia femmina, grazie in particolare all’ottima direzione del cast, tra cui ovviamente spiccano le attrici protagoniste (Liv Ullman, Catherine Deneuve, Giuliana De Sio, Stefania Sandrelli, Lucrezia Lante Della Rovere e Athina Cenci). Meno a sua agio con la ricostruzione biografica (Rossini, Rossini!, 1991), il grande regista toscano preferirà pertanto il più delle volte tornare alle tematiche ricorrenti dei suoi film migliori: il Medioevo burlesco di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984) e I picari (1987), che riecheggia quello dei due Brancaleone; le frustrazioni piccolo-borghesi e il male di vivere ad esse connesso raccontate in chiave di commedia all’italiana “nera”, appoggiandosi a romanzi di Pirandello (Le due vite di Mattia Pascal, 1985) e Berto (Il male oscuro, 1990), così come aveva già fatto con Un borghese piccolo piccolo di Cerami; l’epopea femminista negli anni della contestazione vissuta da Margherita Buy in Facciamo paradiso (1995), che ci riporta in qualche modo alla mente quella della Vitti in La ragazza con la pistola e della Muti in Romanzo popolare; il gruppetto di improvvisati pugili guidati dallo scafato Paolo Villaggio in una tournée per i paesi della campagna fiorentina appena liberata dagli Alleati in Cari fottutissimi amici (1993), come quelli che si arrangiavano allo sbaraglio in momenti cardine della storia italiana passata o contemporanea di capolavori quali I soliti ignoti, Amici miei o La grande guerra. In Monicelli rimane intatta la sua capacità di mantenere sempre uno sguardo lucidamente cinico e “cattivo” sul nostro Paese, senza mai farsi sopraffare dal buonismo imperante e dal “politicamente corretto” a tutti i costi che ha sempre più guastato tanto nostro cinema da una trentina d’anni a questa parte, anche se i risultati non raggiungono le vette dei suoi “classici”.

 

Egli cerca quindi nuove strade espressive, passando al documentario (Amico magico: il maestro Nino Rota, 1999) e alla fiction televisiva (Come quando fuori piove, 2000), ma anche in questo caso non riesce ad andare oltre una corretta professionalità.

Grande entusiasmo da parte di pubblico e critica saluta invece il suo ritorno al cinema con quello che sarà il suo ultimo film, Le rose del deserto (2006): nel raccontare infatti le disavventure di una sezione sanitaria del Regio Esercito sul fronte libico del 1940, egli infatti recupera se non la fattura almeno lo spirito – caustico e dissacratore – delle sue opere migliori.

Minato da tempo da un tumore alla prostata in fase terminale, il 29 novembre 2010 decise di togliersi la vita, gettandosi dalla finestra dell'ospedale romano “San Giovanni” presso cui era ricoverato: da grande Maestro del cinema qual è stato (e quale rimane), egli ha scelto di battere da solo l’ultimo “ciak” di quello straordinario film che è stata la sua impareggiabile vita e carriera.





L'ultimo Monicelli, un 'maestro' malinconico e indomito, mai pacificato con la realtà





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