PRIMO PIANO
VELSO MUCCI
Il suo senso
di responsabilità etico-politica
si faceva energia
di stile


      
Un penetrante ritratto critico dello scrittore napoletano, morto nel 1964 a soli 53 anni. Un intellettuale e dirigente comunista di forte consapevolezza filosofica materialistica, insofferente verso i conformismi di partito, nel cui significativo percorso creativo spicca l’incompiuto, ambizioso romanzo “L’uomo di Torino” concepito avendo a modello “Ulysses” di Joyce. Resta, come è stato detto, “una delle figure ‘minori’ più originali, difficili e misconosciute del nostro Novecento letterario”.
      



      


di Mario Lunetta

 

 

     Tra gli autori che nel nostro secondo Novecento sono stati più pesantemente colpiti da una sorta di amnesia critica, se non da una vera e propria damnatio memoriae, Velso Mucci è certo uno dei più cospicui. È da dire che, anche all’interno della parte culturale e politica che è stata sua, lo scrittore ha trovato più diffidenza che empatia, sia per la sua natura indipendente e antigregaria che – dato forse decisivo – per le scelte e le prospettive specificamente letterarie aperte a un confronto dialettico con le avanguardie, in tempi di chiusura provinciale a favore del cosiddetto neorealismo e poi (escamotage in verità alquanto equilibristico) del cosiddetto realismo tout court. In proposito, tutti abbiamo in memoria la polemica legata al preteso passaggio dal primo al secondo che, se poco convinse già all’epoca a proposito di quel grande film che è Senso di Visconti (1954), apparve in seguito davvero insensata; e quella che poco dopo soprattutto nella cultura di sinistra si sviluppò con grande frastuono di sciabole critico-teoriche attorno a un romanzo a pesanti tinte neonaturalistiche come il modesto Metello di Pratolini, cui andò il Premio Viareggio 1955, nella quale strutture e lingua del libro venivano riassorbite dentro un’ottica che – pur con diversi atteggiamenti – finiva per privilegiarne i dati contenutistico-sociologici.

     Mucci è insomma, nel panorama della nostra letteratura fra i Quaranta e i Sessanta del secolo scorso, un outsider perenne, una sorta di eterno “dilettante” della famiglia degli Stendhal e dei Savinio, votato tuttavia a un professionismo feroce, di preparazione poetica e filosofica assolutamente straordinaria all’interno della “casta” dei letterati coevi. Foscolo e Leopardi, Hegel e Marx, le avanguardie artistiche e letterarie, in primis Dada, il Surrealismo e Joyce, Gramsci e Della Volpe: questi, in via assolutamente sommaria, sono i cardini di una cultura davvero europea che al provincialismo italiano non poteva che apparire estranea, quando non addirittura fastidiosa. Anche nella valutazione delle avanguardie di primo Novecento, egli sa operare distinzioni precise: così, non lo incanta la sirena marinettiana della guerra come sola igiene del mondo, se nell’editoriale di apertura del Costume politico e letterario (n.1, Roma, 25 giugno 1945), la rivista bimestrale che egli fondò e diresse per cinque anni insieme a Nicola Ciarletta, può energicamente scrivere: “Siamo ancora qui, abbrutiti da sei anni di automatismo, nella condizione pietosa in cui ci ha lasciati la guerra, questa distrazione funesta dell’umanità”.

     E mi pare assolutamente notevole che da parte di un letterato già dal 1958, con due saggi molto serrati compresi in quel lucido e vitalissimo libro che è L’azione letteraria 1 (Il Costume Editore in Roma), Mucci sottoponga a un vaglio stringente sia Gentile che Croce, scoprendone senza riserve le aporie fondamentali. “Si può essere antidealisti fin che si vuole, –  argomenta lo scrittore nel saggio ‘La controriforma della dialettica hegeliana’ – ma questo merito inconsapevolmente illusorio lo si deve riconoscere alle scuole idealistiche: di aver fatto di tutto a parole, ma a parole in buona fede il più delle volte, per impedire che lo ‘spirito speculativo’ degenerasse, di pura speculazione in pura speculazione, fino alla speculazione politica reazionaria più sfacciata. Perfino Giovanni Gentile, perfino il povero mistico Gentile era, secondo me, in buona fede quando sosteneva il fascismo italiano e godeva della collusione della borghesia fascista, cioè del locale capitalismo finanziario imperialistico, con la politica vaticana: credeva di servire l’Idea hegeliana meglio di Hegel. Sforzo vano e, del resto, superfluo. Sforzo vano e superfluo, perché la degenerazione speculativa, che consiste – in ultima istanza teorica – nel buttarsi a occhi chiusi nel pensiero della vita e non già nella vita, può ripetere all’infinito le proprie irriflessioni teoriche, ma diventa pericolosa soltanto in quei filibustieri che superano ogni speculazione teoretica, sia pure la più irriflessiva, e si muovono nell’azione politica con la più imponderata malafede. Però le scuole idealistiche hanno una vecchia tradizione di riguardare simili filibustieri come ‘anime del mondo’, con prudenza e qualche volta perfino con ammirazione. Che vale prendersela con il nichilismo, con il dadaismo, con l’esistenzialismo o con il surrealismo, ad esempio, – questi decadenti figli di papà e ladri di polli per snob –, quando poi si lascia via libera a un ‘Mein Kampf’? Per fastidiosa e petulante che sia la voce di quei decadenti, si troverà sempre un neo-umanesimo qualunque per contenerla e, in fondo, alimentarla. Ma a toglier via le ‘anime del mondo’ non bastano le dialettiche del due-in-uno e dell’uno-in-due, del tre-in-uno e dell’uno-in-tre, del tutto-è-in-tutto e altre simili histoires de fous.

     Si capisce che di riforma in controriforma l’idealismo ha ridotto la dialettica hegeliana a una specie di ‘contrarietà’ sistematica e permanente da ‘spirito evoluto’, e a un puro giuoco senile. Supreme ragioni di quieto vivere – e forse nulla di più – hanno spinto l’idealismo al ridicolo sforzo di sistemare l’antitesi nel cerchio della sintesi speculativa, fino alla illusione tragica di averla bruciata, dalla ‘dialettica dei distinti’ a quella dei ‘confusi’, nell’atto puro dello spirito”.

     Quanto all’altro supercampione del neoidealismo italiano, questo il giudizio di Mucci: “Una delle più grandi opere di arginatura di quelle degenerazioni, forse la maggiore, è stata la filosofia di Benedetto Croce. Questa ‘filosofia dello spirito’ è un sistema meccanico metafisico di grande ingenuità scientifica, ma di molto peso politico. Essa ricorda, in qualche modo, quelle vaste e compiute costruzioni che i retori sapienti edificavano un tempo al fine di ammaestrare i popoli al culto domestico delle istituzioni: tutto vi è chiaro, spiegato e giustificato; non c’è conto né riprova che non torni in quei prefabbricati castelli; e il Principio e il Fine vi appaiono più certi e splendenti che il Sole e la Luna nella tavole simboliche degli alchimisti o degli astrologhi. Non bisogna dimenticare che questa ‘filosofia dello spirito’ nacque ed è cresciuta in quarant’anni di opposizione metodica, erudita e bibliografica al primo giovanile contatto culturale dell’Autore stesso con il materialismo storico: la revisione e la conseguente liquidazione del materialismo furono i segreti moventi di questo macchinoso, giocondo edificio dello spirito. Ma tutto questo l’Autore lo sa. E per ciò noi possiamo ancora imparare qualcosa dalle sue erudite ricerche, trarre qualche insegnamento dalle sue positive e aneddotiche combinazioni. Esperimento sciagurato e definitivo fu invece l’idealismo nella sua fase attualistica: la pura follia dello spirito, il sofisma che uccide. La filosofia di Giovanni Gentile è stata la più storica prova di come possa finire una ‘anima bella’ nell’ingranaggio della dialettica hegeliana. Quella filosofia continuava a scherzare e a metter dita e lingua tra le ruote del congegno che soltanto l’astuto delirio, la premeditazione feroce – e così scaltra da far disgusto – di Hegel poteva manovrare e reggere. Ma Hegel aveva alle spalle Kant, aveva la logica e le antinomie di Kant e lo spettro, come egli dice, della ‘cosa in sé’; e Gentile aveva Spaventa, il quale per tutta la vita fu convinto che Hegel, in buona fede, avesse dimenticato Kant, che a Hegel fosse mancato proprio Kant! Quale minor catastrofe poteva venire da una tanto ingenua visione storica dell’industria filosofica tedesca?”.             





Velso Mucci


     Un poeta come l’autore di Carte in tavola, risolutamente alieno da emotività salvifiche o arpeggi dentro i fumi dell’essere disancorato da tutto tranne che dal proprio narcisismo, rivela nella saggistica non soltanto la propria visione filosofico-politica, ma anche – implicitamente – la ratio profonda della propria scrittura inventiva. Nel suo lavoro davvero funziona nella concretezza della produzione di senso e controsenso letterario, quell’organicità semantica che è uno dei più forti senhal della Critica del gusto di Galvano Della Volpe, da lui tenuto in gran conto. Mucci, insomma, rifiuta di intrupparsi nella congrega dei poeti “puri”, e sceglie – per natura e cultura – di far parte dei poeti “compromessi”. È il suo modo di tranciare la separatezza ontologica tra la pretesa innocenza della poesia e il male della vita. È il suo senso di responsabilità che si fa così energia di stile.        

     Nato a Napoli nel 1911 da genitore abruzzese e madre piemontese, lo scrittore si misurerà molto tempo dopo, per via di recupero poetico, con la figura del padre maestro di Musica nel Regio Esercito, in quel romanzo (incompiuto, ma decisivo) che è L’uomo di Torino, concepito con la mente a Joyce e apparso per le cure di Valerio Riva da Feltrinelli nel 1967. Il progetto romanzesco di Mucci prevedeva un libro di circa 1500 pagine, almeno una volta e mezzo l’estensione dell’Ulysses: ma lo straordinario “frammento” feltrinelliano conta 191 pagine soltanto, cioè meno di un settimo del quantitativo previsto. Vorrebbe essere il libro della sua vita, l’opera a cui egli si è preparato in anni e anni di pratica poetica e saggistica, di milizia politica, di giornalismo. È tutto questo, la complessità della prosa che in sé recupera e libera dentro un fiato più profondo quella tensione al racconto concettualizzato presente in tutta la lirica più matura di Mucci; ma è anche, bon gré mal gré, un atto decisivo, una scommessa mortale che l’Uomo di rame (uno dei curiosi pseudonimi con cui egli amava firmare le più perfide delle sue note polemiche), con ironia e serena disperazione, fa con la propria biografia valutata all’interno della ganga della storia collettiva. La memoria autobiografica diventa situazione oggettiva, le vicende familiari verifiche emblematiche di una condizione di diffusa incoscienza o di dolorosa passività, le ossessioni edipiche risvolti crudamente portati alla luce di un’intimità ferita, esorcizzata per decenni. Il tutto, scandito dal passo di quella “malattia” che fa Mucci così singolare nella folla troppo “neutrale” quando non acquiescente dei letterati italiani della sua generazione: la dimensione della politica in rapporto all’immaginazione, il nesso che lega ideologia e linguaggio. Per cui, la definizione del progetto globale che si legge nell’Uomo di Torino, come di “un abbozzo di antropologia storica dalle 8 di sera del 7 novembre 1925 all’una e mezzo del mattino seguente… tracciato su venti metri quadrati di superficie d’Italia”, va intesa nel duplice senso, letterale e metaforico, di invenzione romanzesca che agisce sulla “storia di un’anima” e insieme di confronto con il tempo più buio della storia nazionale: epopea alla rovescia, o rovescio dell’epopea borghese (e piccoloborghese) che partorisce il fascismo.

     La stesura del libro comincia il 7 novembre 1963 per interrompersi nel successivo febbraio a causa di seri problemi di salute dell’autore. L’esiguo spazio dei “venti metri quadrati di superficie d’Italia” si fa – al modo di un’epifania, sociale ben più che psicologica – epicentro di uno spazio allegorico in cui agiscono, parlano, esprimono odi e idiosincrasie di classe i tredici invitati a cena in casa Falchinetti in occasione del conferimento all’ospite dell’onorificenza dei Santi Maurizio e Lazzaro. Attorno al capofamiglia, come in una trinità minuscola, la moglie e il piccolo Giovannino esprimono la traccia incancellabile di una memoria autobiografica che, nella visione del narratore, attribuisce all’episodio di Bra proporzioni emblematiche di ben più ampia portata.

     Come osserva Simona Luciani (Un romanzo dimenticato: “L’uomo di Torino” di Velso Mucci, ne “Il Ponte”, settembre 1999), Mucci apprende, secondo un appunto dello stesso riportato da Valerio Riva nella sua premessa al romanzo, “il nuovo modo di scorgere la realtà delle cose dalle ‘esperienze di Joyce, Proust e Kafka’. In realtà l’aderenza con i tre autori europei è più programmatica che pratica: la loro lezione confluisce nella nuova rappresentazione della crisi borghese, nella percezione del disagio dell’uomo nella realtà alienata. Giunto a tal punto Mucci si stacca dai suoi ‘modelli’; ché il suo fondamento marxista, assimilato personalmente dai testi originali, lo porta ad affrontare quei problemi esistenziali che nelle opere dei tre autori rimangono insolubili. Mucci sa che il male che affligge l’uomo e lo schiaccia non è genetico, ma storico; sa quale è l’origine della violenta reificazione. Allora la sua dialettica storica, senza perdere di vista la consapevolezza delle difficoltà quasi insormontabili di superare la crisi, può indicargli la via per uscire dalla miseria morale e materiale. L’autore fa oggetto di aspra polemica le filosofie dello spirito di matrice gentiliana; filosofie siffatte, che prendono i mali del mondo come fatali e inspiegabili, diventano ne L’uomo di Torino simbolo della reificazione della coscienza, caratteristica non solo dell’epoca fascista ma di tutta la realtà capitalistica”.

     Il libro esprime la sua più mordente efficacia quando la macchina linguistica assume la sua più lancinante autonomia, e si fa teatro della crudeltà aldilà della cornice della rappresentazione. La presenza dei personaggi risulta dalla ricomposizione quasi casuale di tessere di uno squallido mosaico (gesti, battute, considerazioni fondate sul più bieco egoismo di classe). Il narratore non agisce da voce giudicante fuori campo: la miseria dei personaggi mette in scena se stessa in una totalità assolutamente icastica, fiera della propria pochezza. La sua identificazione col sistema populistico-autoritario che il fascismo sta edificando è naturale e biologica. Non un rèfolo di scrupolo critico la sfiora: e qui appunto sta la sua forza animale, il buio della sua coscienza rovesciata.         

     La spregiudicatezza del linguaggio mucciano vive la propria energia anche grazie al continuo spostamento di timbro retorico, dalla sfera di tono alto che di colpo slitta nel triviale sarcastico (il commendator Bey che si fa “insaccare nel paltò di pelliccia dalla serva Carolina” e che non si tiene dall’emettere un “rutto soddisfatto dopo aver ingollato il suo quarto bicchiere di nebbiolo”, mentre a debole contraltare di certe disinvolture tenta di elevarsi il ridicolo contegno della consorte contessa Elena, la quale “si prendeva della troia, ch’era la sua porzione di tanto putiferio,… con il lieve pallore con cui una regina, visitando le scuderie, riceve in viso la folata calda di vento odoroso di erbe e sterco della cavalla preferita”). L’ottica non è semplicemente satirica: è politica. E c’è dentro, squadernato nei gesti, negli atteggiamenti e nelle dure disquisizioni dei commensali, l’interessato consenso e appoggio al governo di Mussolini che, tra complicità e frodi ai danni del popolo bue, è ormai il loro governo, la facies ufficiale della loro Italia.        

     Da narratore costantemente vigile nel confronto con le grandi esperienze innovative e d’avanguardia europee, Mucci non cessa di privilegiare la significanza allegorica a scapito della verosimiglianza naturalistica, la dimensione della visionarietà onirica a scapito della resa documentaria. All’interno di questa strategia, il dettaglio crudelmente straniato ha un rilievo di estrema icasticità, non di rado in un senso sinestetico fortemente accentuato (“il naso del cavalier Rocco Rolione si era fatto sensibile ai rapporti che corrono tra gli odori e la produzione industriale dei beni”; “Già” gli rispose il suocero, distraendosi con un boccone di coppa”; “Si udiva solo il fruscio delle lingue contro i palati e il risucchio delle salive nei risvolti delle guance”). Un’umanità che alla fine non ha scelta tra sconcezza e disperazione è quella che affolla la cena-teatro a casa Falchinetti: una vera mangiatoia del nuovo potere provinciale risolta sul piano della scrittura per via di impietosa contraddizione e di secchi fendenti metaforici.       





Mario Sironi, Paesaggio urbano, 1921


     Mucci arriva al romanzo per vie traverse, dopo un lungo “tirocinio” sperimentale che è, alle origini, di poeta e di frammentista lirico che non si accontenta tuttavia della nitidezza del segno, del timbro felice della parola irrelata. Ci sono in lui, fin dagli inizi, veleno e inquietudine: una sorda rabbia esistenziale che prenderà pian piano coscienza di sé e delle proprie ragioni, anche storiche e sociali, fin dagli avanzati anni Trenta: e che sul piano stilistico utilizza da un lato i macchinari dell’officina ermetica, e dall’altro certe suggestioni del Surrealismo, tenendosi peraltro a debita distanza sia dal gusto “italiano” che dal gusto “internazionale” che aveva il suo epicentro a Parigi. Proprio a Parigi, del resto, gestisce dal 1934 al 1940 una libreria, e organizza una serie di mostre di artisti di punta (de Chirico, Morandi, De Pisis, Maccari, Spazzapan). Geograficamente e culturalmente, insomma, Mucci è un apolide. In quel mordente libro di appunti, pensieri, aforismi, bozzetti che è Le carte d’un italiano dell’11, uscito a cura di Elio Mercuri nel 1973, il trentaseienne Velso dice: “Sono (…) un parassita della classe che sfrutta la forza-lavoro altrui, sono un pidocchio della cute di poco venerabili capi d’industria. E va bene: pidocchio. Ma non segugio, né cane da guardia. E non vi sembri eccessivo ch’io voglia oggi restituire una goccia di quel sangue a coloro dai quali le sanguisughe lo succhiano a secchi: una goccia grigia di sangue, non una manciata d’elemosine”. Anche lui, come Malraux, vive nel “temps du mépris”; ma come Nizan potrebbe affermare: “Noi viviamo in un tempo nel quale l’odio deve essere una delle nostre virtù”. È anche lui un “traditore” della propria classe, per il quale sempre più, dal momento in cui ha maturato la decisione di non fungere da cane da guardia della borghesia nel canile della cultura, vale l’avvertenza marchiata a fuoco in Les chiens de garde di Nizan: “In un mondo brutalmente diviso fra servi e padroni, bisogna alla fine o confessare pubblicamente un’alleanza con i padroni, a lungo tenuta nascosta, o proclamare la propria adesione al partito dei servi. Non rimane più alcuno spazio per l’imparzialità dei chierici. C’è solo più spazio per battaglie di partigiani”.      

 

     Nel 1946 Mucci si iscrive al Partito Comunista Italiano, nelle cui file svolge, specialmente in Piemonte, con epicentro Bra, una militanza appassionata. Sono anni difficili. Il lavoro intenso e le ansie che accompagnano la definizione del suo profilo di autore ne mettono a dura prova le energie fisiche e psichiche. In quel periodo sostiene le prime prove del giovane Giovanni Arpino e frequenta Beppe Fenoglio. Nel 1956 assume la direzione de La Voce di Cuneo. Nel 1958 entra a far parte del Comitato Direttivo della rivista Il Contemporaneo, sviluppando al contempo, febbrilmente, una produzione saggistica di grande livello, poi completamente raccolta nel 1977 sotto il titolo non poco benjaminiano de L’azione letteraria per le cure di chi scrive, presso gli Editori Riuniti, nella collana “Nuova Biblioteca di Cultura” diretta da Ignazio Ambrogio.

     Un saggismo, quello mucciano, insieme robusto e raffinato, di chiave materialistica e incentrato su una vivissima coscienza della contraddizione, realizzato in una prosa nervosa, ironica, non di rado inclinata a un amaro sarcasmo, con Vico, Hegel, Leopardi e Marx eletti a numi tutelari. In proposito, mi pare illuminante e puntuale ricordare un passo della poesia Biglietto da Pisa indirizzata a Dora Broussard, in cui si parla della visita di Mucci nella casa al 1059 di via della Faggiòla, dimora pisana di Leopardi. Mucci si sente come un ladro che sia andato a rubare “la presenza d’un uomo / che abitò in casa sua / e fu così lucido / della squallida realtà della vita / e della morte. / Che un tale uomo / sia esistito / anche un momento / su quella rampa di scale / e sia morto, Dora / m’intendi, / questo è che più conta, / voglio dire / che sia morto / con l’idea disperata / e chiara / che della nascita e del morire / egli s’era fatta vivendo / le sue poche stagioni / in un tempo / che più del nostro era deserto e peste, / ecco cos’è che mi dà forza / a vivere con un po’ di dolcezza / nel fiato di un’aria / che muove appena rami ancora verdi / a un lume di stelle”.

 

     In quegli anni, il legame matrimoniale con quella donna straordinaria che è stata Dora Broussard è ormai divenuto una vera e propria simbiosi. Dora lo sostiene sia materialmente che intellettualmente, in una fase della sua storia personale assai critica dentro la crisi generale dell’epoca. A Mucci non sta bene il conformismo gregario che avverte nel comportamento di molti compagni di partito: ne sono ferma, stringente testimonianza le due lettere in versi ai membri del CC e della CCC del PCI, poi confluite nella raccolta poetica più intensa dello scrittore, Carte in tavola, che uscirà postuma da Feltrinelli nel 1968, con prefazione di Natalino Spegno; e, in modi ancora più crudeli e sofferti, un intervento (“La lezione di Budapest”, apparso il 4 novembre 1956 sulla Voce di Cuneo) che certo non contribuì a procurargli simpatie e adesioni nelle zone più arroccate del PCI: “si ha un bel dire che a Poznan, a Budapest, in tutta l’Ungheria agiscono organizzazioni di nemici di classe, che i dollari della propaganda americana non si limitano a lanciare palloncini e manifesti, che il Vaticano ha larghe possibilità di azione in quei due paesi cattolici. Si ha un bel dire tutto questo, ma la testa e il cuore di un comunista non ne escono che più confusi e più costernati, perché con ciò si deve anche ammettere – e i comunisti debbono riconoscerlo prima di ogni altro – che tutte quelle organizzazioni, tutti quei dollari non avrebbero potuto agire nel modo e nel grado che agiscono in questi giorni in Ungheria, se non si fossero inseriti in una situazione di radicale disagio economico, sociale, politico”.

     Una prima conferma pubblica al suo valore di poeta si ha già col Premio Chianciano 1962, che L’età della terra di Mucci ottiene ex-aequo con IX Ecloghe di Zanzotto. Malgrado il sopravvenire dei primi seri disturbi circolatori, lo scrittore parte per Londra, ansioso di imparare l’inglese per leggere finalmente nell’originale l’Ulysses di Joyce. A Dublino, ripercorrendo l’itinerario del grande irlandese, affiora il germe di quello che sarà il bellissimo, incompiuto romanzo della sua vita: L’uomo di Torino, prova estrema di quella consapevolezza lucidissima di ricerca sperimentale che ha animato l’intero arco della sua attività intellettuale e umana. Due attacchi di trombosi alle coronarie lo uccidono il 6 settembre 1964. Così, in modo rispettosamente lapidario, scrive Renzo Pepi, uno dei rarissimi intellettuali italiani che si siano seriamente occupati di Mucci: “La notizia della sua morte si perde nel lutto per la scomparsa di Togliatti. A soli 53 anni si spegne una delle figure ‘minori’ più originali, difficili e misconosciute del nostro Novecento letterario. Le sue ceneri verranno poi trasportate al Verano, dove riposano accanto a quelle dei dirigenti del comunismo italiano”.     

                                                                                                                            

maggio 2011

                                                                                                             

                                                                                                                  




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