PRIMO PIANO
ANGELO GUGLIELMI
La missione
del critico sta
nel misurare
la qualità
delle proposte letterarie


      
Intervistato da Gian Carlo Ferretti su “l’immaginazione”, uno dei padri intellettuali della neoavanguardia traccia un bilancio storico del Gruppo 63, riflette sul rapporto fra politica e letteratura, sulla relazione conflittuale con la figura di Pasolini, sull’artificiosità formale del postmoderno letterario, ma soprattutto esamina la condizione presente della critica letteraria, chiamata di fronte all’editoria di mercato e al mondo della comunicazione a difendere gli strumenti complessi di analisi per accertare ‘il punto di realtà’ cui attraverso il linguaggio perviene uno scrittore.
      



      


di Alberto Scarponi



Da un house organ editoriale è abitudine non aspettarsi granché quanto a letteratura. Qualche sprazzo interessante, perché le persone intelligenti restano tali anche quando scrivono con la sinistra, qualche notizia che il mainstream non trascina da sé, qualche casualità, ma scavi e lavori e cantieri di pensiero letterario no, non è uso. Sarà perché la mission di quel medium non è quella, come direbbe l’addetto. Io tendo a pensare però che la causa sia la scarsità dei prodotti di qualità nel campo, cosicché quando uno ne ha uno, finisce per volerlo esporre in una vetrina bene illuminata. Dura una settimana, ma pazienza. È il mercato delle lettere, bellezza!
Naturalmente ci si chiede allora quale sia la causa della causa. Appunto: il sistema induce la scarsità e la scarsità induce il sistema. Per cui risulta gesto antisistema o comunque controcorrente, e fa bene sperare, che un critico letterario, oltre che sociologo della letteratura, come editoria oltre che come cultura, scelga di indagare su bilanci, nessi, funzionamenti, fenomeni, problemi passati e presenti del campo di sua competenza (vedi a dimostrazione Gian Carlo Ferretti, Storia dell'editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Einaudi, 2004, preceduto negli anni dai volumi intitolati Il mercato delle lettere, nei suoi vari aggiornamenti e insegnamenti).
Difatti Ferretti si accosta qui al tema con scioltezza, affrontando le cose e le persone faccia a faccia, con la curiosità di chi vuol capire e non con lo ‘spirito critico’ che, alla somma delle somme, è la disinteressata malignità di chi cerca solo il mitico scoop.
Nel n. 261 de l’immaginazione, il mensile della casa editrice pugliese Piero Manni, è così apparsa nell’aprile di questo 2011 una ricchissima intervista ad Angelo Guglielmi, indotto a parlare del suo lavoro, del suo ruolo e delle sue idee di critico militante. Un profluvio di consapevolezza critica.


In questa occasione a Guglielmi dev’essere accaduto il contrario che a Blaise Pascal, il quale in una lettera, si scusava ma, non aveva trovato il tempo per essere breve. Forse, avendo dismesso le incombenze pubbliche, Angelo Guglielmi ha invece trovato il tempo per sintetizzare in alcune dense pagine alcuni volumi di critica letteraria, a chiarimento di qualche episodio storico, di suoi giudizi critici, ma soprattutto dei problemi che oggi costituiscono appunto la critica letteraria.
A utilità di chi sta leggendo, e anche a dire l’abile avvio su tale strada ricevuto, ecco in elenco gli spunti domanda forniti da Ferretti: bilancio storico del Gruppo 63; rapporto fra politica e letteratura nel caso, a suo tempo, della rivista Quindici (ma anche di un più recente fallito progetto della Cgil di pubblicare libri – saggistica, poesia, narrativa – che negli ultimi cent’anni abbiano avuto a tema il lavoro, episodio su cui tornerò più avanti); la comunicazione disturbata fra neoavanguardia e Pasolini; un giudizio esitante di fronte ai romanzi Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino e Il nome della rosa di Eco, cioè di fronte all’artificiosità formale della letteratura nel postmoderno; infine condizione presente della critica letteraria.
Qui mi limiterò (si fa per dire) a commentare quest’ultimo punto, che mi sembra primo e centrale oggi.
Si dice dunque che vi sia una crisi della critica. Quanto a quella letteraria, che vi sia in specie una crisi della critica militante e, suggerisce Ferretti, anche della ‘recensione di servizio’, che ha un ruolo distinto. Il tutto sommerso dalla strapotenza pubblicitaria dell’editoria maggiore o, a riscontro, invisibilmente accompagnato dall’accademica qualità di «giovani studiosi poco conosciuti».
Guglielmi ha lì per lì uno scatto d’insofferenza. Si ribella all’invasione delle «chiacchiere» nel territorio critica letteraria, il quale evidentemente non dovrebbe, a suo avviso, ospitare idee perditempo. Subito però tronca la polemica e coglie l’occasione per esibire le credenziali di sé come critico (conosce e utilizza «i metri approntati da Adorno e Benjamin... a misurare il presente») e i documenti della critica militante in quanto ruolo tuttora effettivo («il mio lavoro multidecennale di recensore»).





Paolo Radi, Entro l'altro, 2011, cm 80x80


Le pezze d’appoggio sono perciò, da un lato, il concetto di realtà elaborato dal ‘marxismo critico’ dentro la cui storia il pensiero di Theodor W. Adorno e Walter Benjamin appunto si svolge, dall’altro lato la pratica esistenziale dell’individuo Angelo Guglielmi. Se si vuole niente di più postmoderno di questa mossa individualistica, ma anche niente di così estremamente moderno come il consecutivo rifiuto della leggerezza della chiacchiera. (Sarà per questa inscindibilità che ormai si parla solo di ipermoderno.) «Io non sono un critico accademico», dice di sé e di tutti coloro che esercitano la nobile professione del recensore, il quale per l’altro verso non ha niente a che vedere con «questo orrendo guazzabuglio» dei «parametri che regolano il rapporto letteratura-pubblico». Quelli «appartengono alle dinamiche del mercato» e mettervi ordine, il recensore «questo non lo sa fare», di qui la chiacchiera secondo cui «allora la critica militante non esiste». Oggi la critica militante – chiarisce Guglielmi assorbendo il suggerimento di Ferretti circa la ‘recensione di servizio’ – serve all’autore non al pubblico. E in quanto tale esiste eccome, quando esiste.
Insomma, ne arguisco, non bisogna confondere il critico, non diciamo con il pubblicitario editoriale, ma nemmeno con il cronista letterario, che ha di mira lo sviluppo della vita culturale come funzione dello sviluppo della società. Il critico letterario ha di mira invece la realtà in quanto referente semantico di quella verità linguistica che è l’opera letteraria di cui si tratta, vale a dire la massa-energia di un tratto di reale quale si presenta nella lettura, nel linguaggio, di un’opera che viene a sua volta letta dal critico in dialogo con l’autore. Guglielmi dice: io prendo atto di un romanzo, non lo giudico («e qui in me agisce, è presente la straordinaria confessione di Benjamin: io non ho nulla da dire, solo da mostrare»).
Si tratta di un vero e proprio lavoro, concreto: discernere nella lettura il progetto del romanzo e studiarne lo svolgimento, scrivendo note specifiche dove si riscontra coerenza fra l’uno e l’altro o dove invece si abbia uno scostarsi dal progetto, «se per distrazione o... consapevole scelta o per averne perduto il controllo». È questa la funzione del critico militante, aiutare l’autore «a farsi consapevole di quel che ha fatto». Esistono poi altre critiche, una delle quali certamente utile agli autori, la critica saggistica, che studia i grandi temi della creazione letteraria, ma ce n’è anche un’altra, quella pedagogica, «di cui non si sa se i danni che produce siano compensati dai tanti vantaggi che pure garantisce».
La figura del critico militante che Angelo Guglielmi delinea parlando di se stesso fa venire in mente la metafora del giovane Benjamin secondo cui il lavoro critico è un lavoro da chimico, infatti quest’ultimo fa in modo che una sostanza con libertà e risolutezza ne attacchi un’altra, ma non per distruggerla, invece per scoprirne la natura più interna. Insomma un compito le cui condizioni di lavoro, quasi da laboratorio, devono essere controllatissime.
Tanto per cominciare ne viene qui enunciata, di tali condizioni, una introduttiva che sulle prime, guardando allo stato (lobbystico) delle cose italiane, fa un po’ tentennare la testa. È la condizione della prossimità fra critico e autore, la quale prossimità, nella sua funzione di intensificante, apre bensì grandi prospettive critiche e però espone simultaneamente a grandi pericoli di vita.
Critico e autore, ambedue scrittori, secondo Guglielmi devono in primo luogo parlare la stessa lingua (essendo questa «decisiva per la tessitura di una scrittura e essenziale per la misura della sua densità»), in secondo luogo devono vivere «la stessa congiuntura storica», respirare la stessa aria.
Potremmo avere qui, in questa seconda specificazione, forse un riflesso dell’abbaglio, a mio giudizio, che è stata ed è la categoria di ‘generazione’ trasformata, da fenomeno sociologico inconfutabile, ma da decodificare e descrivere criticamente, in deterministico fatto di natura assoluto, autoesplicativo fino alla autocontraddittorietà irrazionale. (Vedi il caso della generazione ‘sessantotto’, fin qui, e ora quella dei Tq – dei trenta-quarantenni –, ciascuna autoproponentesi già in sé multipla e svariata a priori, così da non ammettere limiti di contenuto: community, dove tutti sono teoricamente ‘amici’ se burocraticamente coperti dal logo in questione.) In realtà ogni congiuntura storica è, sempre, di fatto «la stessa» per parecchie generazioni simultanee, a volte poi la sua durata addirittura supera la durata naturale di quelle, che aumentano dunque di numero, così come in altri casi a una generazione accade di vivere un salto fra due congiunture.
Altro caso è quando in una congiuntura storica qualcuno impedisce a una generazione in quanto generazione di vivere la propria vita. Così come accade e può sempre accadere a specifici gruppi sociali (le donne, gli stranieri, ecc.) In sé insomma non mi sembra che fra gli scrittori né i gruppi né i singoli siano definiti così automaticamente dall’aria che respirano e ritengo piuttosto che sia la scelta linguistica in senso lato a produrre distinzione fra essi. Dice Angelo Guglielmi infatti che, oltre al progetto e alla coerenza di svolgimento dell’opera letteraria presa in lettura, il critico ha il compito di accertare anche la sua «consistenza» in base al criterio, sempre benjaminiano, secondo cui «la letteratura è la più efficace forma di critica della realtà».
Una frase che io interpreto così: fare buona letteratura non significa né suonare il piffero della rivoluzione, né giocare nell’alto dei cieli, né dire il dolore del mondo, né scovarne il buono taciuto, né raccontare storie o belle e straordinarie o oscure e misteriose o addirittura intriganti, né rivelare il falso del vero e il vero del falso, ma tutto questo e altro ancora, e magari il contrario, purché si tratti di critica chimica della realtà. Credo che anche Guglielmi interpreti la cosa così. Infatti, quanto alla realtà (ne parla muovendo dall’ultimo suo libro intitolato Il romanzo e la realtà), precisa che si tratta di «una entità complessa», che «per fare letteratura bisogna scrutarla dentro e per farlo occorre adoperare strumenti sofisticati». Qualche volta «l’estrema sofisticazione degli strumenti di indagine (e in letteratura lo strumento di indagine è la parola) fa apparire la letteratura lontana dalla realtà», ma per misurare la qualità di uno scrittore occorre misurare la profondità a cui si trova «il punto di realtà cui attraverso il linguaggio perviene». Semplicemente.





Anna Boschi, Anime, 2011 (dedicato a Sylvia Plath)


In questa Weltanschauung la complessità della cosa – sia in quanto realtà oggi percepita nella vita (società, scienza, tecnologia e filosofia incluse), sia in quanto realtà-lingua di un’opera d’arte – rende quindi il lavoro critico (in senso chimico) assai impegnativo, ma anche oggettivamente necessario, indispensabile. Ne hanno bisogno prima di tutto gli autori, come teorizza Angelo Guglielmi, ma anche, non il pubblico, i lettori (ogni lettore legge in una pagina, ovviamente, quello che sa leggere) cioè le persone della vita quotidiana. Il che viene a riaprire, ma a me pare in termini nuovi, più sobriamente specialistici, il discorso sulla figura dell’intellettuale. Figura famigerata nel suo degrado tuttologico e mediatico (talk-show, conduzione radiofonica o televisiva, predicazione mediatica, blog, e talora vi rientrano a modo loro le forme giornalistiche dell’editoriale e del retroscena), ma anche funzione riaffermata proprio dal suo articolarsi, adattarsi e diffondersi.
La questione si allarga, allora, ai rapporti fra letteratura e cultura, e subito dopo fra quest’ultima e le altre due grandi sfere della vita sociale: l’economia (in termini immediati l’editoria) e la politica (anche oggi quando tutto sembra divenuto economia, ogni valore, e pare un «guazzabuglio»).
Guglielmi ne accenna, giustamente, a proposito della vicenda della rivista Quindici cui il Gruppo 63 diede vita per un bisogno di supplenza politica immediata e che tuttavia scomparve con l’incalzare del movimento del 68, «restituendo ciascuno di noi al suo lavoro individuale» «essenzialmente letterario». In quell’avverbio, «essenzialmente», c’è però tutto un mondo, tutta la complicatezza di rapporto con una realtà per niente nuda ed elementare, invece sempre tremendamente «complessa» cioè sempre impastata di economia, di politica e di cultura a loro volta tremendamente complesse in sé.
A lui càpita anche, anni dopo, che il suo lavoro individuale s’incontri – come racconta sorridendo – con una proposta inattesa: il maggior sindacato italiano, la Cgil, per celebrare il proprio centenario, lo incarica di curare una collana di libri italiani (saggistica, narrativa, poesia) che abbiano avuto nel secolo di cui si tratta a tema il lavoro. L’istituzione politica Cgil ha sensatamente una mira politica, intende con documenti che sono testimonianze dare consistenza conoscitiva alla propria storia. Cultura politica istituzionale.
Non si avvede di aver toccato uno dei punti cruciali del cambiamento del mondo contemporaneo, il concetto di lavoro che sta diventando espressione antropologica diretta di ogni singolo, e che tale punto cruciale ha bisogno di una conoscenza critica aggiornata. Problema culturale di ampia portata. Il critico Angelo Guglielmi comunque sa che «la letteratura è la più efficace forma di critica della realtà» e dunque contropropone in parallelo una collana di inediti in cui nuovi autori possano trovare nel «tema del lavoro, tanto importante per la nostra vita al punto di coincidere così spesso con essa» persino «lo stimolo (magari atteso e finalmente trovato) per sperimentare nuove soluzioni formali, una mobilitazione della fantasia capace di dar vita a nuovi linguaggi».
Non è chiaro, ma pare che la controproposta venga accolta dall’istituzione politica, in ogni caso viene accolta dalla ventina di autori cui Gugliemi si rivolge (tutti giovani, per quella faccenda del vivere la stessa congiuntura storica, che si deforma, aggiungo io, nel fatto ‘generazione’) e non se ne fa nulla perché è l’altra sfera che si ribella: l’economia in veste di editoria, in veste di Einaudi-Stilelibero che, proprietaria del ‘contratto’ di molti tra i prescelti, quasi fosse un datore di ‘lavoro dipendente’ non permette ai ‘suoi’ di accettare né accetta di pubblicare una collana ideata da altri. Questioni di strategia industriale.

Interessante che tutto ciò sia raccontato ed è un sollievo che lo sia dentro una rivista prodotta dall’ufficio stampa, ammesso che sia, di una piccola casa editrice decentrata, ad opera di due critici, uno dei quali certamente militante, ma l’altro pure, tutti con l’aria di dire lasciateci fare soltanto il nostro lavoro.








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