LUOGO COMUNE
POESIA ITALIANA
Cercando alternative
al sistema falso
della dicibilità


      
Uno sguardo critico su tre libri: “La felicità e le aberrazioni” di Franco Falasca, “La parola indocile” di Anna Maria Giancarli, usciti entrambi quest’anno e “Ingiurie e silenzi” di Leda Palma del 2008. Tre modi diversi, ma egualmente caparbi di articolare una parola poetica che si sottrae agli sdilinquimenti ‘dell’odierno esistenzialismo medio-passivo’ e che prova, nel gioco linguistico, a far scaturire nuovi ‘raggi di senso’.
      



      

di Francesca Fiorletta

 

 

Tre significativi spunti dialettici: La felicità e le aberrazioni, di Franco Falasca. (Fabio D'ambrosio Editore, Milano, 2011); La parola indocile, di Anna Maria Giancarli (Le impronte degli Uccelli, Roma, 2011) ; Ingiurie e silenzi (Fermenti Editrice, Roma, 2008), di Leda Palma.

Tre intense determinazioni della parola poetica, a confronto con una quotidianità dai tratti disperanti, pasciuta da una natura all’apparenza inospitale, ma costantemente bruciante di coloristica vitalità.

Il tutto, sapientemente intessuto fra le maglie sferzanti di un’attento gioco linguistico, interpretativo e sensoriale, che slabbra i recessi della società reale, nessun vezzo concedendo allo sdilinquimento narratologico dell’odierno esistenzialismo medio-passivo, o alle facilonerie burlesche della bonaria improvvisazione auto(in)cosciente.

 

1.

 

L'ultima raccolta di Franco Falasca, La felicità e le aberrazioni, collaziona la produzione di un decennio poetico, dal 2001 al 2010, appunto, di un autore visivamente poliedrico e squisitamente analitico, che disseziona, in quest’ultimo libro, particolarmente, il groviglio nominalistico della lingua italiana, accostandolo alla naturalistica fisiologia del vivere quotidiano.

Raggruppati, dunque, i più impressionistici sbalzi sinestetici dell’oggettualità materialistica in una (sovra)esposizione terminologica ideologicamente, mordacemente marcata, Falasca slabbra, con indomita pacatezza (auto)ironica, le varie determinazioni dell’esistere, in un asistolico vortice dialettico, che si abbevera, senza soluzione di continuità, di ossimori fraudolenti, di rimandi ossessivi, di compulsioni dubitative:

 

Vita che altra Vita non ha,

Senso che altro Senso non ha,

Poesia che altra Poesia non vede.

 

Ecco che riappare, vividamente sottolineata, la categorica preminenza della vista, intesa quale capacità d’osservazione, di raccoglimento esperenziale, di indagine critica e figurativa sulla realtà sociale, politica e privatissima dell'essere umano. E dell’essere, innanzi tutto, artista, interprete del pensiero (dominante?) e demiurgo delle iterative interazioni del comunicabile:

 

la dicibilità crea un sistema falso ma dimostrabile;

 

Perciò, la versificazione di Falasca si immola in coloristiche pennellate di dissenso, articolate, talvolta, in aberranti – appunto! – rimbrotti deflagranti, scagliati, con sarcastica educazione, contro una qualche stolida stoltezza antropomorfica, svelata proprio da quelle compiacenti sembianze fallaci e dall’ipercorrettismo dell’innominabile silenzio, coi quali si tenderebbe, oggi, a livellare ogni grado di differenziazione soggettiva, nella smania di etichettare i non canonizzati esperimenti ragionativi individuali, come fossero poc’altro che bellicosi puntigli partitici, strutturali atti aprioristici “Maledetti e inopportuni”.

Il degrado, dunque, il malcontento, lo sconforto: nella ricerca della felicità immanente, non resta da sciogliere che un unico, trascendentale, spasmodico “Rebus”:

 

Il senso aggirandolo

si arrende

oppure si vendica?





2.

 

Quella che Anna Maria Giancarli calibra sapientemente, impaginando una raccolta poetica ologrammatica e polisensa, è La parola indocile di una terra straziata e disossata, gridata, sussultata, estroflessa da un conturbante e altero dire femminile, pregno di un’epigona sensibilità, tutta maternamente inscritta nel desiderato bisogno di ricomprensione sociale, fisico, emotivo propri dell’esistenza umana.

La poesia, col suo iridescente portato di ritmi indignati e melodie possibiliste, avverte lo sbriciolamento ideologico e – tristemente – materializzato di un agire civico al limite (valicato, ahinoi!) del rispetto di ogni plausibile decenza, nella sfera pubblica come in quella strettamente privata, e s’adopera, quindi, con eroico furore antico e dissestato diniego del presente, nel ricercare, abborracciarsi, e infine – certamente – produrre una valida alternativa ragionativa di senso, non più comune, ma altresì comunicabile.

 

È una stella elettronica

l’astro che splende sull’abisso

del reale in/significante.

Il dialogo è un raggio di senso.

 

La parola, dicevamo, di Anna Maria Giancarli, svela, man mano, la sua vertiginosa natura dicotomica, in perpetuo bilico dissolvente – ma che, par contre, non è mai assoluta, né assolutiva – fra i cardini elementali della sopravvivenza umana: ignea e convessa, nelle recriminazioni politiche, cariche di pepata e quasi sanguinolenta ironia; concava e abissale, nella stratificata mescidanza delle sinestesie emotive che suscita, nelle gradazioni cromatiche che empatizza, nella vischiosa e lucida sensulità che sviscera.

 

È qui che lo sguardo strabico deflagra

per aver occultato per anni / inganni /

tra compravendite a orologeria, allora,

la vista sopravvive per un pelo sottile

troppo sottile per sostenere la pioggia

del fuoco sconsacrato.

 

Questa l’“eco/grafia” della scrittura di Anna Maria Giancarli, che canzona, impressionisticamente,  la società post-industriale in cui siamo costretti ad orbitare, e al contempo va rintracciando le variazioni accettabili di un’Eternit-à in lentissimo, all’apparenza insenziente divenire, benché esso stesso, e con lui, il nostro impolverato sguardo al futuro, sia già stato mut(u)ato in un rapido, quasi ossequioso disfacimento.

 

Strapi di sole sull’onde / a sette nodi

insidiose varianti oso di nettare ole/oso

dove è sottesa variazione di visioni

con percezioni d’ammalianti aromi

dove è in gioco la densa consistenza

a tesser di ricerca tasselli d’impazienza

dove sublimazioni attese in insistenza

sollecitano versi d’alta provenienza

dove il dentro-fuori son la stessa impresa

sul bordo giallo/oro dell’attesa

di rosso investo uno scorcio in cielo /

spuntano reticoli di mistero.





3.

 

Leda Palma, tra Ingiurie e silenzi, ripercorre le controversie dell’integrazione multietnica fra culture sovrapposte e continenti opponibili, carezzando un’espressività fortemente simbolica, coadiuvata e suffragata da un’intensa mitologia materica.

 

A chiave serro la bocca alle cose

schiacciate al tappeto le abitudini

leggera scivolo le rampe fino

alla trasparenza d’alberi

di passi

coraggio forse mistero

poche nubi soltanto tra le dita

che corrugano appena

questa foglia d'autunno del mio corpo

una prova di morte un’altra ancora

scatto di chiave e già lambiscono

gocce di sole il mio visomattino

 

L’alternata ombreggiatura fra il grido esasperato e l’ostinato silenzio, suscitati entrambi da un più generalizzato malcontento poliedrico, insito nella natura speciosamente intellettuale e sensibile dell’insoddisfazione umana, si esplica, altresì, in un dualismo verbale antropomorfico, in una compresente dialogicità tra l’emisfero maschile, contrattualmente energetico e fattuale, e l’emisfero femminile, più pacato e coloristicamente immaginifico.

 

Distolgo le rondini che fari

puntano

questo varco di me

dove potresti essere

memoria e sogno

 

Curiosità e solitudine, estasi palingenetica e desiderio di immota immanenza, attraversamento sensoriale di rammemorazioni assopite e sciaquio di debordanti fisicità oppositive, ricostruite nell’osservazione del mondo: la poesia di Leda Palma, intrigante e dubitativa, assomiglia

 

a un nome di miele

che prima è parola poi

schianto

 

 




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