LUOGO COMUNE
A BERNARDO BERTOLUCCI
Un poeta
dello schermo
nel ‘punto dolce
della siepe’


      
Una devota lettera aperta al regista di “Novecento” in occasione dei suoi 70 anni, compiuti lo scorso 16 marzo. Il diagramma della carriera di un gigante del cinema mondiale letto attraverso le premonizioni e i sentimenti espressi nel suo giovanile libro poetico “In cerca del mistero”, pubblicato a soli 21 anni all’ombra del padre Attilio e di Pier Paolo Pasolini. In quegli “anni in tasca” post-adolescenziali la ricerca di sé, di un proprio ‘nascondiglio’ ideale filtrava attraverso sogni e visioni che si emancipavano da un originario leopardismo per aprirsi al mondo, come emerge fin dal suo secondo film “Prima della rivoluzione” del 1964.
      



      

di Plinio Perilli

 

 

Gentilissimo Bernardo,

                                              i giornali danno ampio risalto al suo 70° compleanno – e mi dico davvero che questo genetliaco è finalmente una delle poche notizie care e dolci di questi ultimi tempi…

   Sì, insomma: settant’anni! Possibile che già siano passati? Che ci siano tutti!? Consueta beffa dell’anagrafe…

   Emotivamente – almeno per il sottoscritto (che il 7 giugno ne ha compiuti 56 – i numeri non si discutono!) – un evento sul momento quasi incredibile, sorprendente nella pigra psiche, e che ci pone spigoloso o pur soffice di fronte il rutilante scorrere del Tempo, e il frantumarsi interiore di ogni idea che s’illuda magari di ripensarlo, figuriamoci poi di annetterselo, seminarlo, accettarlo trasparente ma accerchiante…

   Come a dire: smantelliamo pure non dico i miti, ma certo l’aura ancora in atto, l’ombra lunga della nostra invecchiata Giovinezza! – ed accettiamo pure il privilegio stupefatto (e ahinoi incombente!) di una maturità sempre più lucida e forse consapevole… Debitrice solo in parte di quella luce immolata, eternata di un 9 agosto che solo è stato (vecchio ma forse anche immobile, sublimato d’adolescenza!) perché ancora sia, sempre riaccada e meglio riaccadrà…

 

   È proprio in questo, tutta la mia gioia,

   farsi acuta passione della noia.

 

   Insomma auguri vivissimi!, ma non nella solita ottica massmediatica (neo-parnassiana quanto può esserlo il Grande Cinema che giustamente diventa, o viene infastidito, chiacchierato come ultima arte in progress e ignota scienza di se stesso)… Le saranno arrivati tanti di quei messaggi e articoli e telegrammi e fervidi riti propiziatori, da allestirne un’intera antologia di nobili auspici…

   Meglio, molto meglio rimettersi ancora – come Lei ventenne – In cerca del mistero (serbo ancora la lirica, dolce e melodica raccoltina Longanesi del 1962 che mi lasciò mio padre, piena di vento e sole, polvere e incenso, gelsi e more, falchi e cicale, e merli e gazze e salici, morti di passeri, rane gonfie e beate, “le ridenti lucertole in attesa di morire”, fiori e amori, “delicati germogli” e nascondigli sensuali), e chiedere al succitato Tempo – una volta per tutte – di svelarci ironico le lamentele, sì, per il frutto ancora acerbo (metafora che più agreste e virgiliana non si può: “forse un’improvvisa / maturazione dei frutti, pere e mele, / aveva appreso nel suo volgere incerto / dalla stalla al frumento, ai pioppi, al cane…”), ma anche commuoversi, e commuoverci, per un’idea di Futuro che nemmeno la poesia, per fortuna, e in ogni epoca, riesce a nominare, ad addomesticare, se non delegandola a immagini che nessun obiettivo che non siano i versi – attenzione – potrebbe invero romanzarci, rinarrarsi:

 

   Ma il futuro, il futuro

   è il pettine che a lungo riprende

   capelli che non sono i tuoi ma li ricordano,

   il pettine che sfida la piega, il senso

   innaturale angelico a cui li tende

   il sonno della notte, inquieto, immenso,

   che travolse e che rubò.

 

   Ho cominciato a parlare di me, per parlare di te… Lei stesso in quegli Anni Giovani, tutti serrati, gonfiati in tasca, come i pugni di Rimbaud/Bellocchio (“Je m’en allais, les poings dans mes poches crevées…”) consacrati appunto a Pasolini e Truffaut, a Godard e agli “amanti da film di Mizoguchi”, alla Nouvelle Vague e magari anche al Living Theatre… spiegava, dedicava un omaggio a Goffredo Parise (altro scrittore, come Lei stesso autore, che non riesco a sradicare, per le dorate e debitorie emozioni della mia adolescenza, con la categoria appunto eterna, insondabile e romantica della Giovinezza – mettiamoci pure la maiuscola: romanzi di formazione, film di formazione, e si avrebbe ancora e ancora voglia di crescerne… ).

 

   Allora il nascondiglio

   lo cercherò nella siepe

   spinosa della mia fierezza,

   sarò come una passera

   rintanata, buia,

   in fondo sarò, di piume,

   l’uccello della fuga.

   Il polverone di ieri

   non c’è più, le vele orientali

   ripartono vuote, ormai sento

   tremende voci straniere

   che suonano musicali,

   insieme a un rumore di rame.

   Nella siepe fischia un vento

   universale, da mondo finito.

   Nel silenzio nasce il mito

   portato da quel vento: echi

   di bronzi, voci ostili

   di siamesi, un urlare

   disperato, nazista…

 

   Ma il nascondiglio? (La capanna indiana…) La via di fuga… Il polverone di ieri… un vento universale da mondo finito… e soprattutto il mito portato da quel vento… In un clangore terrifico e allarmante di voci ostili e perfino un tardo incubo nazista…

   Poi finalmente la tregua lievitante, affannata in ardore, e ancora, via via, tornata a pensarsi fievole e come ammansita, coronata di pena; il sogno (dolce incubo, scena primaria!?) dell’età centenaria che ci rischiara la fronte, ed è pronta a proclamare con pieno squillo onirico: 

   “L’amore sostituirà l’indulgenza”…

 

   Potesse sognarlo anche questo nostro affollato, dissipato e vorticoso Terzo Millennio tetrallegro, “Un sogno” di Pasolini con cui sorridere camminando, “dentro il volto i nervi”che a Roma scruta, scrutava ancora “il Friuli / questa campagna serena che porta azzurrino / un fumo per i fossi e per le siepi”… “Pier Paolo confuso”, evocato ancor più nitido perché in sogno, il quale “dice che ha una poesia / da scrivere su sua nonna, da tremila anni in una botte”…

 

   Senza vederti, dalla mia abitazione

   d’erba, ti parlo, ti dico la sensazione

   ripetuta, estenuante, sensuale

   come uno sforzo sportivo individuale…

 

   Il nascondiglio (e un sogno!) dove gli amici poeti, i narcisi, siamo sempre noi stessi.

 

*********





Elsa Morante, Bernardo Bertolucci, Adriana Asti e Pier Paolo Pasolini sul set di Accattone (1961), il film di esordio di Pasolini, di cui Bertolucci era l'aiuto-regista


    Ma il futuro, il futuro… Il futuro ci ha raggiunti tutti, bambini e rane, i vecchi giovani corpi contagiati, le ragazze che ascoltavano le lezioni, Giziano “attore piccolo e triste” uscito come da un quadro azzurro del primo Picasso, cogli arlecchini tristi, le drammatiche famiglie dei clowns – e un verdone “venuto / dalla fresca villa dell’orologio”…

   Orologio oramai e per sempre metafisico, da elegia o musa inquietante di De Chirico, piazza d’Italia prima che il ’900 (il secolo esattamente come il suo film) desse l’ethos all’epos, restituisse forse l’infanzia ad ogni vecchiaia, la nostalgia dei matti ai governanti pazzi, agli economisti che più non sanno che cos’era un’aia, e un verdone, una fresca villa dell’orologio, Giziano attore piccolo e triste, Giuseppe che ha le orecchie buone

 

   Giziano invece, più maturo, stanco

   dell’incanto troppo lungo, saggio

   della pazzia del padre calzolaio,

 

   recita la sua parte a metà il mattino

   con la calma dell’asino, del grano e dell’erba.

 

  Auguri di 70 anni da ripetere, bissare, moltiplicare sette volte sette, mai stanco dell’incanto troppo lungo! – 70 anni che vengano, aderiscano in un piano-sequenza, vaghi e scuri “da un portico” e meglio e sempre s’illuminino “contro il rosa della chiesa”… E dunque se ne vadano, se ne tornino a vivere, a ridere, ad aumentare, a risognarsi (e mai e poi mai rimpiangersi né compatirsi), liberi e sani “come dopo confessato”… Come dopo sognato…

   Quel sogno in cui allora, ed oggi come ieri… Allora…

  

   Allora il fumo che esce azzurrino

   dai tetti di Casarola è il vivo rossore

   del vecchio sorpreso dal bambino

   mentre piange, l’oscuro sentore

   dei taglieri, la liquida, la vitale

   fissità dell’occhio settentrionale.

 

   Allora in me si stampa, quasi vedo,

   ciò che vorrei e ciò che solo possiedo.

 

 

   L’azzurrino e il vivo rossore… Colori chagalliani (cosa mai direbbe il suo geniale amico Storaro? – che ha inseguito anche di notte la luce a picco del deserto, e a mezzogiorno inventato un buio mitico e maldestro, esasperato, rutilante di case e volti e cortili o destini in fuga… una luna forse nascondiglio del sole – e viceversa…). Per un azzurro rapìto e abbacinato da quel vivo rossore…

 

   Più vecchio di me stesso, più stordito

   di un bimbo con la febbre…

 

   Se proprio questo confessasse, ci dicesse il Tempo? Un Tempo…

 

   brillante nella selvaggia paura

   che mi soffoca appena divento

   ansioso, al primo alzarsi di vento.

 

   Che strana e indimenticabile rima essenziale: “divento”… “di vento”… Divento di vento! Anche questa sentenza, ce la può ridere il Tempo. E torno a immaginarne la voce (la voce del Tempo quando ci chiama o ci assegna gli anni, dà quasi gli anni ai nomi)… Il Tempo “Dopo una malattia” vera e ipotetica, tutta proustiana e che pure ci riguarda… Sempre e per sempre In cerca del mistero, io non saprei dare al Tempo altra voce, altri anni immobili e in tasca, che i 70 scontati ora a 20 di Alberto, amico di vent’anni:

 

   smemorato quasi intona litanie laiche

   prono dinnanzi alla sua stessa voce

   che felice scandisce socialismo e libertà.

 

   Rinnova e conserva, assolve e condanna,

   ama, si immola, disamorata giudica,

   questa poetica voce fiorita d’incanto

   fra i volti dei passanti che non la odono.

   I miei amici comunisti marciano seri e compatti.

   Quelli fascisti non sono più amici miei.

   Dove collocherete le mie paure e i miei

   ambigui disinteressi se anche me infine

   premeva d’essere Storia e quest’ansia mi ha ucciso?

 

   E mi colpisce ancora oggi molto, questa sequela dolce e fervidissima, caro elenco di verbi che tutti invece romanzano (rinnova – conserva – assolve – condanna – ama – si immola – disamorata giudica…), con la scusa del Tempo proprio la voce tutta del nostro Cuore, e su di noi gioca come un narcotico il sentore oramai forse solo di noi stessi, malagrazia senile / cercando una finestra, quasi che / l’animo si fingesse un pellegrino / assorto e radesse la lieta superficie / pareggiata della fedese anche me infine (me come tutti, d’ogni tempo e volto, talento o amore) premeva d’essere Storia e quest’ansia della Storia.

 

   Chi odierò, persi con gli anni i guardiani

   della mia uva, della mia giovinezza infinita,

   spenti i miei uccelli in alto, gli stanchi

   angeli superbi? Il torrenziale

   me stesso e la mia poetica vita?

 

   Ma in quest’ansia (od ansa) della Storia sempre noi – ansiosi o allo stesso modo avulsi, stupefatti – ci troviamo a vivere… Salvati e forse anche abbrutiti da una maturità che certo più non somiglia nemmeno all’ombra di quella che credevamo, poetavamo forse da ragazzi…

 

   Maturità, Io dico: far l’amore

   solo a letto, accordare al ritardo

   dei ritardi domestici i ritardi del cuore,

   dell’occhio fare un lago vasto e bugiardo.

 

   Aridità è tutta in questo gioco

   che detesto, nel lume solforoso

   che si alimenta in me poco a poco.

 

   Non ho più alibi, di me stesso geloso,

   rifiuto anche l’antica monotonia,

   mio solo urto, mia vera poesia.

 

   Dove però, ammettiamolo, l’inconscio che si è reso consapevole, e si permette, gioca anche un po’ a sdoganare se stesso alla luce del sole: rima, denuncia e assimila – ahinoi – maturità con aridità, e assuona (forse è anche peggio!) monotonia con poesia

   Ce lo spiegò Pier Paolo (che il Ragazzo che Lei fu, catechizzava), e proprio in quegli anni suffragati e dediti – per laico sacramentato rito civile – a La religione del mio tempo (1961), il peso e il vuoto estremi della Storia, quell’onore e onore inestinguibile, speranzoso e contrito, stoico e fatale – a tratti dolcemente intollerabile:

 

   Nella tua nuova vita non è esistito mai

   fascismo o antifascismo: nulla, di ciò che sai

 

   perché vuoi sapere: esiste solamente

   in te come un crudele dolce fiore il presente.

  

   E poco più avanti, nell’incalzare rimato o in assonanza dei versi conseguenti, e certo ancora più ardenti – ecco già quasi o troppo adulta l’autocritica, la vulgata cui attenersi, di cui anche dolersi, lucidi e melanconici – gelosi e orgogliosi che pur la Giovinezza perduta continui negli altri, nei ragazzi crudeli dolci fiori di ogni presente:

 

   Noi dovremmo chiedere, come fai tu, dovremmo

   voler sapere col tuo cuore che si ingemma.

 

   Ma l’ombra che è ormai dentro di noi guadagna

   sempre più tempo, allenta ogni legame

 

   con la vita che, ancora, un’amara forza

   a vivere e capire invano ci conforta…

 

   Ah, ciò che tu vuoi sapere, giovinetto,

   finirà non chiesto, si perderà non detto.

 

   Per questo ancor più m’intriga – e a partire dalla Sua, dalla nostra sfalsata e rigemmata giovinezza italica, il senso e il peso di quella Storia che nemmeno più l’arte pareva volesse con sé, perfino certa poesia oramai mal tollerava… Ecco perché anche il cinema nuovo di quegli Anni in Tasca andava praticamente tutto rifondato, ripensato…

 

   “… È un montaggio liberamente pieno di sprezzature stilistiche,” – valutava Lino Micciché per Prima della rivoluzione (1964) – “programmaticamente sincopato invece che ‘realisticamente’ mimetico, aggregativo anziché distributivo, assolutamente irriguardoso della coerenza degli ‘attacchi’, sovente ripetitivo dei gesti dei personaggi e delle dinamiche del profilmico, teso insomma non già a determinare l’’illusione della realtà’ ma a trasmettere i dati ottico-emozionali.  …”





Un fotogramma da Prima della rivoluzione (1964), la seconda pellicola di Bertolucci


   Ed anche Pier Paolo Pasolini rilevava gli stessi nodi e snodi, tesseva, liberava in fondo le medesime lodi:

 

   “… Praticamente, tutto il sistema stilistico di Prima della rivoluzione è una lunga soggettiva libera indiretta, fondata sullo stato d’animo dominante della protagonista del film, la giovane zia nevrotica. Ma mentre in Antonioni si è avuta in blocco la sostituzione della visione della malata, con la visione di febbrile formalismo dell’autore, in Bertolucci tale sostituzione in blocco non si è avuta: si è avuta piuttosto una contaminazione tra la visione del mondo della nevrotica e quella dell’autore: che, essendo inevitabilmente analoghe, non sono facilmente distinguibili, sfumano l’una nell’altra: richiedono lo stesso stile.

   Gli unici momenti espressivamente acuti del film, sono, appunto, le ‘insistenze’ delle inquadrature e dei ritmi di montaggio, il cui realismo d’impianto (l’ascendenza neorealistica rosselliniana, e il realismo mitico di qualche maestro più giovane) si carica attraverso la durata abnorme di un’inquadratura o di un ritmo di montaggio, fino a esplodere in una sorta di scandalo tecnico.  …”

 

   Ma anche da uno scandalo tecnico parte, inizia e sempre lievita l’eterna ribellione anche e proprio espressiva della Giovinezza! Si pensi in specie all’Arte, e alle continue, generazionali rifondazioni della poesia… Alla continua lotta e con l’Angelo e col Padre che ogni giovane poeta o artista (anzi ogni uomo tout court, ogni persona!) deve intraprendere per meritare l’approdo, l’esito di una propria vera e nuova personalità…

 

   A mio padre

 

   A quale educazione, a quale momento

   della tua paziente vita rotta in tanti

   crudi fantasmi appena il mito si abbuia

   se solamente una lettera e una nuvola

   annunciando tremori o un’acqua fuori stagione

   nelle tue mani trema, le tue mani bagna,

   a quale ideologia, a quale disposizione

   degli affetti e delle arti, delle rabbie e delle fedi,

   sotto un cielo che muta in una continuità

   estranea e stimolante di figure e di tinte

   disperdendo in un viola serale le invenzioni

   che un turchino suggeriva a metà del giorno,

   rimanendo quel viola e quel turchino impure,

   inespresse, indefinibili avventure

   che un altro cielo vieta: ma è lontana e fradicia

   di nebbia, non del tuo pianto, la pianura che ferve

   sotto quel cielo e non hanno mutamenti

   i castagni nel fondo e più in alto i faggi,

   da quale frantumazione tu mi vuoi preservare,

   in nome di quali immobili personaggi

   dosi le mie vanità e misuri il mio amare?

 

   Viola serale, turchino… Tornano i colori psicologi, quell’alchimia del verbo (avrebbe detto Rimbaud!) che almeno può, poteva – armata soltanto di giovinezza, e cioè di se stessa – scrivere dei silenzi, delle notti, annotare l’inesprimibile, fissare vertigini… 

   Ma potremmo, dovremmo a questo punto andarci dolcemente a riprendere molti di quei dialoghi (anzi: monologhi incrociati) di allora… Lì dove Gina (Adriana Asti) ordina a Fabrizio (Francesco Barilli): “Non guardarmi con quegli occhi!”…

 

   « Prima di tutto perdonami e ti prego, non indagare… Sono così delicata che mi sentirei di colpo in prigione. Non capisco se in te c’è solo curiosità o qualcosa d’altro, qualcosa di più… ma mi sono accorta che tu ti sei accorto. La tua faccia si abbuia tutta insieme. La tua faccia si rischiara tutta insieme. C’è solo un rimedio alle mie pene: gli altri, le persone, tu… E c’è la medicina della noia che mi ha portato fin qui, dalla lontana città di Milano. Qui è in corsa parallela con le nuvole che si rincorrono. Le nuvole rincorrono altre nuvole e tu rincorri me che rincorro te… Mio nipotino parmigiano. Senza dirti niente ti ho detto tutto… Non indagare, non indagare, non indagare.  »

 

   Non indaghiamo dunque sull’amore – né, egualmente, sul mistero In cerca del mistero di ogni vera poesia…

 

*********

 

   Dei Suoi primi film “giovanili” (ma, a esser schietti, mai generazionali o peggio modaioli!), ho amato proprio questo continuo far slittare, travalicare lo sguardo dal finto neo-post-verismo in ritardo alla novità, al Futuro in atto di un Io ancestrale tutto sempre e ancora da sbilanciare, svelare, risorprendere, indurre finalmente ad aprirsi – forse anche a tradirci… Beh, quanto inconscio a gogò, in quelle sue poesie di allora, tenere e crudeli – innamoranti e insieme disamorate:

 

   Mi attende un’estate spartita

   tra oleandri e castagni, a metà il tuo

   essere assorta e tenera finché

   io mi sia innamorato:

   vorrei baciarti

   prima che tu m’abbia dimenticato.

 

   E quanto necessario, disvelante rispecchiamento – nella deriva avvitata o svitata di quelle trame, centrifughe e centripete, oniriche ma nondimeno labirintiche, come un trasognato e lucidissimo racconto lirico, confortante enigma di Jorge Luis Borges, perfido e usuale, annoiato di sublime:

 

   SHINTO

 

   Quando ci annichilisce la sfortuna,

   in un momento ci salvano

   le minime avventure

   dell’attenzione o della memoria:

   il sapore di un frutto, il sapore dell’acqua,

   quel volto che un sogno ci riporta,

   i primi gelsomini di novembre,

   l’anelito infinito della bussola,

   un libro che credevamo smarrito,

   il ritmo di un esametro,

   la piccola chiave che ci apre una casa,

   l’odore di una biblioteca o del sandalo,

   il nome antico di una strada,

   i colori di una mappa,

   una etimologia imprevista,

   la levigatezza dell’unghia limata,

   la data che cercavamo,

   contare i dodici rintocchi oscuri,

   un brusco dolore fisico.

   Sono otto milioni le divinità dello Shinto

   che viaggiano per la terra, segrete.

   Queste semplici divinità ci toccano,

   ci toccano e ci lasciano.

   

   C’era materia per tutta la psicocritica possibile, in nobile e fervido andirivieni tra parabole letterarie e sventagliate cinematografiche… Un’unica capziosa soggettiva, poi, inghiottiva tutto, registrava tutto (e parlava, strologava del cinema da fare nel mentre già lo faceva)… Era, è l’occhio perenne e indomito – lo sguardo curioso e implacabile della Giovinezza: ma anche e soprattutto (Pasolini avrebbe evocato ed intonò ), “la spietata gioia di sapere”… Capace, eccome, di inghiottire, digerire, annichilire – vaccinare e infine divertire – tutti e 12 i “rintocchi oscuri”, e convertire a sé, in giuramento catartico, ben più degli 8 milioni di divinità dello Shinto, “che viaggiano per la terra, segrete”…

   Trasmettere i dati ottico-emozionaliAppena il mito si abbuiaIndefinibili avventure / che un altro cielo vieta

   Un occhio sempre più allenato, di film in film, ad accelerare e potenziare alla massima potenza sia il gioco della metafora, che la doppia valenza conscio/inconscio, Storia e Privato, fors’anche (cinema di) prosa e (cinema di) poesia… Pasolini docet, ben oltre la vena pedagogico-didascalica del suo Empirismo eretico

   “Ora, grazie a una virata imprevista,” – soggiunge T. J. Kline nella sua fervida monografia (si sta parlando del rapporto tra Mao e Pu Yi, L’ultimo imperatore) – “Bertolucci aggiunge il suo tocco.”

 

   «…  Ecco come aveva visto dall’Italia, nel 1968, il nuovo “sconquasso” cinese: “Vivevo  la Rivoluzione Culturale come una grandiosa rappresentazione, con un vecchio regista di nome Mao Dzedong, che dirige milioni di comparse giovanissime concepite e allevate apposta. Mi attraeva soprattutto l’estetica della Rivoluzione Culturale, come teatro nelle strade: post-Living Theatre, pre-Pina Bausch”. Così, grazie a un’abile dialettica, Bertolucci inserisce l’atto di fare cinema nel cuore della problematica della ripetizione storica (e psicologica) stessa.  …»





Debra Winger e John Malkovich in Il tè nel deserto, girato da Bertolucci nel 1990


   Ma già la cosiddetta Trilogia dell’Altrove è stata per fortuna girata (la “trilogia esotica”, così l’hanno anche chiamata, de L’ultimo imperatore, Il tè nel deserto e Il piccolo Budda) e quei viaggi continuano, ricominciano ogni giorno, solo che li si veda e riveda e soprattutto creda a noi destinati… Prosegue, bolle e va distillandosi, l’alchimica, progressiva decantazione filosofica (se non filosofale!: nigredo, rubedo, albedo…) di Kline – il quale va ora discettando e meditando su Il tè nel deserto: 

 

   «… Tuttavia, niente nel lavoro di Bertolucci rimane puramente ciò che appare. Queste scene sono simboliche. Come Storaro ci ha ricordato: “Bernardo fomenta sempre un duello tra conscio e inconscio”. Ma torniamo a Bertolucci: “Credo che il ricordo è la nostra identità. Ma poiché passato e futuro indicano dei termini convenzionali, credo che il passato contenga il futuro. Il futuro è la proiezione del passato”. Futuro, presente e passato ora sembrano fondersi in modo sempre più inquietante. Ricordiamo come, ne La commare secca, il film iniziava con lo sventolio di tanti pezzi di carta. Qui invece, durante la prigionia nella casa di Belqassim, Kit strappa le pagine del suo diario e le appende ai travicelli: un atto che ha la facoltà di condensare parte del passato di Bertolucci.  …»

 

   Chi lo conosce, il Tempo? Conosce – dico – per davvero, e dunque riconosce… Ad esempio, che voce ha? Che sguardo ci assegna? Quale film o libro più potrebbe amare? A tratti lo immagino inquadrato, sovrapponibile con certe liriche-scene-sliricanti vissute e poi fermate, fotografate col suo piccolo, vispo e mesto Giziano, bizzarro povero amico di quegli Anni Giovani:

 

   Solo io lo udii. Quella voce

   ho raccolto e serbato: nessuno mai

   sotto i meli nel silenzio profumato

   fu più violento e più sgarbato

   più deluso umile e preoccupato.

 

   Di nuovo il Tempo infante ci diventa di vento…

   Non indagare, non indagare, non indagare

 

   E recita parole, versi o enigmi inconsci che per fortuna non ci è dato di interpretare… Cinque aggettivi lo qualificano (violento, sgarbato, deluso, umile, preoccupato…) – questo Tempo impubere – così come un eterno ragazzo in piena crescita, sfrontato e assorto, puntiglioso e melanconico, dolcemente adirato fino all’amore… Un ragazzino dipinto e avvinto alla Elsa Morante, di quelli però che per fortuna prima irridono, smentiscono – e poi salvano il mondo… Sì, ricordo con affetto (eravamo intanto giunti al ’68), certi densi passaggi, messaggi lirici di quello strano libro-poema o forse balletto della Morante: “Tutte le città della terra sono un’unica, maledetta congrega / contro i ragazzetti celesti”… “le fanciullezze sulla terra / sono un passaggio di barbari divini / col marchio carcerario della fine già segnata”…

   Questa l’inquietante, inesorabile morale (e profezia a futura memoria…) de Il Mondo salvato dai ragazzini

    

   Retaggi o scorie infantili, invece per Lei ritornano, ritornavano  sguardi, semi, paure che dentro ci fiorirono – dolcezze adombrate, solstizi andati, equinozi indicibili, riti che il sole ci assegnava come incerti compiti, lezioni o brani da compitare…

 

   Il bambino solo

   me stesso

   che strano prepararsi a un combattimento.

 

   E mi piace realmente pensare che Lei non abbia mai smesso (se non altro per una strana, dolce e artistica coazione a ripetere, di rappresentare gli irrappresentabili languori, il Disordine e dolore precoce (avrebbe suggerito Thomas Mann) di ogni vera, sincera e ansiosa giovinezza – in rivolta col mondo e spudorata di sé…

   Un duello tra conscio e inconscio 

   Penso a spunti o scene, sottili deliziosi raggiungimenti (ma anche bièche o fragili esitazioni) di film egualmente importanti come La luna, Io ballo da sola (Stealing Beauty), L’assedio, The dreamers (I sognatori)

 

le minime avventure

dell’attenzione o della memoria:

il sapore di un frutto, il sapore dell’acqua,

quel volto che un sogno ci riporta

 

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Bernardo Bertolucci riceve all'ultimo Festival di Cannes la Palma d'Oro alla carriera,
in occasione dei suoi 70 anni


   Forse la più bella delle sue vecchie liriche adolescenti de In cerca del mistero, era e rimane a mio parere “Portare un sogno”. Una poesia fatta meravigliosamente di nulla – una mera, sopraffina e abbacinata polvere d’oro ronzante d’api e profumata di petali, più gialla d’una giallissima ginestra… La natura c’insegna un sogno – che poi è il suo stesso sogno che forse sogna noi: noi che siamo Natura, e come un sogno, prezioso lì al buio in fuga dalla Storia, dentro il sogno a occhi aperti ne prolunghiamo la luce, la incarniamo a viversi.

 

   Fu qualcuno che mi disse delle ginestre.

 

   Se qualcuno passa per le colline

   mi porti tutte le ginestre che il mattino

   ha ricoperto d’oro, le più giovani

   che abbiano ancora le api

   e il loro ronzio tra i petali; io porterò

   con me questo sogno, in ogni paese

   in ogni casa: “Ecco il mio sogno!”.

   Se dovessi andarmene per una strada

   e le api non conoscessero il punto dolce

   della siepe, riportate le ginestre alle colline

   e le api.

 

   Ecco il mio sogno! – suo come anche mio, nostro e di tutti.

   Che il Tempo perda la sua maiuscola ma meglio sublimi il simbolo, s’addensi, s’immaiuscoli dentro. E parli con quei silenzi o quei versi di bambino solo pronto al combattimento con tutto il mondo – e poi a far pace… Torni adolescente in amore (e che l’amore non lo fa a letto – per stanco rito borghese – ma assorto, complice, girovago, frammischiato al mondo e sempre in fuga, fra erba o tronchi o colline, chiese o edifici, vicoli e portoni, cortili furtivi, musei gloriosi e assopiti d’Arte… finalmente abitati, risvegliati, abbracciati di trasparenza, dialogati, carezzati in orgasmo…

 

   Una notte partirò alla scoperta del tuo corpo

   la stagione si approssima, le nuvole incontro alle nuvole.

 

   Le auguro (e forse anche mi auguro: 70 a 55 – un punteggio da basket!) di continuare sempre e comunque a portare quel sogno… Un sogno solo dei poeti – e figlio della poesia: perché nessun dottore o esegeta di Psiche potrebbe né meritarlo né capirlo… Un sogno che venti film faticano a narrare e a malapena contengono: raccogliere tutte le ginestre che il mattino / ha ricoperto d’oro, le più giovani / che abbiano ancora le api / e il loro ronzio fra i petali   

 

Sono otto milioni le divinità dello Shinto

che viaggiano per la terra, segrete.

Queste semplici divinità ci toccano,

ci toccano e ci lasciano.

 

   Dunque auguri carissimi! E Buon Compleanno nel punto dolce della siepe: una siepe finalmente anti, o meglio contro-leopardiana (amiamo sempre Giacomino!, of course, il suo Infinito prigioniero del natìo borgo selvaggio e del giardino che soffre…): una siepe che non esclude più il guardo – lo sguardo – perché dolcemente ora tutto lo contiene, lo assomma, ne implode (o introietta) miglior luce, definitiva, inquieta ma insopprimibile luce…

 

   Quella luce preda del fiore, che nel fiore premeva,

   in me ora preme, ma è pena, è affanno

   mio, eppure non così mio se così estraneo

   è il pianto nella mia bocca, che prima rideva.

   Ecco che si ripete, nel teatro della mia anima,

   una lontana suggestione, un dolore sepolto

  

 

   La tua faccia si abbuia tutta insieme... La tua faccia si rischiara tutta insieme… Le nuvole rincorrono altre nuvole

   “Credo che il passato contenga il futuro. Il futuro è la proiezione del passato”.

 

 

   Con tanta e vera e profonda stima, mi creda, Suo

 

                                                            Plinio Perilli      




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