LUOGO COMUNE
L’APPIEDATO VOLANTE (1)
L’addio alle armi per ora è rimandato


      
Abbandonata la lussureggiante “Place Vendôme” ecco ricrearsi un nuovo, ossimorico luogo-nonluogo di note personali, sprezzature culturali, ricordi addolciti o polemici, sapienti letture critiche, rifacimenti ‘à la manière de’. Ripensando, tra l’altro, alla scoperta del primo Arbasino che faceva invecchiare la coeva neoavanguardia, al tardo Sanguineti ‘politico’, ai dischi di Tito Schipa, ai romanzi ‘fuori mercato’ di Gabriele Frasca e Luigi Bianco.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

Scultura vivente; o forse derelitto scolpito: maschera funebre presa su uno non ancor morto. Così, di Sergio Do Vale, la bella immagine che concludeva l’ultimo grido lanciato, notturno, dal Diogene della Place Vendôme.

 

caro marco, grazie. le mie cartelline ricevono sempre nella compagnia che tieni insieme un forse immeritato valore aggiunto. sono ancora a tempo per il pezzo da far seguire? sarà  un congedo, almeno dalla piazza vendôme. Non ti affliggo con quello che da mesi ormai mi affligge e mi toglie alle amate o disamate carte. con la pensione è anche peggio... proverò a spiegarlo, se ci riesco, nel mio 'addio alle armi'; se poi, magari perfino a scadenze urgenti (ravvicinate), io riesca a spremere qualche goccia, te ne riserbo l'ampolla. Non ce la faccio più.

 

Era (non me n’ero accorto) il 2 aprile, sarebbe stato il compleanno di mio padre, che non toccò i settant’anni. Lì fissato, sarebbe oggi rispetto a me quasi un mio fratellino minore.

 

Era tutto vero, quello che scrivevo a Palladini; a fine mese, fu giocoforza migrare:

 

Caro Marco, stanotte alle una ho finito il Bruno [mi illudevo!]; due anni di lavoro. Stamani, Pasqua, ho ripreso un saggerello che era rimasto sùbito tronco dopo i nostri ultimi scambii. Se ti piace e quando puoi; è l'ultimo foglio di piazza vendomia. Se leggi capirai perché. Ho molta stanchezza addosso e una situazione familiare difficilissima. Non è detto che non si riprenda, fra qualche tempo, magari perché no anche presto, ma in altra piazza. È pasqua e ti faccio gli auguri, ma ci vorrebbe per tutti una pasqua vera.

 

 

Palladini capì e bruciammo la botte. Ora non c’era che andare. Ero sfinito e, come tutti noi, forse, tranne il caro Gualberto Alvino, che crede ai suoi filologi e ai suoi grammatici senza volersi dire che sono tutti d’antan,

 

                                   où sont le Contini d’antan?

 

(e la colpa è anche sua, del gran Dossese, se ha prodotto solo dei magri cloni, in tempi universitariamente, allora, di grasse, inutili vacche), sfiduciato e rinunciatario. Ma l’addio alla piazza, ove avevo trovato un vacillante ubi consistam, non riesce, per mio tormento, a placarsi in un ‘addio alle armi’, come sarebbe dovuto e esemplare.

 

Nel 1827 a Milano ci furono due grossi eventi: uscì la prima edizione dei Promessi sposi e andò in scena, alla Scala, Il Pirata del nuovo astro operistico, il siciliano Vincenzo Bellini. Non c’erano ancora la Norma, la Sonnambula, i Puritani; e quella Beatrice di Tenda che piacque tanto a Arbasino. Restavano a Bellini tredici anni di vita; al Manzoni quarantasei. Quando morì, estraneo e imbacuccato, sterile da trent’anni, un giornale inglese ne annunciò la scomparsa così: vi stupirete non che sia morto ma che fosse ancora vivo. Una volta un grande critico musicale, Massimo Mila, cercò di spiegare una faccenda analoga: Ambroise Thomas, l’autore della ancor celebre Mignon (1866) (nel 1842 aveva musicato Le comte de Carmagnola, credo mai rappresentato in Italia, ed era lo stesso anno del Nabucco), visse dal 1811 al 1896, che sono un bel cumulo d’anni, ottantacinque; Verdi fu praticamente suo coetaneo (1813-1901) e lo superò nel conto finale di tre anni appena. Ma di Verdi si ricordano gli anni di galera, gli anni romantico-popolari, gli anni dello sboccio internazionale, gli anni della robusta e maligna vecchiezza. Thomas scrisse più o meno sempre alla stessa maniera e la gloria internazionale (con Hamlet, due anni dopo la fatidica Mignon) gli venne non prima dei cinquanta sette anni. A quella età Verdi scrisse l’Aida (andata in scena l’anno dopo, al Cairo, per via della guerra franco-prussiana) e, ricco ormai come un asino, avrebbe anche potuto ritirarsi. La Messa di Requiem in memoria del Manzoni è davvero una portentosa ed equivoca opera postuma. Ora, s’intende, Thomas non equivale al Manzoni; ma nessuno dei due ebbe davvero il senso che i tempi incalzavano, contro la loro esile o acutissima vena.

 

E io che faccio ora? Né suoni né bagliori giungono più da quella esperienza rubricata. Ascolto l’invito di Gualtiero, il belliniano pirata (versi di quel Felice Romani che fu il prodotto migliore della scuola del Monti):

 

                                   Vieni! Cerchiam pe’ mari

                                   al nostro duol conforto.

                                   Per noi tranquillo un porto

                                   l’immenso mare avrà.

 

 

Ridicolo; un tempo, è vero, (mio figlio al pianoforte), mi arrampicavo con vocino almeno, questo sì, agile, su per le liane di quelle ardimentose e tenere melopee. Ma ora? Anni: settantadue (esagerato! mi dànno sulla voce: è vero, settantuno e mezzo, speriamo la Gran Falce lo appunti sul suo taccuino); capelli: emblematici; voce: estinta; gambe: inutili ingombri; cuore: stanco; pensieri: scialbi. Il... resto: omissis. Non è l’età che io impari a vogare, a nuotare, a corseggiare. Sarà più tosto bolgia di rimorsi; le letture mai fatte: quelle (anche peggio) lasciate sempre da rifare: il sospetto di errori, di omissioni; mai l’orecchio fu quieto, non mi sottrassi mai. A volte la freccia cadeva dov’ero solo un attimo o un anno prima. Quell’ ‘io’ al quale tanti mai anni fa, mettendomi in cammino, avevo creduto di poter addossare il massimo dell’ingenuità, non fu altro che una festa mobile. Un paravento.

 

Sarò, quanto mi resta, solo un soffio che non ritrova più dove posare.

 

 

***





Ma le gambe, ma le gambe. Ormai sono almeno altri dieci anni, macché! boja mondo, sono di già quasi venti; ci giunse dall’America un disco di concerti di Tito Schipa 1939-1959. Lo Squisitissimo deliziò Berlino, con due concerti, nel giugno 1939 (al piano era Michael Raucheisen, caro a Zio Adolph, che di musica se ne intendeva, direttore del dipartimento di musica e canto da camera a Radio Berlino, autore della prima monumentale raccolta di Lieder della storia del disco), eseguì nel 1942 alla radio due delle sue arie operistiche esemplari (la “solita storia del pastore” e “Parmi veder le lagrime”) e diciassette anni dopo (era nato il 1888) è in Olanda, a Volendam, cosí l’anello si chiude (l’Olanda si era spaccata in due sulla vexata quaestio nazi sì-nazi no). Presi il disco (io sono sempre stato pei tenori di forza, da Tamagno a Del Monaco, da Martinelli chiomadargento ad Hans Hopf Ernst Kozub Vladimir Atlantov Zurab Andjaparidze o James King, tutti fra loro Otelli, e Florestani, e Sigmundi) perché ero stufo dello Schipa ‘ufficiale’ che senza intermissione si seguitava a ritrasmettere o a ripubblicare. Sta tutto in un cd. Una fondazione Schipa del profondo Sud ha raccolto il lascito di un prete melofilo d’America e ne ha prodotto un insieme di 34 dischetti argentei, spediti in omaggio a qualche musicologo previlegiato e non distribuiti nelle davvero ormai superstiti botteghe. Son due mesi che non metto piede dal mio rivenditore reggiano; nemmeno per guardare le vetrine. Confesso la mia viltà: ho sempre cercato di evitare i funerali. Del resto, anche tornasse il canto delle vetrine, e gli scaffali delle ‘novità’ traboccassero, e alla Callas seguitasse la Sutherland, come fu, all’Australiana la Spagnuola florida che fotografi inetti avevano cercato di contrabbandare come una nuova Callas, anche in figura (e invece sembrava ritrovare in lei, nella sua voluminosa fissità, la Cerquetti, visibilmente), la balena con voce di usignuolo Monserrat Caballé; o tornassero i Wagner di Karajan ad accettar la sfida di Solti o di Boulez, riforissero i Mahler di Bernstein, gli Strawinsky di Strawinsky, i Monteverdi di Harnoncourt, le opere del Belcanto rivelate da Bonynge, gli Schoenberg di Craft, i primi Rossini di Abbado, le quasi integrali di Verdi o Gaetano Donizetti, il Barocco francese, il Novecento cèco, la prima Lulu integrale, il coraggio, su un mercato ormai esausto, di suscitare una Entartete Musik mal sostenuta pubblicitariamente e resasi presto introvabile: ‒ ho montagne di mai calunniati vinili e di CD spesso ancóra da alleggerire della odiosa mutanda di cellophane, dilagano perfino sotto i mobili, e sotto il letto, a gara coi libri d’ogni epoca e di molte lingue e géni, dopo ripensamenti di lustri e qualche sperimento fallito, ho un macchinario elettrodomestico che anche fino a pochi anni sono era follia sperar. Ma non riesco più ad ascoltare, fra i diffusori e me un’ansia tormentosa, uno struggimento. Da ultimo, il baleno: li accumulo, premeditatamente, per immaginarmi una vita che si prolunga, come quei rotoloni di carta igienica che sullo schermo televisivo son inseguiti e concupiti da folle festeggianti. Sulla porta del discario (o dovrei dirlo dischettiere) mi coglie il brivido di un vento caldo che addiaccia; ne sanno qualcosa i fuggitivi di Cielo giallo, uno dei film più belli ch’io abbia mai visto. La banda Vallanzasca nella Valle della Morte, nella città dei fantasmi. Voleva essere un western ‘duro’ ma la fede di un bambino non è quella cosa tanto facile da scalfire che credono (o in cui credono) pedagogisti, pedofili e catechisti. La magnificenza della forma mi colpiva sùbito e sola; non esteticamente (questa falsa scienza delle età sfinite) ma con tutto il vigore dei risvegli di natura. Le Quattro piume erano infinitamente più ‘vere’ di Roma città aperta, come volevano, mutatisi in fretta di giubba, i nipotini di padre Bresciani eternamente superstiti. Cielo giallo, film che rimanda le consolazioni agli ultimi tre minuti (séppimo presto che si doveva, sempre, cominciare a sfollare prima), era assai più morale che il ‘cattolico’ In nome di Dio, di John Ford, che pure racconta una storia abbastanza somigliante, nelle basi: svaligiata una banca, i three godfathers (Wayne, Armendariz, ed Harry Carey jr) tentano la traversata del deserto, per sfuggire a uno sceriffo macchietta ma implacabile. Due muoiono e il terzo è folgorato dalla Grazia nel tentar di salvare un Gesù Bambino. Con musiche da Ben Hur.

 

Quando uscì quel dischetto solitario dei concerti di Schipa un critico da rivistine, questi sagrestani del piacere canoro, scrisse appunto: ‘sì, le gambe di mia moglie son sempre quelle... ma lei non è più quella...’ Non so più se fosse una battuta di Petrolini, Campanile o Peppino. In realtà, la voce del tenore non era poi tanto mutata da quella fusca anche dei tempi migliori: era l’arte, il fraseggio, la vocalizzazione, la incredibile rapidità delle girandole ritmiche, da scioglilingua, (penso con un moto di vero disgusto al moto podagroso alla esecuzione strascicata del ciabattaro Domingo, questo sacripante che saprebbe bene e non può fare più quello che andrebbe, nel cantare, fatto), la parola scolpita senza indugi dello scarpelletto, era Orfeo ritornato dal fiume insanguinato delle Tracie furenti. A questo pensavo scorrendo America amore di Alberto Arbasino.

 

Tempo addietro misero sù a mio carico una sorta di spedizione punitiva micromediatica, con tale furia e tale sventatezza che sbagliarono tutti i soggetti. Ero accusato ‒ sul Corsera e altri fogli echeggianti ‒ di lesa maestà Adelphica (per difenderla, uh corvacci corvacci, tiravan fuori solo l’epoca degli esordii, con Foa e con Bazlen, con Wilcock e con Canetti, con Giorgio Colli e il suo glorioso Nietzsche, quando perfino una bella e ben prefata traduzione di Robinson Crusoe pareva segnata d’un’epoca nuova), di oltraggiato Severino e sculacciato Arbasino. Severino non so come e perché l’avessero tirato fuori: non ne avevo mai scritto cavelle; non nutre il mio pensiero né la mia gioia dell’ars scribendi. Pronunziò, di me, ex cathedra: “non conosco questo professore”. Ero fritto, ma con un vantaggio: “io conoscevo lui”. I suoi libri ce li ho quasi tutti e dapprincipio li leggevo interi, poi ne ebbi meno il bisogno. Non mi vien voglia mai di riaprirli. Ma Arbasino, via. La prima parte della mia vita, come dire, scritturalmente esposta, quasi tambureggiando m’ebbi il rimprovero d’essere, io, un arbasiniano. E di non esserne all’altezza. Bella forza; ne fossero stati all’altezza quelli almeno che mi facevan le pulci addosso, tutti quanti, sarebbe stato un rinascimento, una età nuova d’oro delle lettere italiche. Erano anni che mi dolevo di un riso offuscato, in Arbasino; d’uno slancio calmatosi. Dolersi non è oltraggio. Che c’era da ridere, poi. Prima Craxi: poi Berlusconi. Prima il fascismo e dopo la diccì. E, s’intenda, non come forze del male, ma come epifenomeni d’una malattia lunga e snervante. Il Vecchio Stivale è tutto un tarlo e un cancro. Il guaio sarebbe stato se Arbasino avesse fissato in volto una dentiera d’infallente riso, una faccia d’idiota ottimismo come il povero guitto di Arcore, figlio spurio (e men degno) del Bongiornismo. C’è poco da irridere.

 

Arbasino fu come il balilla che lancia la pietra ai cannoni (del resto, come nel mito, già infangati di brutto) dell’esercito d’occupazione ideologica. Non monta che allora spiegasse le insegne del gramscismo desanctisianista, o desantiangramcismo. L’occupante è occupante qualsiasi insegna spieghi o gonfalone gonfî. Santi o gramçeole: parabole o incanti. O le dotte disquisizioni sul perché l’Irpinate non fosse arrivato ad accorgersi che intanto era all’opera Verga? Del resto nemmeno s’era accorto che all’opera (Opera) era stato Verdi. De musicis non curat criticus. Che (ci assicuravano) “nascitur”. Dal cèrebro di Giove (Aristotele era forse infelice di non averci un CACHET?) o dagli amori di Tito imperatore con Berenice regina.

 

Sragionavano anche di un Leopardi che se fosse vissuto, sentendo e penando, e divorando due gelaterie a ogni raro passeggio sul lungomare di Napoli, (scansandosi la folla per il fetore di vesti mai lavate, di carni inumidite a periodi bisestili), sarebbe salito sulle barricate del 48. Oh certo! “gobettino, eh tu ingombri; o ’un te ce l’hai la mamma?” ‘Lascia, deh lascia, o caro | Che procomba sol io’. Suoni la tromba.

 

                        Silvia, rimembri ancora

                        quel suono di trombetta?

                        Ridesti e (come ora

                        vedo) scansasti il piè.

                        (Beltà ridea).

 

 

Anche Arbasino rise e ci fece ridere. La biblioteca della facoltà di lettere, in San Marco, Firenze, era, dall’entrata alle 8 di mattina all’esodo passate ormai le sette, luogo di eterna penombra; ma insieme mosso, agitato. La mente ai libri! ma il passo, il cuore, a ogni mossa di sedia. Entrava un altro ergastolano, uno invece, conclusa la sua pena, moveva per andarsene. Il terremoto, come in purgatorio. Distratto dal suo Orazio, il professor La Penna seduto fra noi mugghiava come il toro di quel passo di Dante: con un soffio d’afflitto. Si dice che fra colleghi fosse a volte a bastanza spiritoso. Metteva in caricatura l’idioletto continico: ma chi poteva tenersi dal farlo? Quando Aldo Rossi, fra tutti quei suoi cloni il più bravaccio, lesse il Giovane Holden, decise di passare una vacanza a Disneyland. Nel suo fato era scritto invece: DANTE. Premiato Fornitore di Parolacce & Enigmi alla Real Casa. Dal ballatoio spuntava intanto la testa di Umberto D. Un cinèfilo di Pescia, incerto fra De Sica e Pirandello, ordinava a una lacrima di scendergli lungo la faccia slunga, glabra. Bastava una scala; scenderla, varcare un portone; fuori le paste al bar degli archiermetici, le librerie, il Disclub, la statua di Manfredo Fanti o Enrico Cialdini, il ’macellaio del Sud’, o non so che altro ‘eroe’ ammantellato e isciabolato. Pazzi di sole i piccioni, tenere le ragazze; sedute accoccolate sui gradini della chiesona domenicana, in attesa del tram, gli si vedeva tutto e lo sapevano. In quella biblioteca entrò uno sciagurato sventolando il gran foglio dell’Espresso; era il numero del Mago della Pioggia. Padron ’Ntoni, collezionista di proverbî e jella. Non credo (ed eran tutti, bada, ufficialissimamente desangramchisti) che fosse diverso tripudio quando uno, la mattina sul presto, tirò un sasso nei vetri delle finestre del primo piano e dalla strada gridò: L’È CASCATO MUSSOLINI.

 

(Ed alfine fu un tuffo: l’Incredibile).

 

Pieri: mi chieda tutto; mi disse, serissimo (diverso non gli era possibile e fino a quel momento mi aveva voluto bene), il mio venerato maestro di letteratura italiana: ma non di aver dello spirito. E io che mi apprestavo, in nome dello ‘spirito’ (humour), a rivendicare la poesia del Marino e dei marinisti che a lui stettero (Lubrano compreso; statevi buoni Alfano, Gabriele: vi offusca il moralismo e il partenopismo, avanzi del banchetto crucibenedettiano, così lucidi in altro, come siete), come la diaspora futuristica a Marinetti stette. Avanzai: ‒ ma Arbasino... (e fu catastrofe).

 

Non nascondiamoci dietro un capello; smanacciando e facendo gli scongiuri, respingevano Arbasino in quanto clown ‒ sapeva esserlo; nei momenti migliori, esilarante non meno che il Chaplin del Circo. La prima volta che vidi quel film sfiorai la morte per soffocazione: alla scena delle scimmie, della cravatta e delle bretelle. Non mi riusciva riprender respiro, non so come mi salvai. Mi accadde lo stesso solo un’altra volta: a Pierino la peste, quando la maestra antipatica scansa tutte le bucce di banana, sparse dal pessimo alunno per tutto il porticato dov’essa mena su tacchi vertiginosi le gambe lunghe, magre e stortignaccole, e alla fine, quando respiri: “è salva”, precipita in una buca alla fin del cammino. Non citerò a mio discolpa i quarti di nobiltà di Alvaro Vitali (Amarcord).

 

Nella misura pedantesca del nostro mondo, Arbasino andava troppo forte, anche per gli ammiratori, poi vedovi di Fausto Coppi. Si capiva, un po’ come Barthes (e come Picasso) che prendeva il suo meglio dove lo trovava.

 

Ma un ‘farfallone amoroso’ non arriva a scrivere Fratelli d’Italia. Era il 1963 e il Gruppo 63 ne era immediatamente invecchiato. Sapete cosa accade a un bambino che staziona al calduccio nei budèli dela màma troppo più a lungo della scadenza débita. Aspettavi un bambino e nasce una zitella.

 

Erra, dunque, chi crede che la Vanguardia italiana abbia nel 63 la propria data di nascita. Non ebbe veduta la luce che la risotterrarono. Accorsi alla cuna i Re Magi lanciarono i doni nella fossa. La notte fu tutto un darsi da fare dei topi di tomba. La cosa fu messa a tacere, come tutto ch’è di dominio pubblico.





Tano Festa, Senza titolo, 1987, cm 100x70, smalto su tela emulsionata


Epico dell’Omosessualità (era allora una trincea da abbattere), fantasista della Nuova Cultura (dove la Sutherland era meglio del Professor Sapegno), teorico del romanzo dopo esserseli letti ‘tutti’ (quello del giorno prima era già un classico), innescatore di micce poi svelatesi tragicomicamente svegliarini (l’Antropologia, la Semiologia, la Neomitologia, la Narratologia, il Musical non limitato a quei due o tre film che si erano visti proprio “tutti”), ma di Arbasino quello che temevano era una morale empirica basata sull’esperibile, controllabile e documentabile.

 

In parole molto semplici: ‒ non era (la lingua batte...) un fatto di Estetica. Invece di scatenare tribunizie revisioni dell’irrazionalismo pre-hitleriano e della Distruzione della Ragione (intanto questo libro, oggi desueto e calunniato, resta il capolavoro del suo autore), Arbasino ragionava. Dimostrava il moto movendosi. Il primo berkeleiano d’Italia dopo Mario Manlio Rossi, stato intimo di Yates (e di Papini)? Quattro passi nella stanza o il Giro del mondo in 80 minuti. Il suo lettore ne assumeva il gusto. Riragionava. In un mondo ove la ragione, la vita della ragione, e le ragioni della vita, erano strutturalmente distrutte non dai Romantici né dai Decadenti e non dallo Zio Adolfo in arte Führer, non da Gabriel/Ariel e non dalla musica Dodecafonica (con un nom com’ quel-lì!), ma dai bidelloni e dai bigelli, dal conformismo e dalle pubbliche virtù, dalla stampa di ‘libera’ informazione e dal biglietto del tram, che giustifica i Controllori. Hitler, maledetta la buon’anima sua, aveva istituito dei Lager? Ecco, noi si era tutto un solo Lager. Si diffondevano, del resto, le analisi sulla mente concentrazionaria. I roghi, i forni servono, e i Gulag, per chi ha da temere.

 

Questo è per me Arbasino e resto convinto che un quarantennio d’Italia troverà in lui e in Pasolini, retrospettivamente, i poli d’un mondo che ha girato per forza d’inerzia. Difficile pensarli nella medesima stanza. Ma una cosa li unisce, e quasi li identifica: per loro il Mondo non finisce in un Libro. C’è un moto che scaraventa fuori di sé mondi e libri. Li espelle ed è già dietro l’angolo, aldilà dello specchio. C’è un ‘cartone’ di Pingu dove si vede come succede (la macchina raccogli-immondizie impazzita). Come i naufragatori, che vivon sulle spiagge aspettando il naufragio di una nave (pregato e talvolta ‘aiutato’ da loro, per arte), ci son poi professori, preti, sociologi, albergatori, corsieristi, instrumentisti e fabri, che fanno incetta di quei beni ‘di nessuno’. Li immagazzinano (Lager), li registrano, spartiscono, analizzano, fotografano ed immillano (l’Arte nel tempo della riproduzione di Massa). Basta che sieno morti. E guai se si ridrizzano. Ma in un mio articoluccio avevo scritto: “il laticlavio si paga”. La battuta era per il ‘deputato’ Sanguineti. Lo avevo molto amato, da giovane, quando ci assicuravano che in ogni città c’era un giovane che si sarebbe fatto ammazzare per Lui. Che anche Arbasino fosse stato alla camera, io me n’ero francamente dimenticato, ma la ragione è evidente. Col medagliere o senza, Arbasino è sempre Arbasino, troppo presto venuta la stagione in cui Sanguineti sembrava l’ombra delle sue politiche e patafisiche (ossia arcadiche) decorazioni. Fra il Sanguineti malebolgico e quello delle equivoche celebrazioni verdiane del 2001, solo a odiar Sanguineti uno può scorgere e voler dimostrare una continuità. Lo rimpiangono i poetini di poesia (ditemi voi se avendolo capito), ma rimpiansero ugualmente Porta, la Poesia in mano al chierichetto, Raboni, la Medesima in Mano al sor priore, e domani rimpiangeranno magari (faccio per lui le corna, di tutto cuore) Antonio Riccardi “poeta, scrittore, fine intellettuale e Direttore Editoriale della Mondadori Libri”. Ultimo venne il Corvo.

 

 

 

Vedi, è venuta la sera; mia moglie è ammalata e brontola sempre, il mondo le sta tutto sulle spalle, alle spalle e certo da vecchia donna rifà i conti che non tornano mai: per nessuno: la mia gattina (dopo che la Gattona, quella della celebre foto con me, da un fotografo accanto, porta a porta, al veterinario dove ci si apprestava, giorno più giorno meno, a sopprimerla; e fu egoismo crudele aver ritardato, mi è morta) è tenera e svelta, ma come incupita, sta sempre sola, chiede di continuo e poi vomita: e io rifletto come portato via che anche lei è con noi da quasi dieci anni; i nostri 80, 90: dicono. La facoltà universitaria nella quale ho zappato e sparso sementi, pisciato in mare dal 1968 all’autunno appena trascorso, per imbecillità e inadeguatezza professionale viltà e carognaggine dei cento e cento e cento professori che l’hanno composta e indirizzata mostra tutti i segni di una decrepitezza che potrebbe portarne alla soppressione. Un giorno qualcuno dovrà pur dare una tesi sui rettori e i direttori amministrativi e i presidi e i consigli di facoltà dell’università di Parma. (Solo di Parma? Io ho conosciuto quella). Non servirà più a nulla ma la verifica è sempre un conforto, per quanto mesto. L’ho raccontato più d’una volta; conobbi un colonnello che passava da solo tutti i suoi pomeriggi sul verde del biliardo del circolo ufficiali, alla scuola di guerra: rifaceva coi birilli la battaglia di El Alamein. E, questa volta, vinceva. Allora chiamava tutti:

 

                        Or tutti a me!...

                        Quella guerra conoscete? ‒ SÌ

                        Come andasse non sapete? ‒ NI

 

                        Ogni suo aver la sorte

                        die’ agli anglo-americani

                        armi benzina tea

                        da mordersi le mani

                        ma è tempo ancora o Italici

                        di volgerci al deserto

                        di nuovo in campo aperto

                        iacta alea dice sì

 

 

I versi di Goffredo Mameli non sono poi molto peggiori.

 

                        Fratelli d’Italia

                        la festa è pur mesta    

                        ché l’elmo di Ssipio

                        vi dà il mal di testa

                        facciamo baldoria

                        non cambia la storia

                        se mancan le poma

                        mangiam baccalah

 

 

Ma poi quante morti dintorno, quasi tutti gli amici, le persone care, i dolcissimi animali, smarriti dèi sulla terra (nemmeno a loro tornano più i calcoli) e quasi tutti i nemici. La mia mente, in questi tempi, insegue certi sbocci che meno mi aspettavo, nel mondo a parte della scrittura. La scrittura non è, mai, ‘a parte’; il mondo in cui le cose scritte si trovano a muoversi, sì. Per questo il critico è un ballerino o non è. Mi affanna la mia artrosi. A me piace una cosa: torna in essere una lingua di scrittura italiana. (Nulla a spartire con la Dante Alighieri). Non esulto, ma registro. Questo almeno andrà messo in saccoccia del troppo e vano che già sta sperdendosi di questo stupido anno ipocritamente risorgimentalista.

 

E ora sono stanco. Sparsi appunti, su un taccuino spaginato che reco nelle tasche. Li trascrivo come geroglifici, a mente delle Schede che impreziosivano il Gran Theatro del Mondo (Libri Scheiwiller, 1964) di Mario Costanzo.

 

 

i.                    risorgimento cutrese (contro noi credevamo)

ii.                  il romanzo di frasca (<grmanzoni, place vendôme (finzi-ghisi), bertoldo, alvino, palladini...; dalla parte della poesia, l’esperienza di terra del fuoco)

iii.                il romanzo/cd di bianco (<angelopoulos, pollock, scelsi, artaud...?)

iv.                .................................................................................................................

 

 

 

Legenda i. V’è un borgo a dieci minuti da Reggio Emilia: i cutresi (venuti a folle da Cutro, provincia di Crotone, antica come e quanto la Magna Grecia) l’hanno praticamente reso loro. Del resto, fra le due città vi è un legame ufficiale di gemellaggio. Nella scuola media si tengono, ogni anno, con la benevolenza del preside e dell’assessore, non credo anche del prete, non ve l’ho mai visto, degli spettacolini teatrali di cui ragazzi e ragazze della scuola sono attori, in lingua ma anche in più d’un dialetto (e. g. imitazione del cicalecio veneziano, ciò) e in qualche lingua che non è l’italiano, e sono insieme i realizzatori delle scene, i costumisti (gloria ed intronazione degli stracci), i marangoni, i truccatori, i musicisti ec. C’è un giovane regista, un vecchio insegnante di musica in pensione, due professoresse, una in forza alla scuola, l’altra (una mia assistente non retribuita, musicista e filologa) che gode di un distacco o ‘comando’, pro tempore, all’università di Parma. Lo spettacolo, in un clima di complice festa, è però rigoroso e perfino ‘intellettuale’. L’anno scorso un Cyrano, con la trovata vincente che ogni carattere del testo mutava perpetuamente d’attore, senza distinzione di sesso. Quest’anno, Itagliani. Un collage di testi (Nievo, Mazzini, il verbale di polizia dei Fratelli Bandiera tradotto in tormentone, Libertà! di Verga riportata al  siciliano da una scolara di Vizzini o Agrigento) e di personaggi e scene maestre. Sul quadro del re a cavallo e Garibaldi a cavallo, che si stringon la mano, a Teano!, da un altoparlante sboccian le note mozartiane: “Là ci darem...” Una proposta per l’Inno nazionale? La fucilazione dei Fratelli Bandiera (due ragazzine in boccio, ermafroditiche, bendate e legate) attiva i meccanismi del sempre latente sadomasochismo ma è anche d’un candore da musica ceciliana. Certo, la logica dei fatti segue stazioni (non celebrative) previste. Non se ne adonti Martone: lui batte forte i piedi sulla strada dei premii e delle medaglie. Gli esiliati di Cutro (ch’è poi la mitica Aurocastro dell’Armata Brancaleone) fra un anno lascian la scuola e li attende emarginazione e povertà. Non saran comunisti. Hanno toccato l’anima, senza bisogno di catechismi o santini o rossi o neri.





Anna Guillot, Inside


ii. Gabriele Frasca, Dai Cancelli d’acciaio / Romanzo: luca sossella editore, marzo 2011, pp. 591. Un nuovo romanzo di Frasca, dopo il piccolo miracolo di Santa Mira. Sarà la gloria degli ‘strumenti critici’, implosi per mancanza di materiale. Un romanzo così (della mole dei Buddenbrook o de La Storia di Elsa Morante) in una lingua così. Estranei alla tradizione novecentesca. Per intenderci, chi ‘si è fatto’ sul Romanzo del Novecento di Debenedetti, non se li aspetta proprio. Credo sia anche la mancanza di una seria riflessione sul pianeta freddo Moravia. Poté parere la stessa strada tracciata da Pirandello, da Svevo, dallo stesso D’Annunzio del Forse che sì, ma è sviante. Per ora un indizio; la qualità figurante, in Moravia, non serve in genere ad eccitare la visione, ma a spegnerla. Nel leggere Moravia sommo gusto nell’ammirare il suo tentare il porno e attutirlo per spegner fantasia, come si cala una cicca ancora buona nel portacenere. Per questo i suoi romanzi non si prestano al cinema (pornografico in se) e solo un raro debole e ‘falso’, La Ciociara, si è rovesciato in pellicola di elementare, pittoricistica degnità. Il povero De Sica; con lo stupro. Si andasse a vedere Jungfrühkellam (“La fontana della vergine”) di Ingmar Bergman. Il fatto è fatto. Chi morì (si muore in tanti modi) tornar non può. Non affermo con questo, anzi nego con forza, che i romanzi di Frasca tengan di conto Moravia; se Frasca mi dicesse non l’ho mai letto, non avrei alcun sospetto nel credergli. Ma è un’altra tradizione novecentesca, il ‘romanzo del 900’ è da riscrivere. Sarà difficile da tradurre, ma bisognerà tradurlo (così una recensitrice di Mimesis, citata da Aurelio Roncaglia, amico d’una vita di Pasolini ed esempio raro di filologo innamorato della letteratura, in apertura della Introduzione al libro, intanto, in italiano tradotto da lui, nel 1956, infuriando da un anno la polemica linguistica e perbenistica sui Ragazzi di vita). Sarà difficile da riscrivere (la storia del romanzo nel 900, un delta o una polinesia, non una linea retta) ma bisognerà riscriverla. Penso, nel gran libro di Auerbach, all’arcata instaurativa che da Sichario e Cramnesindo (Gregorio di Tours) attraversa la Chanson de Roland, il realismo cortese di Chrétien, le Mystère d’Adam, per allacciarsi dilà da Dante e Boccaccio al non-stile di Antonio de la Sale, così attardato (in apparenza e non solo) rispetto al dominio compositivo e narratologico di questi ultimi, la ‘grande linea’ italiana. È in quelle linee che scatta il neologismo creaturale (Kreatürliches), ritrovato dal critico in àmbito post-espressionista o Neusachlichkeit, e che per dieci anni permise una distinzione fra i lettori italiani: chi se ne riempiva la bocca e chi non lo aveva mai sentito dire; questi non avevano letto ancóra Mimesis ed era vergogna. Di lì a poco alluvionarono i sememi e i narratologemi, sembrava una metastasi della letteratura, come non fosse stato abbastanza il gran Metastasio. E, anche quelli che permanevano dubitosi sulla pronuncia del nome (Barthès o Barth? non si trattasse mica di Maurice Barrès o di Karl Barth; Silvio Ramat ricordò in versi il dubbio allora di equipollente strazio, facevi figura del villico a pronunciare (Resnais) René o Resné? Tutti avevano visto Hiroshima mon amour, si affollavano per sgranare gli occhioni a qualche nudo di donna, può anche essere il primo che vedevano, vergini fossero o buggeroni da vespasiano, io solo ci tornai per risentire certo sciamare vocale dei grilli in una notte gloria del bianco-e-nero...), come pavoneggiavansi col titolo: “le digué zihró de l’échritír...’ (poi ripigliare fiato e guardarsi dattorno come Pavarotti che si tergeva nobili sudori con la pezzuola candida dopo avere falsato un acuto, ma in fondo un tenore ci sta quasi solo per questo...) o twíst tuopik. Roba da Tuemonti.

 

“Questo insieme [...] di pomposo stile cerimoniale-cavalleresco e di realismo fortemente creaturale che non arretra davanti a effetti estremi, anzi evidentemente vi prende gusto, non costituisce [per noi] nulla di nuovo. [...] Da vent’anni possediamo su quest’epoca un lavoro eccellente e molto noto, l’Autunno del Medioevo di Huizinga, in cui il fenomeno è analizzato sotto diversi aspetti. Ciò che è comune ai due elementi e li collega sono la gravità e l’oscurità, il gusto del ritmo lento e dei colori caricati, cosicché lo stile solenne di quest’epoca possiede spesso qualcosa d’eccessiva sensualità, il suo realismo ha talvolta una certa durezza di forma ed è a un tempo immediatamente creaturale e carico di tradizione; molte forme realistiche hanno, come la Danza della Morte, il carattere d’una processione o d’un corteo. [...] Ma lo sviluppo fu anche agevolato dalla nascita della cultura dell’alta borghesia che, verso la fine del Medioevo, si sviluppò notevolmente, specie nella Francia settentrionale e nella Borgogna. A dir vero, essa non aveva piena coscienza di sé — e così fu per lunghissimo tempo, fino a quando non si fu formata una teoria del ‘terzo stato’, corrispondente ai rapporti [di forza]effettivi; e nonostante la sua ricchezza e la sua forza crescente, mantenne ancora a lungo il suo stile di vita più di piccola che di grande borghesia [...] Il casalingo, l’intimo, il quotidiano penetra talvolta perfino là dove si tratta di nobiltà feudale o addirittura di cerchie principesche. [...]certo è che negli ultimi secoli del Medioevo si genera una stanchezza e una sterilità nel pensiero costruttivo-teoretico, specialmente per quanto riguarda l’ordinamento della vita pratica, che mettono in cruda luce il lato creaturale nell’antropologia cristiana, cioè il suo assoggettamento alla sofferenza e alla caducità. La particolarià di questa concezione creaturale dell’uomo, che sta in nettissimo contrasto con l’antica e umanistica, consiste in ciò, che con tutto il grande rispetto che essa ha della veste sociale dell’uomo, non ne ha invece nessuno dell’uomo stesso non appena egli la deponga. Sotto questa veste non v’è nulla fuor che la carne, che vecchiaia e malattia deturperanno e morte e putredine distruggeranno. È questa, se si vuole, una teoria radicale dell’uguaglianza di tutti gli uomini, ma non in senso attivo e politico, bensì nel senso di uno svilimento della vita che viene a colpire ognuno immediatamente; tutto quello che ognuno fa è cosa vana [...] Non che gli uomini siano uguali l’uno rispetto all’altro o addirittura ‘davanti alla legge’; al contrario, Dio ha deciso che nella vita terrena siano disuguali; uguali essi sono davanti alla morte, davanti alla loro decadenza creaturale, davanti a Dio”

 

(Mimesis, capitolo X).

 

Dal Christus patiens al bunga-bunga. E ritorno? Il berlusconismo ha radici antiche, non sono i soliti Hiksos che nessuno se li aspettava. Ci saranno altri berlusconismi, finché coraggio o necessità non facciano precipitare una nuova coscienza delle nuove e novissime classi. Campa cavallo, Two rode together: il Cavaliere e la Morte.

 

Queste pagine mi aiutarono a disincagliare la nave fantastica del Cavalier Marino dalle vergogne di un eros malinteso e spregiato. Mettendo insieme l’Eros e il Manierismo (fu il mio esordio su una rivista universitaria) mi riebbi dalla mazzata infertami in sede di laurea e fronteggiai di sùbito Asor Rosa, che del Marino capiva esattamente il rovescio di quello che chiedeva di essere capito. Eppure (le cronache narrano) il professore non fu senza eros; passiamo oltre.

 

(Roncaglia fu poi quello che varò, forse scrisse, io son pronto a scommetterci, il Petrolio di Pasolini; ch’è come la Roccia dei Presidenti, la Montagna Rushmore di questa che vorrei chiamassimo, d’ora innanzi, la Linea Roncaglia. Eros, creaturismo, maniera (con le sue burocrazie), e l’Ora Topica, oggi afflosciata, del Filologo Romanzo).

 

‒ I romanzi del piemontese Roberto Bertoldo, che dirige la fiera rivista Hebenon; aspro teorico e pensatore, anche, in una sorta di giungla idioterapica (nessuno uscirà indenne, e non a mani vuote, dalla lettura del suo Nullismo e letteratura).

‒ La narrativa (e teatro, pittura, poesia) del nobile romagnolo Gian Ruggero Manzoni; Caneserpente (Il Saggiatore 1993); Tango Croato. E lui c’era, in Croazia, armata manu.

‒ Il romanzo (e le scritture) di Virginia Finzi Ghisi, di Sergio Finzi; frattanto, magistralmente, a inverare che sogno e fabula confunduntur. Lo sapeva e diceva anche Mario Lavagetto, ma la sua penna narrante s’impiglia presto nel sesso degli angeli. Critica come saggio poliziesco? Un’altra volta, grazie. (Penso anche a certi libri, all’opposto, disancorati da ogni sospetto di post-freudismo o meta-lacanismo, anche da ogni pur tenue sospetto di snobismo, eppure così ‘totali’, così ‘parlanti altro’, come quelli, memorialistici, militanti, di Luisito Bianchi, di Maurizio Cecchetti; I miei amici (diario di fabbrica: une saison en enfer), Pelle di vetro (“il libro dell’antiarchitettura”)... i loro più belli) (.........................)

Alvino, Palladini: sono i nostri compagni dedàlici. L’uno, nel suo romanzo d’esordio (Là comincia il Messico) mostra, secondo me, d’essere già molto innanzi al suo prediletto Pizzuto; per me costui, innegabile, nei giochi di prestigio della semantica e della sintassi, (spero di farmi capire), ci séguita tutti a rivendere. A paragone suo, il Gadda è un prencipiante. Ma, per converso, in Gadda ed in Gualberto non c’è ombra di madrigale; attentano alle leggi del romanzo. Voltando pagina, tieni un poco il fiato.

Palladini (se non m’inganno) finora ha scartato il romanzo. quanto romanzo, però, nei suoi drammi, opzione in lui elettiva, nella sua poesia agitata, alluvionale; mai conciliata, né conciliante. In questo mi ricorda Frasca, un Frasca romano, mai romanesco; e, dei napoletani, un poeta materico e visionario come il Lubrano, non già secentista, ma nostro vicino in opera, il Carmine Lubrano de La Terra del fuoco, la più bella rivista italiana se non la gloriosa Lacerba, e di quel capolavoro del circo equestre tra l’immagine e i versi che battezzò Del Vomire in Bordella (La biblioteca di Alice, Napoli, 1993). Né si dimentichi il debito che abbiamo tutti un poco con l’indimenticabile Franco Cavallo.

 

 

iii. Luigi Bianco, il Medicante di Squillace, (i Medicanti, gli Sciamani, fu una piccola associazione da lui costituita ma mai diretta), ha scelto un modo diverso per varare i suoi romanzi nella più imperturbata libertà ‒ registra e stampa, a proprie spese (davvero povertà è il massimo d’ogni ricchezza) dei DVD, quest’ultimo, ricevuto da un mese in dono, si chiama il persuasore (romanzo amodale in 6 dvd). Amodale equivale alla cageana anarchia armonica, alla disarmonia mundi. Anche il libro di Spitzer va riscritto. M’ero scordato di dire che anche Frasca ha affidato alla propria voce di lettore una edizione del suo romanzo, alternativa o complementare alla versione scritturale: “Sul sito www.lucasossellaeditore.it è possibile acquistare (si legge a frontespizio del libro) a 10,00 euro l’audiolibro dell’intero romanzo letto dall’autore...”. Il librodisco o librofilm di Bianco si vede bene sul televisore ed è come se lo purificasse: la fragranza del Jonio è l’astanza di un Dio inappellabile. Bianco esaspera il lato ‘dilettantistico’ dell’operazione, disossa e umilia tecniche e grammatiche. V’è un che di provvisorio, di non-finito, una fermezza o una vacillazione per cui guardando si accede a una sorta di estatico consenso. Vengono in mente gli ‘eroici’ film di Angelopoulos, il materismo di Pollock, i collages di Scelsi o di Cage, la crudeltà di Artaud, l’odomanìa di Dino Campana. Le ‘giornate parlanti’ (in diretta tv) di Fidel Castro. Bianco è ancora meno cedibile, meno addomesticabile; esclude ogni possibile mercato. Non per nulla, stimato giornalista in una testata del Nord, ruppe tutto, già stucco di bugìe quotidiane, quatriduane. Nella sua ‘fedeltà’ il rispecchiamento audiofilmico pare strumento che non caglia in testo, in opus. Non per Bianco, ma per voi: scrivetegli (via San Matteo 25 – 88069 Squillace CZ). Con un piccolo dono son convinto potrete procurarvi questo nuovo suo romanzo “amodale”, il più facile è che ve lo doni. A purgarci delle televisioni e della adelpholatria, del ‘fatto bene’ e della educazione, della paura e delle bischerate.

 

 

GIUNTURELLA PIZZUTICA APOCRITICA

(à la manière...)

 

                                                                                                                      a.g.a.

 

GELANO LE CALDAIE

 

sabato. 4 maggio. o11. h. 12, 05. mia figlia non ha telefonato. 12.050.04.011. cane che abbaialuna giornopienosolante. aì(ta)aì(ta)

                                                                                              (aitatamque frequentat)

 

aita (ita ita pasolinico

grido

 

(interrupt.) o4.05.o11/12, 25.

 

 

/ riprendo. 4.5.11/13.01. figlia non tel.

 

aita ahitando mammamammamammazz (mariateresalollobrigida(teste)

ah no il morto l’ho scoperto io

 

13.17: mia figlia telefona

 

gatta urlo immane mai prima (ascoltato?) udito | esperito  

                                                                                                                                                                                                            prima iniezione (placet, <placuit>)

 

umano

 

/ (interrupt.) 4.5.11.14.28 teleffiglia se comprata placenta

 

 

14.31

 

hochiesto amnio marito di fare marcindietro

 

(FINIS)

 

/spengo computer h 14,40/

 

S.D.G.

 

 

a.g.a.

 

 

 

 

 

 




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