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di Marzio Pieri
Scultura
vivente; o forse derelitto scolpito: maschera funebre presa su uno non ancor
morto. Così, di Sergio Do Vale, la bella immagine che concludeva l’ultimo grido
lanciato, notturno, dal Diogene della Place
Vendôme.
caro marco, grazie. le
mie cartelline ricevono sempre nella compagnia che tieni insieme un forse
immeritato valore aggiunto. sono ancora a tempo per il pezzo da far seguire?
sarà un congedo, almeno dalla piazza vendôme. Non ti affliggo con quello
che da mesi ormai mi affligge e mi toglie alle amate o disamate carte. con la
pensione è anche peggio... proverò a spiegarlo, se ci riesco, nel mio 'addio
alle armi'; se poi, magari perfino a scadenze urgenti (ravvicinate), io riesca
a spremere qualche goccia, te ne riserbo l'ampolla. Non ce la faccio più.
Era (non me n’ero accorto) il 2 aprile, sarebbe stato il
compleanno di mio padre, che non toccò i settant’anni. Lì fissato, sarebbe oggi
rispetto a me quasi un mio fratellino minore.
Era tutto vero, quello che scrivevo a Palladini; a fine
mese, fu giocoforza migrare:
Caro Marco, stanotte alle
una ho finito il Bruno [mi illudevo!];
due anni di lavoro. Stamani, Pasqua, ho ripreso un saggerello che era rimasto
sùbito tronco dopo i nostri ultimi scambii. Se ti piace e quando puoi; è l'ultimo foglio di piazza vendomia. Se
leggi capirai perché. Ho molta stanchezza addosso e una situazione familiare
difficilissima. Non è detto che non si riprenda, fra qualche tempo, magari
perché no anche presto, ma in altra piazza. È pasqua e ti faccio gli auguri, ma
ci vorrebbe per tutti una pasqua vera.
Palladini capì e bruciammo la botte. Ora non c’era che
andare. Ero sfinito e, come tutti noi, forse, tranne il caro Gualberto Alvino,
che crede ai suoi filologi e ai suoi grammatici senza volersi dire che sono
tutti d’antan,
où
sont le Contini d’antan?
(e la colpa è anche sua, del gran Dossese, se ha prodotto
solo dei magri cloni, in tempi universitariamente, allora, di grasse, inutili
vacche), sfiduciato e rinunciatario. Ma l’addio alla piazza, ove avevo trovato
un vacillante ubi consistam, non
riesce, per mio tormento, a placarsi in un ‘addio alle armi’, come sarebbe
dovuto e esemplare.
Nel 1827
a Milano ci furono due grossi eventi: uscì la prima
edizione dei Promessi sposi e andò in
scena, alla Scala, Il Pirata del
nuovo astro operistico, il siciliano Vincenzo Bellini. Non c’erano ancora la Norma,
la Sonnambula, i Puritani;
e quella Beatrice di Tenda che
piacque tanto a Arbasino. Restavano a Bellini tredici anni di vita; al Manzoni
quarantasei. Quando morì, estraneo e imbacuccato, sterile da trent’anni, un
giornale inglese ne annunciò la scomparsa così: vi stupirete non che sia morto
ma che fosse ancora vivo. Una volta un grande critico musicale, Massimo Mila,
cercò di spiegare una faccenda analoga: Ambroise Thomas, l’autore della ancor
celebre Mignon (1866) (nel 1842 aveva
musicato Le comte de Carmagnola,
credo mai rappresentato in Italia, ed era lo stesso anno del Nabucco), visse dal 1811 al 1896, che
sono un bel cumulo d’anni, ottantacinque; Verdi fu praticamente suo coetaneo
(1813-1901) e lo superò nel conto finale di tre anni appena. Ma di Verdi si
ricordano gli anni di galera, gli anni romantico-popolari, gli anni dello
sboccio internazionale, gli anni della robusta e maligna vecchiezza. Thomas
scrisse più o meno sempre alla stessa maniera e la gloria internazionale (con Hamlet, due anni dopo la fatidica Mignon) gli venne non prima dei
cinquanta sette anni. A quella età Verdi scrisse l’Aida (andata in scena l’anno dopo, al Cairo, per via della guerra
franco-prussiana) e, ricco ormai come un asino, avrebbe anche potuto ritirarsi.
La Messa di
Requiem in memoria del Manzoni è davvero una portentosa ed equivoca opera
postuma. Ora, s’intende, Thomas non equivale al Manzoni; ma nessuno dei due
ebbe davvero il senso che i tempi incalzavano, contro la loro esile o
acutissima vena.
E io che faccio ora? Né suoni né bagliori giungono più da
quella esperienza rubricata. Ascolto l’invito di Gualtiero, il belliniano
pirata (versi di quel Felice Romani che fu il prodotto migliore della scuola
del Monti):
Vieni! Cerchiam pe’ mari
al nostro duol conforto.
Per noi tranquillo un porto
l’immenso mare avrà.
Ridicolo; un tempo, è vero, (mio figlio al pianoforte), mi
arrampicavo con vocino almeno, questo sì, agile, su per le liane di quelle
ardimentose e tenere melopee. Ma ora? Anni: settantadue (esagerato! mi dànno
sulla voce: è vero, settantuno e mezzo, speriamo la
Gran Falce lo appunti sul suo taccuino);
capelli: emblematici; voce: estinta; gambe: inutili ingombri; cuore: stanco;
pensieri: scialbi. Il... resto: omissis. Non è l’età che io impari a vogare, a
nuotare, a corseggiare. Sarà più tosto bolgia di rimorsi; le letture mai fatte:
quelle (anche peggio) lasciate sempre da rifare: il sospetto di errori, di
omissioni; mai l’orecchio fu quieto, non mi sottrassi mai. A volte la freccia
cadeva dov’ero solo un attimo o un anno prima. Quell’ ‘io’ al quale tanti mai
anni fa, mettendomi in cammino, avevo creduto di poter addossare il massimo
dell’ingenuità, non fu altro che una festa mobile. Un paravento.
Sarò, quanto mi resta, solo un soffio che non ritrova più
dove posare.
***
Ma le gambe, ma le gambe. Ormai sono almeno altri dieci
anni, macché! boja mondo, sono di già quasi venti; ci giunse dall’America un
disco di concerti di Tito Schipa 1939-1959. Lo Squisitissimo deliziò Berlino,
con due concerti, nel giugno 1939 (al piano era Michael Raucheisen, caro a Zio
Adolph, che di musica se ne intendeva, direttore del dipartimento di musica e
canto da camera a Radio Berlino, autore della prima monumentale raccolta di
Lieder della storia del disco), eseguì nel 1942 alla radio due delle sue arie
operistiche esemplari (la “solita storia del pastore” e “Parmi veder le
lagrime”) e diciassette anni dopo (era nato il 1888) è in Olanda, a Volendam,
cosí l’anello si chiude (l’Olanda si era spaccata in due sulla vexata quaestio nazi sì-nazi no). Presi
il disco (io sono sempre stato pei tenori di forza, da Tamagno a Del Monaco, da
Martinelli chiomadargento ad Hans Hopf Ernst Kozub Vladimir Atlantov Zurab
Andjaparidze o James King, tutti fra loro Otelli, e Florestani, e Sigmundi)
perché ero stufo dello Schipa ‘ufficiale’ che senza intermissione si seguitava
a ritrasmettere o a ripubblicare. Sta tutto in un cd. Una fondazione Schipa del
profondo Sud ha raccolto il lascito di un prete melofilo d’America e ne ha
prodotto un insieme di 34 dischetti argentei, spediti in omaggio a qualche
musicologo previlegiato e non distribuiti nelle davvero ormai superstiti botteghe.
Son due mesi che non metto piede dal mio rivenditore reggiano; nemmeno per
guardare le vetrine. Confesso la mia viltà: ho sempre cercato di evitare i
funerali. Del resto, anche tornasse il canto delle vetrine, e gli scaffali
delle ‘novità’ traboccassero, e alla Callas seguitasse la Sutherland, come fu, all’Australiana
la Spagnuola
florida che fotografi inetti avevano cercato di contrabbandare come una nuova
Callas, anche in figura (e invece sembrava ritrovare in lei, nella sua
voluminosa fissità, la
Cerquetti, visibilmente), la balena con voce di usignuolo Monserrat
Caballé; o tornassero i Wagner di Karajan ad accettar la sfida di Solti o di
Boulez, riforissero i Mahler di Bernstein, gli Strawinsky di Strawinsky, i
Monteverdi di Harnoncourt, le opere del Belcanto rivelate da Bonynge, gli
Schoenberg di Craft, i primi Rossini di Abbado, le quasi integrali di Verdi o
Gaetano Donizetti, il Barocco francese, il Novecento cèco, la prima Lulu
integrale, il coraggio, su un mercato ormai esausto, di suscitare una Entartete
Musik mal sostenuta pubblicitariamente e resasi presto introvabile: ‒ ho
montagne di mai calunniati vinili e di CD spesso ancóra da alleggerire della
odiosa mutanda di cellophane, dilagano perfino sotto i mobili, e sotto il
letto, a gara coi libri d’ogni epoca e di molte lingue e géni, dopo
ripensamenti di lustri e qualche sperimento fallito, ho un macchinario
elettrodomestico che anche fino a pochi anni sono era follia sperar. Ma non
riesco più ad ascoltare, fra i diffusori e me un’ansia tormentosa, uno
struggimento. Da ultimo, il baleno: li accumulo, premeditatamente, per
immaginarmi una vita che si prolunga, come quei rotoloni di carta igienica che
sullo schermo televisivo son inseguiti e concupiti da folle festeggianti. Sulla
porta del discario (o dovrei dirlo dischettiere) mi coglie il brivido di un
vento caldo che addiaccia; ne sanno qualcosa i fuggitivi di Cielo giallo, uno dei film più belli
ch’io abbia mai visto. La banda Vallanzasca nella Valle della Morte, nella
città dei fantasmi. Voleva essere un western ‘duro’ ma la fede di un bambino
non è quella cosa tanto facile da scalfire che credono (o in cui credono) pedagogisti, pedofili e catechisti. La magnificenza
della forma mi colpiva sùbito e sola; non esteticamente (questa falsa scienza
delle età sfinite) ma con tutto il vigore dei risvegli di natura. Le Quattro piume erano infinitamente più
‘vere’ di Roma città aperta, come
volevano, mutatisi in fretta di giubba, i nipotini di padre Bresciani
eternamente superstiti. Cielo giallo,
film che rimanda le consolazioni agli ultimi tre minuti (séppimo presto che si
doveva, sempre, cominciare a sfollare
prima), era assai più morale che il ‘cattolico’ In nome di Dio, di John Ford, che pure racconta una storia
abbastanza somigliante, nelle basi: svaligiata una banca, i three godfathers (Wayne, Armendariz, ed
Harry Carey jr) tentano la traversata del deserto, per sfuggire a uno sceriffo
macchietta ma implacabile. Due muoiono e il terzo è folgorato dalla Grazia nel
tentar di salvare un Gesù Bambino. Con musiche da Ben Hur.
Quando uscì quel dischetto solitario dei concerti di Schipa
un critico da rivistine, questi sagrestani del piacere canoro, scrisse appunto:
‘sì, le gambe di mia moglie son sempre quelle... ma lei non è più quella...’
Non so più se fosse una battuta di Petrolini, Campanile o Peppino. In realtà,
la voce del tenore non era poi tanto mutata da quella fusca anche dei tempi
migliori: era l’arte, il fraseggio, la vocalizzazione, la incredibile rapidità
delle girandole ritmiche, da scioglilingua, (penso con un moto di vero disgusto
al moto podagroso alla esecuzione strascicata del ciabattaro Domingo, questo
sacripante che saprebbe bene e non può fare più quello che andrebbe, nel
cantare, fatto), la parola scolpita senza indugi dello scarpelletto, era Orfeo
ritornato dal fiume insanguinato delle Tracie furenti. A questo pensavo
scorrendo America amore di Alberto
Arbasino.
Tempo addietro misero sù a mio carico una sorta di
spedizione punitiva micromediatica, con tale furia e tale sventatezza che
sbagliarono tutti i soggetti. Ero accusato ‒ sul Corsera e altri fogli
echeggianti ‒ di lesa maestà Adelphica (per difenderla, uh corvacci
corvacci, tiravan fuori solo l’epoca degli esordii, con Foa e con Bazlen, con
Wilcock e con Canetti, con Giorgio Colli e il suo glorioso Nietzsche, quando
perfino una bella e ben prefata traduzione di Robinson Crusoe pareva segnata
d’un’epoca nuova), di oltraggiato Severino e sculacciato Arbasino. Severino non
so come e perché l’avessero tirato fuori: non ne avevo mai scritto cavelle; non
nutre il mio pensiero né la mia gioia dell’ars scribendi. Pronunziò, di me, ex cathedra: “non conosco questo
professore”. Ero fritto, ma con un vantaggio: “io conoscevo lui”. I suoi libri
ce li ho quasi tutti e dapprincipio li leggevo interi, poi ne ebbi meno il
bisogno. Non mi vien voglia mai di riaprirli. Ma Arbasino, via. La prima parte
della mia vita, come dire, scritturalmente esposta, quasi tambureggiando m’ebbi
il rimprovero d’essere, io, un arbasiniano. E di non esserne all’altezza. Bella
forza; ne fossero stati all’altezza quelli almeno che mi facevan le pulci
addosso, tutti quanti, sarebbe stato un rinascimento, una età nuova d’oro delle
lettere italiche. Erano anni che mi dolevo di un riso offuscato, in Arbasino;
d’uno slancio calmatosi. Dolersi non è oltraggio. Che c’era da ridere, poi. Prima
Craxi: poi Berlusconi. Prima il fascismo e dopo la diccì. E, s’intenda, non
come forze del male, ma come epifenomeni d’una malattia lunga e snervante. Il
Vecchio Stivale è tutto un tarlo e un cancro. Il guaio sarebbe stato se Arbasino
avesse fissato in volto una dentiera d’infallente riso, una faccia d’idiota
ottimismo come il povero guitto di Arcore, figlio spurio (e men degno) del
Bongiornismo. C’è poco da irridere.
Arbasino fu come il balilla che lancia la pietra ai cannoni
(del resto, come nel mito, già infangati di brutto) dell’esercito d’occupazione
ideologica. Non monta che allora spiegasse le insegne del gramscismo
desanctisianista, o desantiangramcismo. L’occupante è occupante qualsiasi
insegna spieghi o gonfalone gonfî. Santi o gramçeole: parabole o incanti. O le
dotte disquisizioni sul perché l’Irpinate non fosse arrivato ad accorgersi che
intanto era all’opera Verga? Del resto nemmeno s’era accorto che all’opera
(Opera) era stato Verdi. De musicis non curat criticus. Che (ci assicuravano)
“nascitur”. Dal cèrebro di Giove (Aristotele era forse infelice di non averci
un CACHET?) o dagli amori di Tito imperatore con Berenice regina.
Sragionavano anche di un Leopardi che se fosse vissuto,
sentendo e penando, e divorando due gelaterie a ogni raro passeggio sul
lungomare di Napoli, (scansandosi la folla per il fetore di vesti mai lavate,
di carni inumidite a periodi bisestili), sarebbe salito sulle barricate del 48.
Oh certo! “gobettino, eh tu ingombri; o ’un te ce l’hai la mamma?” ‘Lascia, deh
lascia, o caro | Che procomba sol io’. Suoni la tromba.
Silvia,
rimembri ancora
quel
suono di trombetta?
Ridesti
e (come ora
vedo)
scansasti il piè.
(Beltà
ridea).
Anche Arbasino rise e ci fece ridere. La biblioteca della
facoltà di lettere, in San Marco, Firenze, era, dall’entrata alle 8 di mattina
all’esodo passate ormai le sette, luogo di eterna penombra; ma insieme mosso,
agitato. La mente ai libri! ma il passo, il cuore, a ogni mossa di sedia.
Entrava un altro ergastolano, uno invece, conclusa la sua pena, moveva per
andarsene. Il terremoto, come in purgatorio. Distratto dal suo Orazio, il
professor La Penna
seduto fra noi mugghiava come il toro di quel passo di Dante: con un soffio
d’afflitto. Si dice che fra colleghi fosse a volte a bastanza spiritoso.
Metteva in caricatura l’idioletto continico: ma chi poteva tenersi dal farlo?
Quando Aldo Rossi, fra tutti quei suoi cloni il più bravaccio, lesse il Giovane Holden, decise di passare una
vacanza a Disneyland. Nel suo fato era scritto invece: DANTE. Premiato
Fornitore di Parolacce & Enigmi alla Real Casa. Dal ballatoio spuntava
intanto la testa di Umberto D. Un cinèfilo di Pescia, incerto fra De Sica e
Pirandello, ordinava a una lacrima di scendergli lungo la faccia slunga, glabra.
Bastava una scala; scenderla, varcare un portone; fuori le paste al bar degli
archiermetici, le librerie, il Disclub, la statua di Manfredo Fanti o Enrico
Cialdini, il ’macellaio del Sud’, o non so che altro ‘eroe’ ammantellato e
isciabolato. Pazzi di sole i piccioni, tenere le ragazze; sedute accoccolate sui
gradini della chiesona domenicana, in attesa del tram, gli si vedeva tutto e lo sapevano. In quella
biblioteca entrò uno sciagurato sventolando il gran foglio dell’Espresso; era
il numero del Mago della Pioggia. Padron ’Ntoni, collezionista di proverbî e
jella. Non credo (ed eran tutti, bada, ufficialissimamente desangramchisti) che
fosse diverso tripudio quando uno, la mattina sul presto, tirò un sasso nei
vetri delle finestre del primo piano e dalla strada gridò: L’È CASCATO
MUSSOLINI.
(Ed alfine fu un tuffo: l’Incredibile).
Pieri: mi chieda tutto; mi disse, serissimo (diverso non
gli era possibile e fino a quel momento mi aveva voluto bene), il mio venerato
maestro di letteratura italiana: ma non di aver dello spirito. E io che mi
apprestavo, in nome dello ‘spirito’ (humour), a rivendicare la poesia del
Marino e dei marinisti che a lui stettero (Lubrano compreso; statevi buoni
Alfano, Gabriele: vi offusca il moralismo e il partenopismo, avanzi del
banchetto crucibenedettiano, così lucidi in altro, come siete), come la
diaspora futuristica a Marinetti stette. Avanzai: ‒ ma Arbasino... (e fu
catastrofe).
Non nascondiamoci dietro un capello; smanacciando e facendo
gli scongiuri, respingevano Arbasino in quanto clown ‒ sapeva esserlo;
nei momenti migliori, esilarante non meno che il Chaplin del Circo. La prima volta che vidi quel film
sfiorai la morte per soffocazione: alla scena delle scimmie, della cravatta e
delle bretelle. Non mi riusciva riprender respiro, non so come mi salvai. Mi
accadde lo stesso solo un’altra volta: a Pierino
la peste, quando la maestra antipatica scansa tutte le bucce di banana,
sparse dal pessimo alunno per tutto il porticato dov’essa mena su tacchi
vertiginosi le gambe lunghe, magre e stortignaccole, e alla fine, quando
respiri: “è salva”, precipita in una buca alla fin del cammino. Non citerò a
mio discolpa i quarti di nobiltà di Alvaro Vitali (Amarcord).
Nella misura pedantesca del nostro mondo, Arbasino andava
troppo forte, anche per gli ammiratori, poi vedovi di Fausto Coppi. Si capiva,
un po’ come Barthes (e come Picasso) che prendeva il suo meglio dove lo
trovava.
Ma un ‘farfallone amoroso’ non arriva a scrivere Fratelli d’Italia. Era il 1963 e il
Gruppo 63 ne era immediatamente invecchiato. Sapete cosa accade a un bambino
che staziona al calduccio nei budèli dela màma troppo più a lungo della
scadenza débita. Aspettavi un bambino e nasce una zitella.
Erra, dunque, chi crede che la Vanguardia italiana
abbia nel 63 la propria data di nascita. Non ebbe veduta la luce che la
risotterrarono. Accorsi alla cuna i Re Magi lanciarono i doni nella fossa. La
notte fu tutto un darsi da fare dei topi di tomba. La cosa fu messa a tacere,
come tutto ch’è di dominio pubblico.
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Tano Festa, Senza titolo, 1987, cm 100x70, smalto su tela emulsionata
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Epico dell’Omosessualità (era allora una trincea da
abbattere), fantasista della Nuova Cultura (dove la Sutherland era meglio
del Professor Sapegno), teorico del romanzo dopo esserseli letti ‘tutti’
(quello del giorno prima era già un classico), innescatore di micce poi
svelatesi tragicomicamente svegliarini (l’Antropologia, la Semiologia, la Neomitologia, la Narratologia, il
Musical non limitato a quei due o tre film che si erano visti proprio “tutti”),
ma di Arbasino quello che temevano era una morale empirica basata
sull’esperibile, controllabile e documentabile.
In parole molto semplici: ‒ non era (la lingua
batte...) un fatto di Estetica. Invece di scatenare tribunizie revisioni
dell’irrazionalismo pre-hitleriano e della Distruzione della Ragione (intanto
questo libro, oggi desueto e calunniato, resta il capolavoro del suo autore),
Arbasino ragionava. Dimostrava il moto movendosi. Il primo berkeleiano d’Italia
dopo Mario Manlio Rossi, stato intimo di Yates (e di Papini)? Quattro passi
nella stanza o il Giro del mondo in 80 minuti. Il suo lettore ne assumeva il
gusto. Riragionava. In un mondo ove la ragione, la vita della ragione, e le
ragioni della vita, erano strutturalmente distrutte non dai Romantici né dai
Decadenti e non dallo Zio Adolfo in arte Führer, non da Gabriel/Ariel e non
dalla musica Dodecafonica (con un nom com’ quel-lì!), ma dai bidelloni e dai
bigelli, dal conformismo e dalle pubbliche virtù, dalla stampa di ‘libera’
informazione e dal biglietto del tram, che giustifica i Controllori. Hitler,
maledetta la buon’anima sua, aveva istituito dei Lager? Ecco, noi si era tutto
un solo Lager. Si diffondevano, del resto, le analisi sulla mente
concentrazionaria. I roghi, i forni servono, e i Gulag, per chi ha da temere.
Questo è per me Arbasino e resto convinto che un
quarantennio d’Italia troverà in lui e in Pasolini, retrospettivamente, i poli
d’un mondo che ha girato per forza d’inerzia. Difficile pensarli nella medesima
stanza. Ma una cosa li unisce, e quasi li identifica: per loro il Mondo non
finisce in un Libro. C’è un moto che scaraventa fuori di sé mondi e libri. Li
espelle ed è già dietro l’angolo, aldilà dello specchio. C’è un ‘cartone’ di
Pingu dove si vede come succede (la macchina raccogli-immondizie impazzita). Come
i naufragatori, che vivon sulle spiagge aspettando il naufragio di una nave
(pregato e talvolta ‘aiutato’ da loro, per arte), ci son poi professori, preti,
sociologi, albergatori, corsieristi, instrumentisti e fabri, che fanno incetta
di quei beni ‘di nessuno’. Li immagazzinano (Lager), li registrano,
spartiscono, analizzano, fotografano ed immillano (l’Arte nel tempo della
riproduzione di Massa). Basta che sieno morti. E guai se si ridrizzano. Ma in
un mio articoluccio avevo scritto: “il laticlavio si paga”. La battuta era per
il ‘deputato’ Sanguineti. Lo avevo molto amato, da giovane, quando ci
assicuravano che in ogni città c’era un giovane che si sarebbe fatto ammazzare
per Lui. Che anche Arbasino fosse stato alla camera, io me n’ero francamente
dimenticato, ma la ragione è evidente. Col medagliere o senza, Arbasino è
sempre Arbasino, troppo presto venuta la stagione in cui Sanguineti sembrava
l’ombra delle sue politiche e patafisiche (ossia arcadiche) decorazioni. Fra il
Sanguineti malebolgico e quello delle equivoche celebrazioni verdiane del 2001,
solo a odiar Sanguineti uno può scorgere e voler dimostrare una continuità. Lo
rimpiangono i poetini di poesia (ditemi voi se avendolo capito), ma rimpiansero
ugualmente Porta, la Poesia
in mano al chierichetto, Raboni, la
Medesima in Mano al sor priore, e domani rimpiangeranno
magari (faccio per lui le corna, di tutto cuore) Antonio Riccardi “poeta,
scrittore, fine intellettuale e Direttore Editoriale della Mondadori Libri”.
Ultimo venne il Corvo.
Vedi, è venuta la sera; mia moglie è ammalata e brontola
sempre, il mondo le sta tutto sulle spalle, alle spalle e certo da vecchia
donna rifà i conti che non tornano mai: per nessuno: la mia gattina (dopo che la Gattona, quella della celebre foto con me, da un fotografo
accanto, porta a porta, al veterinario dove ci si apprestava, giorno più giorno
meno, a sopprimerla; e fu egoismo crudele aver ritardato, mi è morta) è tenera
e svelta, ma come incupita, sta sempre sola, chiede di continuo e poi vomita: e
io rifletto come portato via che anche lei è con noi da quasi dieci anni; i
nostri 80, 90: dicono. La facoltà universitaria nella quale ho zappato e sparso
sementi, pisciato in mare dal 1968 all’autunno appena trascorso, per
imbecillità e inadeguatezza professionale viltà e carognaggine dei cento e
cento e cento professori che l’hanno composta e indirizzata mostra tutti i
segni di una decrepitezza che potrebbe portarne alla soppressione. Un giorno
qualcuno dovrà pur dare una tesi sui rettori e i direttori amministrativi e i
presidi e i consigli di facoltà dell’università di Parma. (Solo di Parma? Io ho
conosciuto quella). Non servirà più a nulla ma la verifica è sempre un
conforto, per quanto mesto. L’ho raccontato più d’una volta; conobbi un
colonnello che passava da solo tutti i suoi pomeriggi sul verde del biliardo
del circolo ufficiali, alla scuola di guerra: rifaceva coi birilli la battaglia
di El Alamein. E, questa volta, vinceva. Allora chiamava tutti:
Or
tutti a me!...
Quella
guerra conoscete? ‒ SÌ
Come
andasse non sapete? ‒ NI
Ogni
suo aver la sorte
die’
agli anglo-americani
armi
benzina tea
da
mordersi le mani
ma
è tempo ancora o Italici
di
volgerci al deserto
di
nuovo in campo aperto
iacta
alea dice sì
I versi di Goffredo Mameli non sono poi molto peggiori.
Fratelli
d’Italia
la
festa è pur mesta
ché
l’elmo di Ssipio
vi
dà il mal di testa
facciamo
baldoria
non
cambia la storia
se
mancan le poma
mangiam
baccalah
Ma poi quante morti dintorno, quasi tutti gli amici, le
persone care, i dolcissimi animali, smarriti dèi sulla terra (nemmeno a loro
tornano più i calcoli) e quasi tutti i nemici. La mia mente, in questi tempi,
insegue certi sbocci che meno mi aspettavo, nel mondo a parte della scrittura.
La scrittura non è, mai, ‘a parte’; il mondo in cui le cose scritte si trovano
a muoversi, sì. Per questo il critico è un ballerino o non è. Mi affanna la mia
artrosi. A me piace una cosa: torna in essere una lingua di scrittura italiana. (Nulla a spartire con la Dante Alighieri). Non
esulto, ma registro. Questo almeno andrà messo in saccoccia del troppo e vano
che già sta sperdendosi di questo stupido anno ipocritamente risorgimentalista.
E ora sono stanco. Sparsi appunti, su un taccuino spaginato
che reco nelle tasche. Li trascrivo come geroglifici, a mente delle Schede che impreziosivano il Gran Theatro del Mondo (Libri
Scheiwiller, 1964) di Mario Costanzo.
i.
risorgimento cutrese (contro noi credevamo)
ii.
il romanzo di frasca (<grmanzoni, place vendôme (finzi-ghisi),
bertoldo, alvino, palladini...; dalla parte della poesia, l’esperienza di terra
del fuoco)
iii.
il romanzo/cd di bianco (<angelopoulos, pollock, scelsi,
artaud...?)
iv.
.................................................................................................................
Legenda — i. V’è un borgo a dieci minuti da Reggio
Emilia: i cutresi (venuti a folle da Cutro, provincia di Crotone, antica come e
quanto la Magna Grecia)
l’hanno praticamente reso loro. Del resto, fra le due città vi è un legame ufficiale
di gemellaggio. Nella scuola media si tengono, ogni anno, con la benevolenza
del preside e dell’assessore, non credo anche del prete, non ve l’ho mai visto,
degli spettacolini teatrali di cui ragazzi e ragazze della scuola sono attori,
in lingua ma anche in più d’un dialetto (e. g. imitazione del cicalecio
veneziano, ciò) e in qualche lingua che non è l’italiano, e sono insieme i
realizzatori delle scene, i costumisti (gloria ed intronazione degli stracci),
i marangoni, i truccatori, i musicisti ec. C’è un giovane regista, un vecchio
insegnante di musica in pensione, due professoresse, una in forza alla scuola,
l’altra (una mia assistente non retribuita, musicista e filologa) che gode di
un distacco o ‘comando’, pro tempore,
all’università di Parma. Lo spettacolo, in un clima di complice festa, è però
rigoroso e perfino ‘intellettuale’. L’anno scorso un Cyrano, con la trovata vincente che ogni carattere del testo mutava
perpetuamente d’attore, senza distinzione di sesso. Quest’anno, Itagliani. Un collage di testi (Nievo,
Mazzini, il verbale di polizia dei Fratelli Bandiera tradotto in tormentone, Libertà! di Verga riportata al siciliano da una scolara di Vizzini o
Agrigento) e di personaggi e scene maestre. Sul quadro del re a cavallo e
Garibaldi a cavallo, che si stringon la mano,
a Teano!, da un altoparlante sboccian
le note mozartiane: “Là ci darem...” Una proposta per l’Inno nazionale? La
fucilazione dei Fratelli Bandiera (due ragazzine in boccio, ermafroditiche,
bendate e legate) attiva i meccanismi del sempre latente sadomasochismo ma è
anche d’un candore da musica ceciliana. Certo, la logica dei fatti segue
stazioni (non celebrative) previste. Non se ne adonti Martone: lui batte forte
i piedi sulla strada dei premii e delle medaglie. Gli esiliati di Cutro (ch’è
poi la mitica Aurocastro dell’Armata
Brancaleone) fra un anno lascian la scuola e li attende emarginazione e
povertà. Non saran comunisti. Hanno toccato l’anima, senza bisogno di
catechismi o santini o rossi o neri.
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Anna Guillot, Inside
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ii. Gabriele Frasca, Dai Cancelli d’acciaio / Romanzo:
luca sossella editore, marzo 2011, pp. 591. Un nuovo romanzo di Frasca, dopo il
piccolo miracolo di Santa Mira. Sarà
la gloria degli ‘strumenti critici’, implosi per mancanza di materiale. Un
romanzo così (della mole dei Buddenbrook
o de La Storia di Elsa Morante) in una lingua così.
Estranei alla tradizione novecentesca. Per intenderci, chi ‘si è fatto’ sul Romanzo del Novecento di Debenedetti,
non se li aspetta proprio. Credo sia anche la mancanza di una seria riflessione
sul pianeta freddo Moravia. Poté parere la stessa strada tracciata da
Pirandello, da Svevo, dallo stesso D’Annunzio del Forse che sì, ma è sviante. Per ora un indizio; la qualità
figurante, in Moravia, non serve in genere ad eccitare la visione, ma a spegnerla.
Nel leggere Moravia sommo gusto nell’ammirare il suo tentare il porno e
attutirlo per spegner fantasia, come si cala una cicca ancora buona nel
portacenere. Per questo i suoi romanzi non si prestano al cinema (pornografico in se) e solo un raro debole e ‘falso’, La
Ciociara, si è rovesciato in pellicola di elementare,
pittoricistica degnità. Il povero De Sica; con lo stupro. Si andasse a vedere Jungfrühkellam (“La fontana della
vergine”) di Ingmar Bergman. Il fatto è fatto. Chi morì (si muore in tanti
modi) tornar non può. Non affermo con questo, anzi nego con forza, che i
romanzi di Frasca tengan di conto Moravia; se Frasca mi dicesse non l’ho mai
letto, non avrei alcun sospetto nel credergli. Ma è un’altra tradizione
novecentesca, il ‘romanzo del 900’
è da riscrivere. Sarà difficile da tradurre, ma bisognerà tradurlo (così una
recensitrice di Mimesis, citata da
Aurelio Roncaglia, amico d’una vita di Pasolini ed esempio raro di filologo
innamorato della letteratura, in apertura della Introduzione al libro, intanto, in italiano tradotto da lui, nel
1956, infuriando da un anno la polemica linguistica e perbenistica sui Ragazzi di vita). Sarà difficile da
riscrivere (la storia del romanzo nel 900, un delta o una polinesia, non una
linea retta) ma bisognerà riscriverla. Penso, nel gran libro di Auerbach, all’arcata
instaurativa che da Sichario e
Cramnesindo (Gregorio di Tours) attraversa la Chanson de Roland, il realismo cortese di
Chrétien, le Mystère d’Adam, per
allacciarsi dilà da Dante e Boccaccio al non-stile di Antonio de la Sale, così attardato (in
apparenza e non solo) rispetto al dominio compositivo e narratologico di questi
ultimi, la ‘grande linea’ italiana. È in quelle linee che scatta il neologismo creaturale (Kreatürliches), ritrovato dal critico in àmbito post-espressionista
o Neusachlichkeit, e che per dieci
anni permise una distinzione fra i lettori italiani: chi se ne riempiva la
bocca e chi non lo aveva mai sentito dire; questi non avevano letto ancóra Mimesis ed era vergogna. Di lì a poco alluvionarono
i sememi e i narratologemi, sembrava una metastasi della letteratura, come non
fosse stato abbastanza il gran Metastasio. E, anche quelli che permanevano
dubitosi sulla pronuncia del nome (Barthès o Barth? non si trattasse mica di
Maurice Barrès o di Karl Barth; Silvio Ramat ricordò in versi il dubbio allora di
equipollente strazio, facevi figura del villico a pronunciare (Resnais) René o
Resné? Tutti avevano visto Hiroshima mon
amour, si affollavano per sgranare gli occhioni a qualche nudo di donna,
può anche essere il primo che vedevano, vergini fossero o buggeroni da
vespasiano, io solo ci tornai per risentire certo sciamare vocale dei grilli in
una notte gloria del bianco-e-nero...), come pavoneggiavansi col titolo: “le
digué zihró de l’échritír...’ (poi ripigliare fiato e guardarsi dattorno come
Pavarotti che si tergeva nobili sudori con la pezzuola candida dopo avere
falsato un acuto, ma in fondo un tenore ci sta quasi solo per questo...) o twíst tuopik. Roba da Tuemonti.
“Questo
insieme [...] di pomposo stile cerimoniale-cavalleresco e di realismo
fortemente creaturale che non arretra davanti a effetti estremi, anzi
evidentemente vi prende gusto, non costituisce [per noi] nulla di nuovo. [...]
Da vent’anni possediamo su quest’epoca un lavoro eccellente e molto noto, l’Autunno del Medioevo di Huizinga, in cui
il fenomeno è analizzato sotto diversi aspetti. Ciò che è comune ai due
elementi e li collega sono la gravità e l’oscurità, il gusto del ritmo lento e
dei colori caricati, cosicché lo stile solenne di quest’epoca possiede spesso
qualcosa d’eccessiva sensualità, il suo realismo ha talvolta una certa durezza
di forma ed è a un tempo immediatamente creaturale e carico di tradizione;
molte forme realistiche hanno, come la
Danza della Morte, il carattere d’una processione o d’un
corteo. [...] Ma lo sviluppo fu anche agevolato dalla nascita della cultura
dell’alta borghesia che, verso la fine del Medioevo, si sviluppò notevolmente,
specie nella Francia settentrionale e nella Borgogna. A dir vero, essa non
aveva piena coscienza di sé — e così fu per lunghissimo tempo, fino a quando
non si fu formata una teoria del ‘terzo stato’, corrispondente ai rapporti [di
forza]effettivi; e nonostante la sua ricchezza e la sua forza crescente,
mantenne ancora a lungo il suo stile di vita più di piccola che di grande
borghesia [...] Il casalingo, l’intimo, il quotidiano penetra talvolta perfino
là dove si tratta di nobiltà feudale o addirittura di cerchie principesche.
[...]certo è che negli ultimi secoli del Medioevo si genera una stanchezza e
una sterilità nel pensiero costruttivo-teoretico, specialmente per quanto
riguarda l’ordinamento della vita pratica, che mettono in cruda luce il lato
creaturale nell’antropologia cristiana, cioè il suo assoggettamento alla
sofferenza e alla caducità. La particolarià di questa concezione creaturale
dell’uomo, che sta in nettissimo contrasto con l’antica e umanistica, consiste
in ciò, che con tutto il grande rispetto che essa ha della veste sociale
dell’uomo, non ne ha invece nessuno dell’uomo stesso non appena egli la
deponga. Sotto questa veste non v’è nulla fuor che la carne, che vecchiaia e
malattia deturperanno e morte e putredine distruggeranno. È questa, se si
vuole, una teoria radicale dell’uguaglianza di tutti gli uomini, ma non in
senso attivo e politico, bensì nel senso di uno svilimento della vita che viene
a colpire ognuno immediatamente; tutto quello che ognuno fa è cosa vana [...] Non
che gli uomini siano uguali l’uno rispetto all’altro o addirittura ‘davanti alla
legge’; al contrario, Dio ha deciso che nella vita terrena siano disuguali;
uguali essi sono davanti alla morte, davanti alla loro decadenza creaturale,
davanti a Dio”
(Mimesis, capitolo X).
Dal
Christus patiens al bunga-bunga. E
ritorno? Il berlusconismo ha radici antiche, non sono i soliti Hiksos che
nessuno se li aspettava. Ci saranno altri berlusconismi, finché coraggio o
necessità non facciano precipitare una nuova coscienza delle nuove e novissime
classi. Campa cavallo, Two rode together:
il Cavaliere e la Morte.
Queste pagine mi aiutarono a disincagliare la nave
fantastica del Cavalier Marino dalle vergogne di un eros malinteso e spregiato.
Mettendo insieme l’Eros e il Manierismo (fu il mio esordio su una rivista
universitaria) mi riebbi dalla mazzata infertami in sede di laurea e
fronteggiai di sùbito Asor Rosa, che del Marino capiva esattamente il rovescio
di quello che chiedeva di essere capito. Eppure (le cronache narrano) il
professore non fu senza eros; passiamo oltre.
(Roncaglia
fu poi quello che varò, forse scrisse, io son pronto a scommetterci, il Petrolio di Pasolini; ch’è come la Roccia dei Presidenti, la Montagna Rushmore
di questa che vorrei chiamassimo, d’ora innanzi, la Linea Roncaglia. Eros,
creaturismo, maniera (con le sue burocrazie), e l’Ora Topica, oggi afflosciata,
del Filologo Romanzo).
‒
I romanzi del piemontese Roberto
Bertoldo, che dirige la fiera rivista Hebenon; aspro teorico e pensatore, anche, in una sorta di giungla
idioterapica (nessuno uscirà indenne, e non a mani vuote, dalla lettura del suo
Nullismo e letteratura).
‒
La narrativa (e teatro, pittura, poesia) del nobile romagnolo Gian Ruggero Manzoni; Caneserpente (Il Saggiatore 1993); Tango Croato. E lui c’era, in Croazia, armata manu.
‒
Il romanzo (e le scritture) di Virginia
Finzi Ghisi, di Sergio Finzi;
frattanto, magistralmente, a inverare che sogno e fabula confunduntur. Lo sapeva e diceva anche Mario Lavagetto, ma la sua
penna narrante s’impiglia presto nel sesso degli angeli. Critica come saggio
poliziesco? Un’altra volta, grazie. (Penso anche a certi libri, all’opposto, disancorati
da ogni sospetto di post-freudismo o meta-lacanismo, anche da ogni pur tenue
sospetto di snobismo, eppure così ‘totali’, così ‘parlanti altro’, come quelli,
memorialistici, militanti, di Luisito Bianchi, di Maurizio Cecchetti; I miei amici (diario di fabbrica: une saison en enfer), Pelle di vetro (“il libro
dell’antiarchitettura”)... i loro più belli) (.........................)
‒
Alvino, Palladini: sono i nostri
compagni dedàlici. L’uno, nel suo romanzo d’esordio (Là comincia il Messico) mostra, secondo me, d’essere già molto
innanzi al suo prediletto Pizzuto; per me costui, innegabile, nei giochi di
prestigio della semantica e della sintassi, (spero di farmi capire), ci séguita
tutti a rivendere. A paragone suo, il Gadda è un prencipiante. Ma, per
converso, in Gadda ed in Gualberto non c’è ombra di madrigale; attentano alle
leggi del romanzo. Voltando pagina, tieni un poco il fiato.
‒
Palladini (se non m’inganno)
finora ha scartato il romanzo. quanto romanzo, però, nei suoi drammi, opzione
in lui elettiva, nella sua poesia agitata, alluvionale; mai conciliata, né
conciliante. In questo mi ricorda Frasca, un Frasca romano, mai romanesco; e,
dei napoletani, un poeta materico e visionario come il Lubrano, non già
secentista, ma nostro vicino in opera, il Carmine
Lubrano de La Terra del fuoco, la più bella rivista
italiana se non la gloriosa Lacerba,
e di quel capolavoro del circo equestre tra l’immagine e i versi che battezzò Del Vomire
in Bordella (La biblioteca di Alice, Napoli, 1993). Né si dimentichi il
debito che abbiamo tutti un poco con l’indimenticabile Franco Cavallo.
iii.
Luigi Bianco, il Medicante di
Squillace, (i Medicanti, gli Sciamani, fu una piccola associazione da lui
costituita ma mai diretta), ha scelto un modo diverso per varare i suoi romanzi
nella più imperturbata libertà ‒ registra e stampa, a proprie spese
(davvero povertà è il massimo d’ogni ricchezza) dei DVD, quest’ultimo, ricevuto
da un mese in dono, si chiama il
persuasore (romanzo amodale in 6 dvd). Amodale equivale alla cageana
anarchia armonica, alla disarmonia mundi.
Anche il libro di Spitzer va riscritto. M’ero scordato di dire che anche Frasca
ha affidato alla propria voce di lettore una edizione del suo romanzo,
alternativa o complementare alla versione scritturale: “Sul sito www.lucasossellaeditore.it è
possibile acquistare (si legge a frontespizio del libro) a 10,00 euro
l’audiolibro dell’intero romanzo letto dall’autore...”. Il librodisco o
librofilm di Bianco si vede bene sul televisore ed è come se lo purificasse: la
fragranza del Jonio è l’astanza di un Dio inappellabile. Bianco esaspera il
lato ‘dilettantistico’ dell’operazione, disossa e umilia tecniche e
grammatiche. V’è un che di provvisorio, di non-finito, una fermezza o una
vacillazione per cui guardando si accede a una sorta di estatico consenso.
Vengono in mente gli ‘eroici’ film di Angelopoulos, il materismo di Pollock, i
collages di Scelsi o di Cage, la crudeltà di Artaud, l’odomanìa di Dino
Campana. Le ‘giornate parlanti’ (in diretta tv) di Fidel Castro. Bianco è
ancora meno cedibile, meno addomesticabile; esclude ogni possibile mercato. Non
per nulla, stimato giornalista in una testata del Nord, ruppe tutto, già stucco
di bugìe quotidiane, quatriduane. Nella sua ‘fedeltà’ il rispecchiamento
audiofilmico pare strumento che non caglia in testo, in opus. Non per Bianco,
ma per voi: scrivetegli (via San Matteo 25 – 88069 Squillace CZ). Con un
piccolo dono son convinto potrete procurarvi questo nuovo suo romanzo
“amodale”, il più facile è che ve lo doni. A purgarci delle televisioni e della
adelpholatria, del ‘fatto bene’ e della educazione, della paura e delle
bischerate.
GIUNTURELLA PIZZUTICA
APOCRITICA
(à la manière...)
a.g.a.
GELANO LE CALDAIE
sabato. 4 maggio. o11. h. 12, 05.
mia figlia non ha telefonato. 12.050.04.011. cane che abbaialuna
giornopienosolante. aì(ta)aì(ta)
(aitatamque frequentat)
aita (ita ita pasolinico
grido
(interrupt.) o4.05.o11/12, 25.
/ riprendo. 4.5.11/13.01. figlia non tel.
aita ahitando mammamammamammazz
(mariateresalollobrigida(teste)
ah no il morto l’ho scoperto io
13.17: mia figlia telefona
gatta urlo immane mai prima (ascoltato?) udito | esperito
prima
iniezione (placet, <placuit>)
umano
/ (interrupt.) 4.5.11.14.28 teleffiglia se comprata placenta
14.31
hochiesto amnio marito di fare marcindietro
(FINIS)
/spengo computer h 14,40/
S.D.G.
a.g.a.
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