LUOGO COMUNE
EDITORIA DIGITALE
“Il futuro del libro” e una diversa ‘repubblica
delle lettere’


      
Il saggio di Robert Darnton, direttore generale delle biblioteche dell’Università di Harvard, presenta un’acuta e problematica disamina del passaggio dalla modernità cartacea all’attuale fase di digitalizzazione globale del patrimonio librario planetario, discutendo i pro e i contro, le magie e le criticità di un progetto come ‘Google Book Search’ che di fatto consegna al colosso della comunicazione in rete un ruolo dominante, monopolistico, con non pochi rischi e pericoli sia al presente, sia in prospettiva. L’ebook è comunque, visto come un eccellente strumento per abbattere i costi editoriali e favorire la capillarità dell’inseminazione del sapere.
      



      

di Sarah Panatta

 

 

Motori di ricerca salvifici e dita-browser che si intrufolano in totemici schedari. Informazione giustapposta in diari del ’600, distorta e teatralmente allestita nei “tagli” dei quotidiani, personalizzata e “inquinata” sino al parossismo dagli invasivi post moderni social blog, lacerata e illeggibile nei crateri amorfi di microfilm obsolescenti. Common e free access, licenze di utilizzo e diritto alla conoscenza. Digital divide e democrazia oligarchica del world wide web. Bibliografia e demolizione del libro, “decapitazioni” e scansioni ultraviolette. Robert Darnton legge da storico e raffinato cultore del libro la storia della cultura occidentale contemporanea a partire dalla vertenza Google 2009, approdando alla viralità benefica, ma anche al potenziale capitalismo apparentemente comunitario della Rete, passando per il consumo dei newspaper, il mercato del libro settecentesco e il ginepraio accademico attuale.

Il futuro del libro[1], saggio-collazione meta-testuale adibito al pubblico dei profani, è per ammissione preliminare dello stesso autore una «spudorata difesa della parola a stampa… una riflessione sul posto che spetta ai libri nell’ambiente digitale[2]» ma soprattutto il tentativo, lungi da una superficiale demonizzazione della comunicazione elettronica, di esplorare e vagliare con entusiasmo accorto le possibili alleanze tra questa e «la forza straordinaria che fu scatenata oltre cinque secoli orsono da Johann Gutenberg[3]».





Classe 1939, rispettato direttore generale delle biblioteche dell’Università di Harvard e ideatore di diversi progetti virtuali ed interdisciplinari per coniugare ricerca e diffusione delle conoscenze su database liberi e supporti multimediali agili ed economici, Darnton non si erige a santone ammonitore dell’impero del libro stampato, del Codice, supremo limbo e confine di verità. Egli apre invece la sua discussione comparativa e indagatrice come “navigatore” ormai esperto, scandagliando i pro e i contro esemplari del gigantesco progetto Google Book Search per comprendere o almeno stanare le soluzioni utopiche, le criticità e le magie della famigerata digitalizzazione. Lo studioso racconta con dovizia ossessionata e puntuale di dettagli come Google Book Search prese le sembianze attuali al fine di comporre il contenzioso nato nel 2005 tra editori e scrittori coalizzati contro Google, che stava per rendere disponibili on line decine di migliaia di interi libri e frammenti di altri, violando secondo i soggetti denuncianti le leggi sul copyright. Darnton narra da infiltrato, poiché l’Università di Harvard è sempre stata edotta e coinvolta sin dall’inizio nella questione, in quanto il progetto non sarebbe mai decollato senza la collaborazione delle biblioteche, fonte principale dei libri digitalizzandi. Ammaliato dalla visione di una “megabiblioteca digitale” gratuita o quasi, Darnton ammette di aver vissuto una fase di entusiasmo puro incalzata dai dubbi su quella che si andava configurando nei fatti come un’immensa speculazione commerciale. Svelando per gradi il cuore dell’aggrovigliata vicenda Darnton dimostra la portata rivoluzionaria di una simile impresa e insieme il pericolo che la digitalizzazione, da parco giochi di un neo umanesimo inciso nell’infinito www, divenga presto un monopolio industriale con criteri imperfetti e degradabili per il controllo dei saperi.

Illuminista convinto Darnton non nasconde il volto oscuro e irrisolto della Repubblica delle Lettere immaginata nel ’700, specchio incredibile del coevo territorio di conquista inter-net, una «nazione senza polizia, senza confini e senza diseguaglianze se non quelle determinate dal talento[4]» in cui la parola veniva divulgata in spirali centrifughe, tra i torrenziali scambi epistolari e i continui rimaneggiamenti di teorie e scritti. Ma una nazione «democratica soltanto in linea di principio… dominata dai figli delle migliori famiglie e dai ricchi[5]» dove l’ipotetica «agorà egualitaria… era afflitta dalla medesima malattia che erodeva tutte le società… il privilegio[6]» e la propagandata apertura a “tutti” si arenava nelle paludi di imponenti sociali divides. Innegabile una certa sovrapponibilità delle incrinature della Repubblica di Voltaire, Rousseau, Diderot e sodali-rivali con quelle della nobile facciata del web, in cui l’identità singola è surclassata e re-impaginata dal verbo del singolo, libero di produrre, cliccare, linkare, postare, ridisegnarsi, camuffarsi e contaminare se stesso e le proprie opere, ma in cui simultaneamente le mosse del singolo sono “indirizzate” e “configurate” da una ristretta milizia dominante, che impone regole e attua sorveglianze massicce, invisibili ma onnipresenti.

Darnton non dipinge il web come il fantasma accattivante di una nuova dittatura silenziosa, bensì ne ammira la dimensionalità malleabile, le occasioni di percezione plurali, le finestre di esposizione di artisti, letterati e studiosi altrimenti offuscati dal mainstream. Tuttavia con il contraddittorio caso del Google Seattlement – un patto giuridicamente inattaccabile, costruito proprio a partire dell’epocale class action del 2005 e che avrebbe portato alla digitalizzazione di parte del patrimonio librario americano, con succulenti accordi di spartizione dei bottini tra editori-autori e il colosso informatico – è stata asfaltata una strada dalla quale Darnton mette  in guardia. Le condizioni di quell’accordo, la libertà non totale di accesso alle informazioni, vincolata in non pochi casi dalla sottoscrizione di abbonamenti e licenze, e il metodo certo non infallibile di selezione e dunque di recupero e scarto dei testi digitalizzati da Google, pur ammirevolmente messi a disposizione dei milioni di utenti on line, agevolano e insieme mutano radicalmente il concetti stesso di fruizione del sapere con una serie inevitabile di conseguenze.





L'arte della Parola, mostra di poesia visiva, Ortezzano, 2010


Se Google favorisse prima o poi il profitto a scapito dell’accessibilità? Se trasportasse sulla rete tutto il patrimonio bibliografico americano aumentando via via le tariffe degli abbonamenti agli istituti di istruzione e alle biblioteche che a loro volta dovranno farne uso dissanguando già scarnificati badget? Se in questo pacifico modo Google si ritrovasse da una parte a servire gli internauti e dall’altra a monitorarne sempre più direttamente preferenze e interessi, o addirittura a veicolarne le scelte? Se Google assumesse il monopolio dell’informazione? Non si tratta di abusati e apocalittici interrogativi retorici formulati da un esaltato monaco gutenberghiano, ma le ovvie supposizioni doverosamente lanciate da un intellettuale protagonista del palco, che ama e teme al contempo i poteri e le minacce di monopolio che Google e la tecnologia informatica materializzano proponendoci sgargianti elenchi di inscatolata, futuribile informazione universale. Ma ciò che Il futuro del libro tratta in realtà, cercando il dialogo con le istituzioni culturali, alle quali suona una pragmatica sveglia, è la trasmissione dell’informazione stessa, da quella accademica alla cronaca mondana, scavando tra strategie mediatiche, testimonianze elitarie, correnti bibliografiche e trattatistica scientifica, tutti testimoni della vita culturale e sociale della civiltà. Muovendosi con agilità dalle origini del manufatto librario agli In Folio shakespeariani, dai torchi tipografici ai roghi di carta con i quali biblioteche americane hanno arso volontariamente innumerevoli testi previo trasferimento su deperibili microfilm[7], Darnton arriva all’e-book quale difficoltoso eppur minerario mezzo di formulazione e di propagazione del sapere, idoneo ai giovani ricercatori affamati di pubblicazioni.

L’e-book è l’ipertesto moderno dove la stratificazione dei sentieri conoscitivi, tra mappe, immagini, collegamenti, può tramandare le innovazioni di talenti in erba come di barbuti accademici, abbattendo i costi editoriali e favorendo la capillarità dell’inseminazione del sapere. Darnton auspica una diversa repubblica delle lettere, in mano agli enti pubblici e al pubblico, perché il vero illuminismo non sia elusione ma pensabile meta, il byte accanto alla pagina antiquata, nel crogiolo di un’“altra” ecologia della creatività umana.

 

 

 

 

 

 

 



[1] T.O. The Case for Books. Past, Present and Future, Adelphi Edizioni, Milano 2010, traduzione di Adriana Bottini, traduzione del Post Scriptum di Jacopo M. Colucci, pp.273, € 24,00.

[2] Ivi, p. 11.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 26.

[5] Ivi, p. 27.

[6] Ibidem.

[7] V. nello specifico pp. 93-128/ 137-238.




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