LETTERATURE MONDO
INCONTRI LETTERARI
La Cina si avvicina, con cautela

      
Si è svolto a Roma lo scorso maggio, presso l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, un interessante “Forum della Letteratura Sino-Italiana” organizzato dal Ministero della Cultura della Repubblica Popolare Cinese, a cui hanno partecipato importanti scrittori del grande paese asiatico, tra cui Su Tong, l’autore di “Mogli e concubine”, la signora Tie Ning, presidente dell’Associazione degli Scrittori Cinesi, e A Lai appartenente alla minoranza tibetana. Il terreno degli scambi culturali può favorire l’evoluzione della situazione verso nuove forme democratiche.
      




   

di Marco Palladini

 

 

“La Cina è vicina” recitava nel 1967 il titolo del secondo film di Marco Bellocchio, che rifletteva la moda politica filo-maoista appena scoppiata negli ambienti gauchistes nostrani. Non era vero naturalmente, la Cina rossa era lontanissima, un paese-continente alieno e fu per molti, anni dopo, un vero trauma scoprire che la grande Rivoluzione Culturale era stata fondamentalmente una campagna ideologica di repressione durissima, un incubo neostaliniano dai marcati caratteri anticulturali.

Adesso, però, è la Cina che si avvicina, non soltanto con le sue sempre più numerose comunità di emigrati e con i suoi capitali che stanno colonizzando l’intera Africa e che tengono in pugno e in piedi l’enorme debito pubblico americano. Lo fa cercando di esportare il ‘soft power’ ovvero la sua cultura. È questa la netta sensazione che si è avuta partecipando al “Forum della Letteratura Sino-Italiana” organizzato dal Ministero della Cultura della Repubblica Popolare Cinese, dall’Associazione degli Scrittori Cinesi e dell’Ambasciata Cinese in Italia e che si è tenuto a Roma, lo scorso maggio, presso l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente.

Si sono ascoltati molti discorsi ufficiali e imperniati sull’idea che lo sviluppo della letteratura deve accompagnare e sollecitare il progresso della società. Così come è stato frequente il richiamo all’eredità della letteratura classica cinese che deve nutrire la produzione letteraria contemporanea. Una produzione sterminata se è vero che ogni anno in Cina vengono pubblicati tremila nuovi romanzi ed esistono oltre duecento riviste letterarie che ospitano principalmente racconti.

La delegazione cinese era di alto livello comprendendo autori di vasto successo e pluri-tradotti all’estero nelle principali lingue occidentali e orientali. La star era probabilmente il 47enne Su Tong, l’autore di Mogli e concubine da cui venne tratto il celebre film Lanterne rosse (1991) diretto da Zhang Yimou. Ma anche la 54enne Tie Ning, presidente dell’Associazione degli scrittori, è un’autrice assai prolifica e popolare, vincitrice in patria di molti premi tra cui il prestigioso “Lu Xun”. Dal suo racconto Oh XiangXue è stata realizzata nel 1989 una pellicola che ha vinto il Gran Premio al 41° Festival del Cinema di Berlino. Tra gli altri scrittori presenti, sono parsi interessanti Ge Fei, un autore d’avanguardia e studioso di Kafka proveniente dalla provincia dello Jiangsu, e il 52enne A Lai, nato nello Sichuan e appartenente alla minoranza tibetana. È da lui, qualificato come ‘scrittore etnico’, che è stato pronunciato il discorso più appassionato e dissonante, rispetto ad un tono filo-governativo generale. A Lai ha detto che la Cina è stata in passato un paese frustrato, ferito, e che oggi è un paese che ha paura di rimanere indietro e per questo è proteso ad una modernizzazione accelerata, vorticosa. Ma nonostante i passi in avanti fatti, la democrazia è limitata a poche istanze politiche. Inoltre, la globalizzazione travolgendo i confini cerca di imporre uno standard universale, una sorta di egemonia culturale-morale che finisce per prevaricare sulle culture minoritarie. La mia generazione, ha soggiunto A Lai, è figlia di scrittori che hanno anelato e perseguito il progresso, ma il prezzo non può essere quello di ignorare i diritti delle etnie minori (vedi i tibetani). Nel suo volume di racconti La montagna vuota, che ha vinto il Premio dei Media Cinesi, si rappresenta appunto il dramma delle persone discriminate, deprivate del loro destino per motivi etnico-culturali. Il progresso, ha concluso A Lai, non può procedere secondo un modello di darwinismo sociale.





Il film del 1991 di Zhang Yimou, interpretato da Gong Li,
ricavato dal romanzo Mogli e concubine di Su Tong


Nell’intervento di moderato dissenso espresso da A Lai è sembrata evidente la volontà del potere cinese di aprire ad una dialettica di voci culturali interne, purché tenuta sotto controllo e senza, naturalmente, alcun esplicito riferimento al mezzo secolo di occupazione del Tibet e alla politica di coercizione (anche sanguinosa) che vi è stata praticata. La parola d’ordine del “progresso” ripetuta in tutte le salse è chiaramente la nuova facciata ideologica attraverso cui la ‘nuova’ Cina cerca di mascherare le enormi contraddizioni che stanno dietro il suo impetuoso sviluppo economico degli ultimi vent’anni, che ha avuto costi umani e di impatto ambientale che soltanto da poco incominciano ad essere riconosciuti.

E a tal proposito, non poteva non colpire che la parola “comunismo” (o “socialismo”) non sia mai stata pronunciata neppure per sbaglio dai vari scrittori cinesi. Come se fosse una fantasma di rimozione gigantesco per un continente abitato da un miliardo e trecento milioni di persone governate da oltre sessant’anni da un partito comunista, epperò questo non si potesse più dire, si dovesse fare finta di nulla, ignorarlo in nome della nuova retorica ‘progressista’.

Sarebbe stato interessante poter interrogare su questo punto qualcuno degli scrittori presenti, ma il clima ufficiale e formale dell’incontro chiaramente non lo consentiva. La Cina si avvicina, ma con cautela. L’impressione è, però, che dietro le strategie diplomatiche si faccia lentamente strada la necessità che nuove forme democratiche prendano il sopravvento sui vecchi metodi autoritari. Non dimentichiamo che ancora alcuni mesi fa sui motori di ricerca del web in Cina sono state censurate le parole “gelsomini” e “rivoluzione dei gelsomini”.

Poche settimane or sono intervistato da La Stampa (10 giugno u.s.) il dissidente cinese Wei Jingsheng, esule in America, ha spiegato: “… per democrazia il governo intende il rispetto delle regole che esso stesso impone. Usata così è una parola illusoria, che non aiuta a capire, anzi confonde, ed è proprio questo l’obiettivo dei leader cinesi, che temono più di ogni altra cosa la presa di coscienza sui diritti. La Cina potrà avviare un vero percorso democratico solo quando tutte le libertà individuali saranno rispettate, a partire da quella di espressione. Oggi chiunque è libero di parlare, ma sa bene di poter essere punito un giorno o l’altro”.

C’è da pensare che il terreno culturale, degli scambi culturali possa giocare in prospettiva un ruolo chiave nell’aprire il regime monocratico verso un’effettiva democrazia ed è interesse precipuo di tutti gli autori occidentali di adoperarsi in questo senso, anche perché è impossibile ritenere di non dovere fare i conti col paese che è destinato a dominare il pianeta nel corso del XXI secolo.

 




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