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CINEPRIME
Film sudcoreani tra decostruzionismo lirico e melodrammi rétro


      
Sono giunte sui nostri schermi due pellicole, “Poetry” di Lee Chang-dong e “The Housemaid” di Im Sang-soo, che sembrano ricalcare le orme di due fra i più noti cineasti del paese asiatico: Kim Ki-duk e Park Chan-wook. Nel primo lavoro che racconta la vicenda di una badante ultrasessantenne che trova conforto nella poesia, la regia smonta la struttura narrativa e la ricostruisce per gradi secondo un disegno circolare. Assai meno interessante la seconda opera che è lo sterile remake di un mélo di grande successo del 1960, in cui una governante messa incinta dal padrone e scacciata di casa si suicida pubblicamente in un estremo e disperato atto d’accusa sociale.
      



      

di Enzo Natta

 

 

Un festival a Firenze, il Korea Film Festival, e due film arrivati in contemporanea sui nostri schermi richiamano l’attenzione su un Paese che dopo un paio di incidenti con una cinquantina di morti (una corvetta sudcoreana affondata nel marzo 2010 e un improvviso bombardamento sull’isola di Yeonpyeong nel dicembre dello stesso anno) sembra rivivere preoccupanti tensioni con il regime del Nord dopo il conflitto degli anni ’50. Di riflesso la medesima attenzione si sposta anche su un cinema che di questo Paese è lo specchio e il termometro, immagini e testimonianze di un mondo provato ma operoso, paziente, disponibile, desideroso di pace e tranquillità, eppure turbato e travolto da contraddizioni latenti nonché da tragici eventi con i quali misurarsi e confrontarsi.

 

Due film, Poetry (Poesia) di Lee Chang-dong e The Housemaid (La governante) di Im Sang-soo, che sembrano entrambi ricalcare le orme e le tendenze di due fra i più noti cineasti sudcoreani: il profondo respiro lirico di Kim Ki-duk (Primavera, estate, autunno, inverno…, Ferro 3, La casa vuota, La samaritana) e la visionarietà apocalittica di Park Chan-wook (Oldboy e Lady Vendetta).






Già il titolo Poetry lascia intendere la sintonia fra il cinema di Kim Ki-duk e quello di Lee Chang-dong, scrittore che dietro la macchina da presa ha trovato una nuova e più concreta dimensione, come già si era potuto notare in Oasis. Premio per la miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes, Poetry racconta la vicenda di una donna ultrasessantenne (Jun Junghe, l’attrice più popolare del cinema sudcoreano) che riesce a provvedere non soltanto a se stessa ma anche al nipote, giovane apatico e indolente, lavorando come badante di un anziano colpito da ictus. Scossa dalla notizia di una ragazza suicida per la vergogna di uno stupro di gruppo subìto da alcuni compagni di liceo, la donna trova conforto nella poesia. Una via di salvezza, che l’aiuterà a far fronte ad altre amare sorprese che l’attendono…

 

Per Lee Chang-dong il segreto della poesia è sentire, saper ascoltare e rivivere i ricordi del passato, riaccenderne colori ormai sbiaditi e riassaporarne i momenti più intensi. La poesia come “canto d’amore”, per se stessi, per gli altri, per ritrovare l’equilibrio perduto e l’armonia con il Creato. E tanto basta per capire come mai qualche tempo fa Lee Chang-dong abbia ricoperto il ruolo di ministro della Cultura.

Delicato, sommesso, eppure sostenuto da un’energia vitale che gli conferisce uno stato di grazia, Poetry costruisce ogni scena in un crescendo compositivo nel quale trovano spazio, tassello dopo tassello, i pezzi di un mosaico. Una tecnica descrittiva che si rifà ai principî del decostruzionismo, la corrente critica che ha in Jacques Derrida il suo maestro e che nega al linguaggio la possibilità di esprimere significati universali e assoluti. Per questo Lee Chang-dong smonta ogni scena e la ricostruisce per gradi, elemento dopo elemento, lasciando allo spettatore il compito finale di riassumere il quadro e completarlo. E lo stesso fa con tutte le sequenze che compongono l’intelaiatura del film, strutturate in un moto di circolarità che nel congiungere il finale all’inizio riavvia l’intero racconto dandogli un aspetto compiuto.   






Timbri, tonalità, linguaggi completamente diversi in The Housemaid di Im Sang-soo nel quale si ritrovano il clima e le tensioni che avevano contraddistinto La moglie dell’avvocato, film che aveva decretato il riconoscimento internazionale dell’autore sudcoreano. Remake di un film di culto qual è Hanyo, diretto da Kim Ki-young nel 1960 e diventato leggendario grazie a un consenso popolare senza precedenti, The Housemaid racconta la storia di una ragazza assunta come domestica da una ricca famiglia dell’alta borghesia che vive nello splendore e nel dorato isolamento di una villa lussuosa. Sedotta dal padrone di casa, tollerata dalla moglie di quest’ultimo fra compromessi e ambiguità, scacciata quando rimarrà incinta, la ragazza si suiciderà platealmente davanti a tutti esprimendo in tal modo il suo senso di rivolta e di condanna nei confronti di una classe dominante chiusa in se stessa e nella sua disumana egemonia. Il tutto compresso in un racconto sul quale incombe un’atmosfera cupa e soffocante, sovrastato da una scenografia opprimente e gravida di colori violacei.

 

Se il modello originale di Kim Ki-young aveva un indubbio significato nel 1960, quando la Corea del Sud era da poco uscita dalla guerra contro il Nord e il regime di Syngman Ree teneva saldamente in mano le redini del Paese, oggi la situazione è profondamente cambiata. Il monito di allora (non è tempo di cambiamenti radicali e non sarà qualche episodio di corruzione e prevaricazione a mettere in discussione la guida del Paese fino a ribaltarla per sostituirla con altre forme di potere) ha perso la valenza di un’allegoria politica. Da più di quindici anni, in seguito al nuovo clima  che ha caratterizzato in senso democratico la vita della Corea del Sud, lo stesso cinema sta vivendo una rinascita culturale che ha avvertito il cambiamento in atto.

Esaurita la motivazione politica che cinquant’anni fa filtrava dal “messaggio” di Hanyo, in The Housemaid rimane la gratuità di un mélo diventato sterile strada facendo, omaggio tardivo a un’opera del passato, giunto fuori tempo massimo, privo di una pulsione identitaria e di ogni possibile riferimento politico-sociale. Niente di più di una malinconica operazione-rétro che lascia il tempo che trova.    




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