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RIFLESSIONI
Letteratura e Web: il futuro è già oggi


      
Un intervento critico e problematico sulle molteplici questioni inerenti il rapporto tra il fare letterario e l’espansione permanente e indeterminata del sistema informatico globale. Come passare dalla Rete come regno della comunicazione alla Rete come luogo della creazione? Che cosa guadagnamo e che cosa perdiamo con la deriva planetaria di Internet? Il virtuale che colonizza le menti dei singoli soggetti del XXI secolo prende l’aspetto di una ‘mente estesa’ che forse annuncia una mutazione neurologica-antropologica in grado di sintonizzarsi con i tempi sempre più accelerati della rivoluzione tecnotronica.
      



      


di Marco Palladini

 

 

*  Questo testo è stato letto durante il “Forum della Letteratura Sino-Italiana”organizzato dal Ministero della Cultura della Repubblica Popolare Cinese, Associazione degli Scrittori Cinesi, Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese, Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, Associazione Italia-Cina, che si è tenuto a Roma, lo scorso 6 maggio, presso l’IsIAO.  

 

 

Viviamo nel tempo globalizzato dell’inarrestabile avanzata del Web 2.0 (Facebook ha raggiunto i 600 milioni di utenti a fine 2010) e questo, in quanto scrittori, ci pone il problema cruciale di come abitare attivamente e creativamente la Rete. Ci induce a interrogarci su come, accanto al social networking, far crescere il literary e cultural networking. La questione è capire come indirizzare questo sviluppo e per fare che cosa. La galassia cibertronica in espansione è formata da web-reviews, blog, forum, focus-groups, chat-lines, varie tipologie di virtual communities e, ora, dal lancio su vasta scala degli e-books. Tutto questo sta avviando una modificazione che toccherà in profondità, strutturalmente il profilo degli scrittori del XXI secolo. Li riguarderà sempre più sia come soggetti creativi sia come agenti culturali della trasformazione. Se siamo convinti che la mutazione sia già in corso e i modelli novecenteschi non ci servano più, è evidente che bisogna sforzarsi di scrutare gli orizzonti del futuro. Occorre ovvero elaborare un pensiero capace di guardare al futuro. Un futuro che è già oggi.

 

È partendo da queste premesse che come Sindacato Nazionale Scrittori abbiamo avviato cinque anni fa il progetto della web-review “Le reti di Dedalus”. Un nome che rimandava sia a Stephen Dedalus ‒ l’eroe emblematico dell’opera di Joyce A portrait of the artist as a young man (Ritratto dell’artista da giovane) ‒, sia all’idea del dedalo, ossia a un’idea della dimensione labirintica del sapere e del fare culturale attuali. Un labirinto che è anche una trama di reti nella Rete, una ragnatela di punti di vista, di linee riflessive, di modi di approccio, di intersezioni, di vie di fuga e di ritorni estetici, la più ampia e libera possibile. Il tutto allo scopo di cercare di configurare uno spettro di pensiero critico pluralistico e, appunto, dedalico, non ortodosso né dogmatico, sulla produzione culturale e sulle forme della mutazione che si presentifica sotto i nostri occhi.      

 

Il futuro è oggi, significa che il futuro non è una speranza o un appuntamento messianico, ma una dimensione processuale che nell’era della tecnologia informatica è già sempre in atto, è in perenne svolgimento. Dunque, non ci servono dei ‘futurologi’, ma semmai dei ‘presentologi’, dei pensatori del presente, per tentare di capire che cosa (ci) sta accadendo con la permanente trasformazione della Rete. “Le reti di Dedalus” ha provato in questo quinquennio a tenere in equilibrio un’impostazione da rivista letteraria e culturale classica, ossia di profilo alto, con scritture ricercate e colte, che non getta via nulla della tradizione umanistica importante che ci nutre e ci sorregge, assieme ad una costante attenzione a rilevare e indagare le emergenze culturali nella Rete, a cercare di intendere quale nuova narrazione del mondo si viene rappresentando attraverso la costante e indeterminata crescita del Web.    

Se ci sembra di avere inteso la potenza e, vieppiù, le ancora imprecisabili potenzialità dei social network dal punto di vista del loro impatto socio-politico, assai meno chiare ci appaiono le sue potenzialità di impatto e di rivoluzionamento riguardo al nostro lavoro letterario ed artistico.

Ben poco è stato acquisito in questa direzione, in termini di riflessione e di proposte concrete. A volte si ha l’impressione di avere tra le mani un enorme ‘giocattolo’, ma di non sapere realmente come giocarci, con quali regole e a quali fini.

 

Nel convegno “Letteratronica” che “Le reti di Dedalus” ha promosso lo scorso marzo, ci siamo appunto chiesti: come passare dal Web come regno della comunicazione al Web come luogo della creazione? I dispositivi di tecnolinguaggio cybertronico che abbiamo a disposizione sono una mera ‘esperienza fattuale’ o mettono capo ad una semiosfera in sé, che come tale va affrontata ed esplorata?

Gli storici dell’evoluzione ci hanno spiegato che il linguaggio verbale è una tecnologia, forse la più potente, basica tecnologia inventata dall’uomo, che gli ha permesso un immenso salto di civilizzazione, attraverso la socializzazione sinergica, simbolico-astratta delle informazioni. Una volta avviato il linguaggio, la sua tecnologia ha innescato un processo di innovazioni virtualmente illimitato che giunge fino a noi. Se l’evoluzione è inarrestabile, è allora evidente che dobbiamo fare i conti sui modi in cui la tecnologia della lingua entra in rapporto con l’apparato-software di procedure-segni dell’ambiente informatico, per cercare di capire da questo incontro (e, forse, anche scontro) quali nuove forme, quali nuove vie di espressione e di creazione possono scaturire.





Ralf Nuhn & Cécile Colle, Computer Arts Society, 2010


Il lavoro di riflessione svolto con “Le reti di Dedalus” ci ha illustrato i grandi margini di democratizzazione presenti nella Rete, sotto il profilo culturale e politico. Ma nel campo letterario, artistico o multiartistico, la ‘democratizzazione’ non è sufficiente, se non è guidata da idee innovative, da un know-how di qualità, da una tensione alla ricerca estetica e teorica, vale a dire conoscitiva. A tal riguardo, perché le gigantesche potenzialità dei new media, del Web 2.0 sono così palesemente sottoutilizzate?

 

Noi ci rendiamo conto che, al presente, la Rete è come un territorio in gran parte vergine dal lato creativo, ancora quasi tutto da esplorare e da conquistare, per poterci un domani stare dentro con piena cognizione di causa ed effetto. L’ebooking che sta adesso avanzando è un processo, crediamo ineluttabile e di lungo corso, di mutamento del supporto-libro. Ma finora è, in buona sostanza, un mero processo di trasferimento dei testi dal cartaceo al digitale. La digitalizzazione dei libri non significa affatto una mutazione della forma-libro o dell’idea-libro. Cambia il supporto, ma strutturalmente il libro rimane in definitiva lo stesso. Come mai non si riesce ad immaginare, in concreto, un’opera letteraria (o superletteraria) che incorpori organicamente la multimedialità, l’ipertestualità diffusa e ‘normale’ della Rete? Quando si passerà, per citare un vecchio saggio di Umberto Eco, dall’opera chiusa all’opera aperta?

 

Su “Le reti di Dedalus” e nel convegno ‘letteratronico’ abbiamo provato ad abbozzare una ipotesi: il punto è che l’antropologia è in arretrato rispetto alla tecnologia informatica. L’uomo fatica a cambiare tanto velocemente quanto cambia la tecnologia. È il paradosso che viviamo: è vero che la tecnologia ‘reticolare’ o la Téchne, per dirla con Martin Heidegger, è un prodotto del fare umano, ma i dispositivi psicologico-culturali dell’uomo faticano, ansimano appresso ai vorticosi cambiamenti della Tecnica, che domina il tempo presente e il mondo, forse perché ha una sua logica di sviluppo intrinseca e che, del resto, è strettamente intrecciata alle dinamiche del mercato e dello sviluppo capitalistico.

Un recente libro – Quello che vuole la tecnologia – di Kevin Kelly, ex direttore della rivista americana “Wired”, indaga il mondo delle macchine come dotato di una vita sua propria. Kelly parla di ‘technium’ ovvero di un sistema quasi-vivente che autroproduce le sue linee di azione-sviluppo, che se è vero che si interfaccia con gli umani, è pur vero che finisce per stabilire piani dominanti e piani subalterni, una fluttuante gerarchia da organismo complessivo funzionante a tanti livelli di organizzazione e di fruizione, che nessuno può tenere realmente sotto controllo. Da questo punto di vista la Rete per Kelly funziona da cervello collettivo e connettivo che genera un logos sempre più, tendenzialmente autonomo rispetto alle logiche ‘umane’. Siamo, cioè, già oggi dentro un network globalizzante di natura post-human, che si espande nel solco una processualità oltreumana.

Se ciò è vero, come possiamo fare i conti con questo habitat informatico che si rende indipendente da noi e che rischiamo semplicemente di subire? Come non soggiacere ad una dinamica di alienazione/estraniazione rispetto alla rivoluzione permanente della Téchne? E, d’altro canto, come non diventare vittime passive di una sorta di tecno-feticismo? Ossia come assumere le mutazioni indotte dal Web attraverso il filtro di un pensiero critico?

 

Anche il fronte della ricerca artistica avanzata sembra disorientato, confuso, non in grado di rispondere positivamente e ‘tempestivamente’ alle sollecitazioni della semiosfera della Rete. Di fronte alla velocità del Web l’avanguardia (lo stesso concetto di avanguardia) appare distrutta. L’abbiamo detto: le vecchie risposte, le vecchie ricette novecentesche non funzionano più.

Ma in questa congiuntura epocale quello che dobbiamo provare a fare, non è precipitarci a dare delle risposte, ma tentare di porre le domande giuste. La prima delle quali ci sembra questa: che cosa guadagnamo e che cosa perdiamo con la deriva globalizzante di Internet?

Il marxiano ‘general intellect’ ha oggi il sembiante di una Intelligenza Connettiva che procede, come abbiamo visto, stabilendo codici suoi propri, ma questo che cosa comporta?

 

Nicholas Carr nel volume Il lato oscuro della rete, enuncia, ad esempio, i suoi dubbi sul deficit di impatto cognitivo che determina la fruizione-zapping permanente del Web. Rileva come il ricorso sistematico agli strumenti della Rete, come ad esempio Wikipedia, genera una vistosa diminuzione delle capacità di concentrazione e di memorizzazione presso le generazioni più giovani e sostiene, inoltre, che la logica del Web applicata ai cosidetti soggetti multitasking funziona in base ad un modello tayloristico di dominio dell’attività mentale. Oltre a questo, Carr ha facile gioco a rilevare il pericolo rappresentato dai ruoli dominanti, in pratica para-monopolistici di Windows, Facebook, Google e gli altri colossi della Rete, sia riguardo al numero effettualmente sterminato di informazioni catturate su ciascuno di noi appartenenti alla connected people, sia riguardo allo straordinario sfruttamento economico e pubblicitario che ne deriva, a partire dal semplice dato quantitativo del numero di pagine scaricate e di links cliccati.

 

(Nel film The Social Network è illustrato bene come a partire dal suo rapidissimo e dilagante successo di massa planetario, Facebook ha goduto di una supervalutazione da parte degli operatori dell’alta finanza: in pratica ogni iscritto si è stabilito che valesse cento dollari. Dunque, gli attuali seicento milioni di soggetti con profilo Facebook sulla faccia della terra determinano un valore delle azioni, insieme presunto e reale, di sessanta miliardi di dollari, ossia il bilancio di più di uno stato del Terzo mondo, tanto per capirci).





Wolf Vostell, Die Winde, 1981


Per tenere una linea di pensiero critico occorre valutare questi dati e porci dubbi e quesiti cruciali e ‘pesanti’ se vogliamo provare a costruire un ecosistema digitale che non sia meramente sottoposto oggi come domani all’oligopolio tirannico di alcune corporations simili al ‘Grande Fratello’ di Orwell o alle Zaibatsu di cui parlava nei suoi romanzi William Gibson. Lui, l’inventore della cosiddetta letteratura cyberpunk, già trent’anni fa descriveva e/o profetava una Rete-Mondo totalitaria in cui gli spazi di libertà residui erano affidati a solitari eroi, i cow-boys della tastiera del Pc, a pochi bucanieri del Web disposti a contrastare i magnati dei super-database dell’informazione, i moloch dell’informatica rischiando di bruciarsi i propri circuiti neuronali interattivi. Ma dopo tre decadi tutta questa mitologia (di matrice tardoromantica) della ‘pirateria’ informatica (rilucidata da Assange con Wikileaks), degli hackers, del mediahacktivism non sembra un po’ invecchiata e poco efficace? È ancora un modello di resistenza critica valido e soprattutto auspicabile? Non appare il riflesso di subculture dalla vocazione sempre, ineluttabilmente minoritaria?

La pirateria informatica e la lotta per i diritti (anche degli autori, degli artisti) come si conciliano? Il no-copyright applicato a tutto è concepibile? O non è assai più sensato il copyleft, o più recentemente i Creative Commons, per provare a delineare una gestione selettiva dei diritti dei soggetti creativi, non più abbandonata digitalmente a se stessa?

Altre domande: per i ragazzi di oggi, i cosiddetti ‘digital born kids’, che cosa è oggi importante? Il free download per tutto e tutti o un sistema articolato che li educhi a capire che pure nel Web 2.0 (e oltre) non può non esistere un decalogo di diritti e di doveri? Cosa riusciamo ad immaginare per loro? Oppure non dobbiamo immaginare nulla, perché ci penseranno le generazioni di domani a stabilire le proprie gerarchie e priorità nel mondo digitale? Per il futuro possiamo prevedere soltanto ‘open sources’ e più autoproduzione artistica? Economicamente tutto ciò, però, come si reggerà?

 

Gli esperti del settore danno già al presente il Pc da tavolo (ma anche il lap-top classico) in declino. Secondo costoro proprio il 2011 sarà un anno di svolta per il mercato, segnando l’impetuosa crescita di i-phone e tablets come I-pad, la nuova frontiera vincente della Rete è affidata sempre più e unicamente al ‘mobile’ e al wi-fi. Questo comporta non in prospettiva, ma già oggi un doversi tarare sugli strumenti portatili per produrre idee e software creativi in grado di svilupparsi nello spaziotempo della tecnologia mobile, ovvero in movimento perpetuo. E però, ad esempio, i romanzetti per telefonino che già da anni vengono scritti in Giappone da giovanissimi autori per i loro coetanei non sembrano un esempio entusiasmante di creatività applicata allo smart phone.

 

In attesa che l’ebooking conquisti fette sempre più ampie del mercato letterario e mentre i romanzi mainstream a larga tiratura già si stanno convertendo al digitale, come Sindacato Scrittori e “Reti di Dedalus” ci poniamo come uno dei nostri compiti fondamentali quello di interrogarci sul destino che attende lo scrittore contemporaneo avviato, per il tramite della cyberscrittura, dell’intreccio dei new media a tramutarsi in un iperscrittore.

La letteratura nell’era dell’informatica è una cosa tutta ancora da decifrare, ma appare palese, come nota il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, che oggi i modelli aristocratici del vate-saggio o del santo, appaiono improponibili. Sono venuti meno gli universali classici e le pulsioni ad un esemplare individualismo eroico. L’odierno massivo cibernauta della scrittura è un povero esule nella terra di una Rete-neoEcumene che percepisce l’insufficienza della mente singola e sempre più cattura le derive di quella che alcuni neuropsichiatri chiamano la ‘mente estesa’, intendendo un cervello che non funziona soltanto in dipendenza di un singolo corpo biologico, ma anche in rapporto o come parte di un sistema sociale-intellettivo allargato, generale. Ecco la multinarrazione estensiva del mondo indotta dalla Rete è, forse, un’anticipazione della mutazione neurologica-antropologica che investirà la mente connettiva dell’uomo. È nel dialettico processo di istanze personali e facoltà estese del cervello creatore che si darà una grande ricchezza e varietà di nuove e inventive forme dell’arte. È giusto essere criticamente vigili, ma non dobbiamo avere paure o chiusure, dobbiamo restare aperti, curiosi, pronti alla trasformazione anche cyberumana. La storia della filogenesi, dell’evoluzione dell’uomo ci incoraggia. Dobbiamo avere fiducia che ciò accadrà.

        




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