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PLACE VENDÔME (19)
Se il tempo non esiste nella ‘notte oscura’


      
La mercuriale piazza prende (si spera temporaneo) congedo con note sconsolate sulle malattie degli amici poeti, che però continuano a sfornare preziose pubblicazioni, e su antologie di nuovi versificatori che indurrebbero a lasciar perdere tutto. Meglio tornare a delibare i testi vertiginosi di san Juan de la Cruz, mistico e dottore della chiesa che, secondo il suo esimio traduttore Luisito Bianchi, adoperava gli strumenti poetici più affilati, svariando “dal machete al più tagliente bisturi di precisione”.
      



      


di Marzio Pieri

 

 

Il canto della tenebra

 

1. Ora ch’è ancora in tempo, il diogenès della place vendôme si scusa e prende congedo. Proprio ora, che le notti si faranno calde e, si teme, animate. Sento l’ala beffarda di una incipiente senile idiozia scuotere il mezzo aereo (memorie di scuola: “dal mezzo, puro insino al primo giro”) sulla mia testa, sulla mia capanna molto meno che indiana. Non me la sento più. Non me la sento più.

 

2. Perfino questo foglio di congedo è rimasto fermo al primo comma a dir quasi un mese. Scrissi ieri a un mio fratello, allarmato da notizie su una mia indisposizione: “Il mio breve seppure fastidioso malessere ebbe il pregio di uscire in una settimana dalla fase acuta. L’artrosi dell’anca è un male classico dei vecchi, come la prostata e il rincoglionimento; per ora salvo solo la prostata”.         

3. Tutto è perduto nonché l’onore.

 

4. Scrissi anche, su sua provocazione: “Gheddafi resta un mascalzone come lo sono Sarkozy, il bieco negretto d’America, fra loro il silvio è solo un chierichetto che si fa (fare) qualche sega che merita carità (la carne è un peso, soprattutto è la più ostinata delle illusioni); vedo guerre e dolori e catastrofi, purtroppo ci saranno nipotini e figli altrui ancora nascituri ma senza guerre e catastrofi c’è sempre solo l’alternativa del ristagno, ch’è un’altra (maniera di) morte. Hanno puntato sulla economia, come la grande nemica (Marx) o come il bene di tutti i beni (amerikani tranquilli, Berluskojoni al séguito & cojones), ma davvero prima viene il pensiero. Nemmeno Benoit xvi, che è oggi l’uomo più intelligente del mondo occidentale, riesce a forare la coltre di tenebre; la vecchia Europa muore ed era tempo, morrà malissimo e se lo è meritato. Una aggressione come quella alla Libia, che non ha dato tempo all’improvviso nemico (in casa sua) di dire ahi né bai, toglie qualsiasi legittimità (se ancora dramma ne serbassero) ai gruppi di potere che a nostro scorno ci governano”. Che decidono per noi. E vogliono starci e non starci, fedeli al detto italico OGNI LASCIATA È PERSA.

 

5. Qui intorno è tutto un cadere di foglie, amici e nemici; fra morti e moribondi non tengo più il conto. Poi questa è tutta gente che, mentre la mettono in bara, riapre un occhio, si solleva e dice: Ricordatevi di mandare quel mio libro, quella mia pagina a stampa, quel mio manoscritto... al diogene vandòmio. E anche qui, che conforto vuoi che io possa dare; amo abbastanza molte di queste persone che hanno fatto con me il mio mestiere, alcuni con qualche maggiore fortuna pubblica, altri dissipando ogni loro minima sostanza terrena, che si dovrà sottoscriverci per pagargli il funerale, ma insomma, quando io li abbia ben letti e lodati, non trovo degli Strawinski, dei Klee, dei Pound, (quello che per me essi furono), vero che nemmeno io sono un Debenedetti o un Barthes, ma allora non sarebbe più semplice smetterla di tormentarsi con tante prove degne e nessuna di splendore? Credi, fra tutti gli uomini il letterato è uno dei più disperati, perché lo mangia vivo la vanità. Si sogna sempre in un finale d’opera, dove muore cantando fra cori rispettosi.

 

6. Diogenes chiede congedo. Nessuno più gli può togliere d’ombra.

 

7.         Oi cigolò cigolò

            cigolo io che cigoli tu

            verrà la basca quando

            non saprò più il comando

 

            dondolo dandolo

            è una bugìa

            dondolo si ma darlo

            è una parola

 

            buona vasca

            non faccio a tempo a dirlo

            e tutto casca

 

(A un amico che mi manda gli auguri di pasqua lamentandosi di cigolare)

 

 

8. (................................................................................................)

             

il lupo della lipu... do re li fa sol la si pu... do, re si fa; sol sa li

pu...

 

(A una amica zoofila che mi chiede il 5 per 1000 per la lipu)

 

 

9.         Signori, non sono un Mascagni

      che non ha mantenute le promesse.

      Non nuotatore, non feci mai bagni

      di mare.

      Su la spiaggia ci andavo coi calzini.





Giuliana Laportella, 900, 2006


10. Ma li hai visti i poetae novi su L’Illuminista di Pedullà? Per chi scriviamo, dimmi.

 

11. Novi peti. Scrisse una volta uno, confondendo: ‒ prestipeditazione.

 

12. Mi sento solidale coi poeti della mia classe. È fierezza e stanchezza. Non magnogreco come l’indimenticabile Macrì, non vi aspettate da me una teoria delle generazioni. Però ci sono queste alleanze del sangue.

 

13. Platone, quando non ce la faceva più con la logica (“tu non credevi che io loico fossi”), ritrovava le novelle della nonna. Certi suoi miti sono fra le più belle novelle, come Pelle d’asino e L’isola del tesoro.

 

14. Tutti gli onori alla speleologia.

 

15. Mesa è ammalato. Pozzuoli. Luisito è ammalato. Viboldone. Cagnone sta riprendendosi da una grave malattia. Bomarzo.

 

16. Il Mediterraneo di Enea, bombardato da soli implacabili. La gran Padania dei santi medievali: contemplativi e attivi. Sole pallido, forti glebe. Il giardino dei mostri: umido come una amphitrite che non vide mai sole. Parentela di chiocciola e cervello.

 

17. Alla raccolta delle poesie di Mesa (La camera verde 2010), segue dappresso il nuovo libro poetico di Nanni Cagnone: Le cose innegabili/Undeniable Things (Modena, Edizioni Galleria Mazzoli). Il doppio titolo perché il libro è doppio: sulla pagina di destra il poema di Nanni, su quella di sinistra, anticipando dunque, la perfetta traduzione di Paul Vangelisti. (Un libro stupendo, realizzato senza risparmio di mezzi, graficamente progettato da Cagnone e dalla sua ammirevole compagna Sandra Holt).

 

18. Anche Vangelisti è ammalato.

 

19. Conosco inglese perché leggo Shakespeare o Churchill. Ai miei occhi di lettore ‘sordo’ (ma, così, poesia torna ad essere scienza di grafemi come in Oriente o in un codice medievale o in un wampoon pellirossa) son poesie delle più perfette. Potrebbero essere l’originale, l’archetipo.

 

20. O stiamo vedendo un western, con l’audio abbassato? Si rispondono colpo su colpo.

 

21. Invertendo l’ordine del libro:

 

                         Pinus halepensis

                         alto alla scogliera, solo

                         e non nel periodare del bosco.

                         Poi, su lo stanco viottolo,

                         un fanale. [...]

 

                         An Aleppo pine

                         high on the rocky cliff, alone

                         and not in the sentence-making woods.

                         Then, along the tired lane,

                         a streetlight. [...]

 

(Debbo confessare una cosa mia, leggo più spesso e volontieri non solo Virgilio nella reincarnazione di Klossowski, ma perfino Dante in inglese, in francese; e Joyce in ispagnuolo, l’Ulises di Josè M.a Valverde; ‒ traduttore-trovatore).

 

22. Le cose. Vangelisti tre anni fa ci aveva dato dall’America il libro dei Collected Poems (1961-1992) di Adriano Spatola (Green Integer, København & Los Angeles, 2008). Lì la posizione del tradotto e del traduttore era quella convenzionale: Spatola su la sinistra, la traduzione a fronte. Il titolo: The Position of Things.

 

23. The Things: Die Dinge. Noi diciamo: realtà ed è già un vocabolo astratto, irreale. Vedo il cavallo, non cavallinità. Si dovrebbe vietarli gli astratti.

 

24. Sia questa la funzione del poeta? Quelli novi sono tutti a piangersi addosso. Non mi avranno! meglio nazista con Furtwaengler che arcade con Jovanotti.

 

25. Il necessario libro di Spatola fu promosso da Beppe Cavatorta, un mio antico allievo, diligentissimo e innamorato del suo soggetto. Era un ragazzone dal viso e dai capelli rossi, giocava da portiere, ch’è come cantar da tenore sul campo di calcio, e spopolava fra le studentesse. A una, che esordì: “Beppe...” io troncai la parola canterellando:

 

                         M’hanno detto che Beppe va soldato

 

ma come potevo supporre che la bella figliuola (me la ricordo come fragole su la panna) avesse letto La rigenerazione di Italo Svevo, ‘commedia inedita’ (fino, credo, al 1949, l’anno che io scopersi il Vittorioso), o lo pseudo-Campanile del Vita Finzi apocrifante, o il passo di Montale sulla bella romanza di Rotoli? La donzella andò a rotoli; balbettò: “soldato?... ma non mi aveva detto nulla...”

 

26. Per la tesi Cavatorta diede un prezioso primo ragguaglio delle carte di Spatola. Io non fui mai (lui sì) di quelli del molino di Bazzano. Io non fui mai “di quelli”, solo questa lezione posso lasciare dopo la vuota botte. Mi chiese una seconda tesi e io (convinto come sono che i maestri vanno bevuti con lo zenzero e non più d’una volta) glie la negai. Lui andò in America e feci la sua fortuna. (Non è guari mi ha mandato una sua raccolta di saggi novecenteschi e volevo darvene gli estremi, perché merita di essere conosciuta, ma non la ritrovo qui fra i cumuli di libri e cianfrusaglie, due giorni fa la spogliavo per una riguardatina ma non mi viene dove appoggiai il libro).

 

27. Ah Cavator-Cavatorta.

 

                         and then went down (we, oui,) to the sheep

                                     and Cavethorn the Giant

                                     broke the lullaby, the chant-mouse

                                                 son chanticlearing by-pass

                                     and said Pollyphemus ach Polly-pheamus...





Stefano Lanuzza, Arte della notte n. 175, 2006


28. Caro marzio (mi disse attilio bertolucci): il tempo non esiste. Venticinque anni fa Luisito Bianchi, che sosteneva e ancora sostiene che un vero prete ha da mantenersi, ed era in quella fase di sue metempsicosi terrestri in cui si meritava un pane col tradurre, si vide commettere l’impresa di una traduzione totale di Giovanni della Croce, san Juan de la Cruz (1542-1591), mistico e dottore della chiesa. Coetaneo, dunque, del Tasso (1544-1595), mistico e dottore della poesia. Della stessa mandata di nascite Cervantes (1547), Giordano Bruno (1548) e il Greco pittore, il senior del gruppo (1541). Bella infornata di sognatori. Lo fu anche Luisito quando accettò l’incarico, propostogli da una autorità carmelitana (carmelitano era stato il santo spagnuolo), di tradurre in tre anni ogni linea rimasta del poeta di Noche oscura. E, sia chiaro alle nostre legioni di ricercatori in cerca di un padrone poco o nulla esigente, poco tengo poco dongo, pressoché gratis, dato che vita e teologia di Luisito (cosa quasi barbarica, per un lümbard) si improntano al pensiero illuminante della gratuità. “Ebbene, io corsi per due anni il rischio di diventar matto. Ma si rendeva conto s. Juan di quali strumenti di taglio adoperasse, dal machete al più tagliente bisturi di precisione? Dico ‘diventar matto” (Luisito, Nota preliminare del traduttore).

 

29.  Dicevo del tempo. L’autorevole carmelitano, ricevuta nei tempi convenuti l’eroica versione, si fece uccel di bosco. Venticinque anni è un quarto di secolo. Ora l‘impresa vede la luce per i Dehoniani di Bologna, son già fuori i primi due tomi (la Salita del Monte Carmelo e la Notte Oscura) ed entro il mese vedremo il terzo e ultimo, il Cantico Spirituale. Ci credereste? L’uccello è sortito dal bosco per recriminare: ‘ma il libro era mio...’ Uh corvaccio corvaccio.

 

30.  Per ora dico solo che, se mai un giorno si dovesse ritentare una scuola italiana che abbia fra i suoi scopi o strumenti nevralgici un itinerario di crescita anche attraverso i modi delle lettere, la Notte Oscura di Luisito dovrebbe essere il libro di iniziazione comune. Il viatico. Una scrittura poetica tutta tramata di prosa che mai sente bisogno di alquanto surgere.  Quello che è il sommo dei problemi dell’oggi (la corrosione della lingua, dal dialetto mercificato al tramontato esperanto) è risolto da Luisito in un volgare naturalmente nobile, senza sperimentalismi (tale fu, per stare a noi soltanto, da Dante a Sanguineti) e senza ripicchiature (per stare a noi soltanto, le lezioni dei Soffici fior-da-fiore, dei Cardarelli leggiadri e politi come la Liguria di quella sua poesia che, fattami leggere a scuola, mi vaccinò di tutti i classicismi, dei Bacchelli che fu, se pure volontieri lo si dimentica, il primo maestro e mentore di Gadda). Probabilmente agisce piuttosto in Luisito la memoria delle prose di Giovanni Papini, ma depurate di quei toscanismi e becerismi infausti che le datano come il sentimentalismo Pascoli ‒ che resta il nostro più grande poeta moderno ‒ o Puccini o come la bulimìa da parvenu Gabriele d’Annunzio.

 

31.  Vedete? Son troppo stanco. Ci sarebbe da riscrivere tutta la nostra storia.

 

32.  “conviene, dicevo, che l’anima sia posta innanzitutto nel vuoto e nella povertà di spirito con l’essere purificata da ogni sostegno, consolazione e apprensione naturale che possono venire da qualsivoglia cosa di lassù o di quaggiù, affinché, così svuotata, rimanga poverissima di spirito e spogliata dell’uomo vecchio, e possa vivere quelle nuova e beata vita che si raggiunge grazie a tale notte...”

 

33.  Davvero; tutto è grazia e solo grazia.

 

 

 

 

 

 




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