LIBROSFERA
NOVITÀ - COMINCIAMO DAL PRINCIPIO
GIUGNO 2010

a cura di Massimo Vecchi

   

 

 

 

MASSIMO CARLOTTO

Alla fine di un giorno noioso

Edizioni e/o, 2011

pp. 178, € 17,00

 

CAPITOLO PRIMO

 

Alla fine di un giorno noioso l'avvocato, nonché onorevole della Repubblica, Sante Brianese entrò alla Nena con il suo solito passo deciso. Un attimo dopo apparvero sulla porta la segretaria e il portaborse. Ylenia e Nicola. Belli, eleganti, giovani, sorridenti. Sembravano usciti da una serie televisiva americana. Era l’ora dell'aperitivo, un viavai continuo di gente, bicchieri e stuzzichini. All’esterno stufe a forma di fungo riscaldavano una fitta schiera di fumatori. Conoscevo quasi tutti. Avevo selezionato la clientela negli anni con pazienza certosina. Nel mio locale non giravano coca, troie e teste di cazzo e pagavo un tizio, che si era fottuto il cervello con gli anabolizzanti, per stare alla porta con discrezione e tenere alla larga venditori di fiori, accendini e mercanzia varia. Alla Nena entravi solo se avevi voglia di spendere il giusto per goderti un’atmosfera tranquilla, raffinata ma allo stesso tempo “frizzante e divertente”. La mattina, dalle 8 alle 10, offrivamo té pregiati, fragranti croissant e cappuccini con latte che arrivava direttamente da un paesino delle Dolomiti. Alle dodici spaccate l’aperitivo. Dalle 12.30 alle 13 il pranzo: leggero e dinamico per impiegati e professionisti, minimalista vegetariano per ciccione perennemente a dieta oppure luculliano, seppur rispettoso delle tradizioni venete, per rappresentanti e clienti non ossessionati dalla linea. L'aperitivo serale partiva alle 18.45 e la cena alle

 

Nato a Padova nel 1956, Massimo Carlotto è stato scoperto dall’autorevole critica e scrittrice Grazia Cherchi. Ha esordito nel 1995 con il romanzo II fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni e/o e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per la stessa casa editrice ha scritto Arrivederci amore, ciao (secondo posto al Gran Premio della Letteratura Poliziesca in Francia 2003, finalista all’Edgar Allan Poe Award nella versione inglese pubblicata da Europa Editions nel 2006) e poi i romanzi La verità dell’Alligatore, II mistero di Mangiabarche, Le irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (Premio Dessi 1999 e menzione speciale della giuria Premio Scerbanenco 1999), II corriere colombiano, II maestro di nodi (Premio Scerbanenco 2003), Niente, più niente al mondo (Premio Girulà 2008), L’oscura immensità della morte, Nordest con Marco Videtta (premio Selezione Bancarella 2006), La terra della mia anima (Premio Grinzane Noir 2007), Cristiani di Allah (2008), Perdas de Fogu con i Marna Sabot (Premio Noir Ecologista Jean-Claude Izzo 2009) e L’amore del bandito (2010).

Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani e riviste. I suoi libri sono pubblicati in vari paesi.

 

 

TOMMASO PINCIO

Hotel a Zero Stelle

Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora

Ed. Laterza, 2011

pp. 229, € 12,00

 

Ho un debole per gli alberghi. Mi piace tutto di questi luoghi. Per cominciare, mi piace come sono concepiti. Mi piace che siano provvisti di un ricevimento. Non importa quanto maestoso sia, questo ricevimento. Mi va bene anche una semplice scrivania con una persona dietro, come in molte guest house sparse per l’Asia. Mi piace l’idea che, entrando, sia previsto di andare al ricevimento per annunciarsi, comunicare che dovrebbe esserci una stanza riservata a proprio nome. Mi piace il condizionale, «dovrebbe», e mi piace l’espressione «a mio nome», se usati in un contesto alberghiero. E mi piacciono pure e, non poco, sia la parola «ricevimento» che la sua variante inglese «reception». E non mi dispiace nemmeno la possibilità di presentarsi senza una prenotazione e la conseguente paura di essere respinti, con cortesia ma respinti, perché l’albergo è al completo. Allo stesso modo, e per ovvie ragioni, adoro quando, dopo attimi di sospensione trascorsi cercando di sbirciare nel registro che il portiere consulta con professionale distacco, spunta una camera libera. E immagino non sia necessario precisare quanto suadenti suonino alle mie orecchie le parole «camera», «stanza», «room», «chambre» e via dicendo, nel caso in cui queste parole indichino una camera di albergo di qualsivoglia specie. Mi piace poi scoprire se la colazione è compresa nel

Nato a Roma nel 1963, Tommaso Pincio si chiama in realtà Marco Colapietro. Ha scelto quello pseudonimo, che è la trascrizione italiana del nome dello scrittore americano Thomas Pynchon, di cui è grande ammiratore. Dopo aver frequentato l’Accademia delle Belle Arti, Pincio ha esordito come fumettista, ha diretto per dieci anni una galleria d’arte internazionale, è vissuto tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90 a New York come assistente di un famoso pittore. Poi si è dedicato alla scrittura e ha esordito come romanziere nel 1999 con M. edito da Cronopio. Successivamente ha pubblicato da Fanucci Lo spazio sfinito (2000) e da Einaudi Un amore dell’altro mondo (2002), un libro che ha diviso la critica letteraria e con il quale l’autore ha acquistato una certa notorietà. La ragazza che non era lei, uscito nel 2005 sempre presso Einaudi, traccia un bilancio su ciò che è andato perduto e ciò che è rimasto dei sogni di amore e libertà degli anni Sessanta. È invece del 2006 il saggio Gli alieni. Dove si racconta come e perché gli extraterrestri sono giunti fra noi, edito da Fazi. Nel 2008 torna da Einaudi per pubblicare il suo quinto romanzo, Cinacittà. Tommaso Pincio collabora regolarmente alla rivista Rolling Stone e alle pagine culturali della Repubblica e del manifesto, occupandosi perlopiù di letteratura statunitense.

 

MARIO CALABRESI

Cosa tiene accese le stelle

Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro

Ed. Mondadori, 2011

pp. 132, € 17,00

 

La macchina per lavare

 

Una sera di novembre del 1955 mìa nonna, che aveva quarant’anni, riconquistò la sua libertà e si sentì felice: aveva preso in mano un libro ed era riuscita a leggere qualche pagina prima di addormentarsi. Non le capitava più da quattordici anni, da quando, in mezzo alla guerra, era nato il suo primo figlio: Carlo. Da allora, di bambini ne erano arrivati altri cinque; la più piccola, Graziella, non aveva ancora nove mesi. Ogni sera, da quattordici anni, mia nonna andava a dormire esausta solo quando aveva finito di lavare a mano montagne di lenzuola e pannolini. Lo aveva fatto migliaia di volte: prima a Torino, interrompendosi solo quando le sirene avvisavano che stavano per piovere le bombe, poi a Cavour, dov’era sfollata perché la sua casa era stata centrata e distrutta, infine a Milano, dove si era trasferita al termine della guerra. La società di compravendita di lane e sete che aveva aperto con il nonno aveva avuto successo, avevano raggiunto il benessere e comprato un appartamento con un grande terrazzo in zona Garibaldi; ma anche se si poteva permettere di avere una persona in casa che l’aiutava con i bambini e in cucina, la lavanderia notturna era rimasta un compito tutto suo. Due giorni prima il nonno era arrivato a casa con un regalo che pensava fosse la giusta celebrazione del loro suc-

 

Nato a Milano nel 1970, Mario Calabresi, giornalista, ha lavorato all’Ansa, alla Stampa e alla Repubblica, dove è stato caporedattore e corrispondente dagli Stati Uniti. Ha seguito la campagna presidenziale americana e l’elezione di Barack Obama. Dal 2009 è direttore della Stampa. Per Mondadori Strade blu ha scritto Spingendo la notte più in là (2007) e La fortuna non esiste (2009).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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