LETTERATURE MONDO
JONATHAN FRANZEN
Un poema in prosa sull’America
e le sue derive

      
“Libertà” è il secondo attesissimo romanzo dell’autore delle “Correzioni”. E non delude le aspettative grazie al suo essere proposto come oggetto di consumo premeditato ad alto tasso qualitativo ed elevata dose di spettacolarità emotiva. Il libro, che aspira al tono magniloquente della narrativa ottocentesca, si fa analitico racconto di un nucleo familiare del midwest, e tra ragione, sentimento e ironia delinea le insolubili contraddizioni del ‘way of life’ statunitense. In definitiva, una torrenziale opera deluxe in salsa soap.
      




   

di Sarah Panatta

 

 

Epica tracimante e ammiccante, riepilogativa, ermeneutica e divertita di utopie sconfitte. Radiografia acida, calzante e (solo) finalmente consolatoria della violenta e violentata effige degli USA post 11/9. Saggio politicamente corretto, saccente ma trascinante, sui tormenti etici di coppie Vip, sulle traversie di famiglie “esemplari” invischiate in inattualità democratiche e azzardi repubblicani. Pozzo specchiante del declino rovinoso di un impero che annaspa galleggiando sopra una vecchia e scolorita boa di salvataggio.

Jonathan Franzen ha estratto dal cilindro il suo ultimo osannato lavoro, atteso con febbrile isteria dalla critica di mezzo mondo dopo l’esperienza folgorante dell’esordio, Correzioni. La nuova magia è un oggetto di consumo premeditato ad alto tasso qualitativo ed elevata dose di spettacolarità emotiva, che deflagra potente proprio perché lasciata a pascolare in cortili di cattività silente sia dai caratteri che dall’autore. Un tomo di culto, abbracciato già da Obama e oggetto, in fase di pre pubblicazione, di una campagna mediatica costellata di buffe casualità (?) pubblicitarie.

Un’opera che razzola tangibilmente nei visceri radioattivi della società “bianca”, quella del neoclassico Congresso, dei vialetti di periferia snob, ovest di conquiste spericolate, e dei rampolli borghesi senza terra. Creatura femminile poiché femminile è il suo vero motore, il libro è il raffinato risultato di una materna gestazione, durata nove tortuosi anni, e il frutto di una relazione cercata e problematicamente maturata con la contingenza americana dell’era Bush jr.





 Libertà[1] è la materializzazione finzionale della conflittualità intrinseca, solo apparentemente irrisolta, dell’America irrimediabilmente wasp che trova nella propria ansia giustificatoria un ciclico necessario big bang. L’identificazione parziale di Franzen con l’alter-ego depressivo di Patty, scarsamente fulgida, ma deliziosa, eccentrica protagonista, veicola l’assunto/domanda a cui restano appese le sorti dei personaggi tutti: quanto le imposizioni e le regole che gestiscono l’esistenza siano spazi di liber-azione e se è mai possibile definirsi e pretendersi liberi, assolti dalla danza allucinata del cerchio comune, funesti ma soddisfatti traditori delle convenzioni e dei legami raffermi, spesso posticci, ma indispensabili, che devastano gli impulsi anarchici degli uomini costruendo barriere preventive di civile sopravvivenza.

L’autore non nasconde un’ispirazione distaccata, ma perenne al respiro della magniloquente narrativa ottocentesca, lanciando uno sguardo furtivo agli “insoluti” dostoevskijani e dispiegando un parco ma decisivo gruppo di “ridicoli” steinbeckiani. La prosa analitica di Franzen dimostra una scientifica anche se non naturalistica manutenzione degli ingranaggi dell’intreccio, e un uso deliberatamente smaccato, ma disarticolante degli stereotipi sociali e psicologici del midwest (non solo) americano: la moglie casalinga dorata, il marito agganciato ai “piani alti”, i mega costosi college per i pargoli iper-dipendenti, le fasulle alleanze di quartiere, lo sfruttamento dei ceti bassi come docile manovalanza e maneggevole capro espiatorio, il riscatto tardivo dei gentili in idrofobe proteste posteriori.

 

Il narratore tenta l’opera omnia, il proprio America Today (to die[2]), riesumando i canoni del romanzo[3] e scomponendo i piani narrativi, non esimendosi da abbondanti geniali sferzate anti moralistiche, riuscendo con evidente astuzia nel ritrarre gli ingredienti primari del calderone occidentale-benestante. Dalle ipocrisie della debole e sostanzialmente vacua “yes we can” way of life, ai rigidi incasellamenti carrieristi di una presunta parità sociale e sessuale; dall’introiezione (inconsapevole) di modelli di pensiero difensivi nei comportamenti individuali, al deragliamento di frivoli sogni di emancipazione mentale. Franzen si libera presto della gravità talare della veste di onniscienza, che si rifugia in terze voci, incapace di erodere sarcasticamente in prima persona le indoli e le vicende dei suoi protagonisti, affidando le sezioni cruciali del romanzo alle confessioni psicoanalitiche autoimposte di una donna di mezza età strizzata nella moderazione del sé. Monumentale bussola del romanzo, Patty Berglund è la summa delle vitali contraddizioni che lo innervano. Moglie dell’ex anticonformista Walter, è una campionessa di basket in ritiro forzato, figlia di una famiglia pro cause perse – impegnata nel sociale e dimentica dei doveri genitoriali –, egocentrica macchina sforna errori, inappuntabile in casa e con i vicini, pessima nei rapporti interpersonali più intimi, creatura inappagata pervasa da uno spirito competitivo che ha la meglio persino sull’affetto per i figli, disperatamente bisognosa della considerazione dell’unico, deviato amore della sua vita, caso clinico ed eroina vittoriosa del cosmo patinato che la nutre.





American way of life


La circonda una pseudo famiglia allargata, fondata sul compromesso e sul debito, i cui componenti sono particelle elementari di un ingranaggio tendente all’autodigestione[4], batteri attecchiti in una zona disagio alla quale sono geneticamente legati: Walter Berglund, nerd generoso e nostalgico reincarnato in uomo di successo, pio e puro, estremamente intelligente, di sani principi ecologici, erede di una stirpe di coloni cronicamente depressi, designato alla devozione totalizzante (e unilaterale), prima verso madre vittima e padre alcolizzato, poi verso Patty, negando a se stesso la propria natura di ripiego migliore, preda delle ambiguità politiche del potere e dell’amore; l’amico rivale eternamente cool, il rockettaro Richard Katz, irresistibile casanova di passaggio da una “pupa” all’altra, fedifrago insieme all’adultera atletica Patty, ma intransigente nelle sue convinzioni sociali, impegnato nella lotta ai signori del mondo e al contempo loro cosciente prodotto, flagello eppur ancella consacrata del consumismo; Joey, figlio prediletto di Patty e osteggiato da Walter, ribelle e indipendente, repubblicano anomalo, presto schiavo arricchito del mercato di appalti a lato della guerra in Iraq.

Decine i personaggi perturbanti dell’affresco di Franzen, ma ciascuno di loro concorre ugualmente a dipingere idiozie, tic, strategie rintracciabili nell’America esportatrice di democrazia e i-pod come nell’istituzione familiare-matrimoniale suo nucleo decomposto. Lo scrittore si balocca come un prestigiatore dai mille occhi con le maschere e le emozioni di una popolazione che si costringe nella morsa raggelante del dubbio e dell’idolatria, dell’abnegazione e del rifiuto, del terrore e della sopraffazione, smarrita tra le vibrazioni invisibili di un dendroica cerulea[5] in volo e la scia lampeggiante di un missile a lunga gittata.

 

 

 

 



[1] Einaudi Editore, Torino 2011, traduzione di Silvia Pareschi, pp. 622, € 22,00.

[2] Creando un anti parallelismo con l’opera filmica stralunata, pop, fluorescente e corrosiva di Gus Van Sant, cantore di un’estetica dell’America moritura, viva come statua di gesso colorato, spezzettata nel suo groviglio di genti e generazioni lasciate allo sbando ideologico ed emotivo.

[3] Franzen è un accorto studioso della perfezione formale, tuttavia non cerca la sperimentazione, gettandosi anzi con indubbio successo nella partita della conservazione della letteratura canonica. Questa si gioca secondo Franzen non più con gli ex nuovi media, ovvero le televisione e i suoi reiterati format copie di copie, bensì con la scrittura flusso di Internet, della quale va combattuta l’apparente spontaneità, la rapidità metamorfica, l’intelligenza adattativa, la vastità  e la plastica genericità. In un’intervista ad “Alias” (supplemento settimanale del quotidiano “Il manifesto”, n. 12 del 26/03/2011) abilmente condotta da Francesca Borelli Franzen afferma che le scritture migliori ora devono confrontarsi oggi con la «radicale auto riflessività della scrittura concepita per la Rete…la stimolazione random e spesso casuale propria della comunicazione via Internet».

[4] V. pp. 488.494, Libertà (v. nota 1). Walter discende da una stirpe di creature simbolo della fondazione americana: nati e cresciuti nella difficoltà di un territorio esperito da migranti, così annebbiati e invasati dal desiderio di libertà da divenire misantropi distruttivi nel momento in cui il loro sogno veniva infranto dalla realtà della vita, nella quale gli uomini tutti da liberi creano paradossalmente sempre nuove gabbie di resistenza per continuare a vivere. Così Walter raggiunta una posizione di rilievo prima in una grande multinazionale poi in una famosa società per la conservazione della natura, si batte in progetti impossibili di preservazione di specie in via di estinzione, pronto al patto ingannevole persino con i magnati del carbone pur di finanziare il suo sogno. Egli rappresenta la tendenza generale degli USA, come di ogni popolo, al mantenimento della propria storica impalcatura civile, al prezzo dell’annientamento di scrupoli, diritti, esseri viventi. Ma rappresenta anche l’uomo medio americano gabbato dagli ardori apparentemente democratici dei suoi leader e ogni volta ricacciato nel fango della consuetudine meschina.

[5] L’uccello rarissimo delle foreste del Midwest che Walter vuole salvare.




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