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di Simona Cigliana
Pizzuto,
Joyce di Sicilia, titolava Franco Cordelli in un suo
intervento pubblicato sul «Corriere della Sera»
a venti anni di distanza da quel
fondamentale “esercizio” con il quale Gianfranco Contini consacrava sullo
stesso quotidiano la grandezza, fuori canone e fuori formato, dello scrittore palermitano. Di
Pizzuto, si era cominciato a parlare nel 1959, dopo la pubblicazione di Signorina Rosina, edito nella «Collana
Narratori» della Lerici per volontà di Mario Luzi e di Romano Bilenchi. Allora,
insigni critici (da Eugenio Montale a Giorgio Caproni, da Luigi Baldacci a
Carlo Bo) si erano premurati di segnalare quel singolare caso letterario: l'esordio
di uno scrittore sessantaseienne, che proveniva da una carriera burocratica nella
Polizia di Stato, terminata pochi anni prima della pensione con il grado di
vice presidente della Interpol. Ritiratosi
a vita privata, l'ex commissario Antonio Pizzuto aveva finalmente iniziato a
coltivare a tempo pieno la sua segreta aspirazione, alla quale ben poco si era potuto
dedicare fino a quel momento. E aveva cominciato a scrivere, rivelandosi un
vero, un compiuto scrittore. E che scrittore: erudito, multilingue (in passato,
tra le altre cose, era stato traduttore di Kant), impervio, sperimentale – forse,
si pensa oggi, il prosatore più sperimentale del Novecento –, e convinto
fautore di una radicale riforma della narrativa meditata fin dalla giovinezza e
da allora perseguita con puntiglio istruttorio nei pochi momenti lasciati
liberi dalla professione di inquirente.
La carriera di Pizzuto
come autore sarebbe stata però meno fortunata di quella nella Polizia: allo
scrittore, che continuerà strenuamente ad attendere al suo vero lavoro sino alle soglie della morte, arriderà solo quel
successo, parco ed elitario, che viene tributato agli scrittori difficili,
troppo impegnativi e “abissali”, che non si concedono ad una lettura frettolosa
e superficiale. Giustamente, uno dei
suoi più fedeli estimatori, Gualberto Alvino, parlava, qualche anno fa, dei
«leggendarî inediti pizzutiani dell’ultima
ora», quelli in cui le «tensioni onomaturgiche» della scrittura producono un
oggetto linguistico «sempre meno confinabile nell’ambito angusto della
definizione univoca e perentoria, vettore di una evasività semantica e di una
ambiguità metaforica senza precedenti nella storia della nostra lingua
letteraria».
Ad una di queste opere
innovatrici, semidimenticata ma tra le più ponderose dal punto di vista
filosofico e tra le più sconcertanti sul piano linguistico, è dedicata l’ultima
fatica di Alvino, uno studio che presenta la riedizione complessiva, critica e
commentata delle Pagelle (Firenze,
Edizioni Polistampa 2010, con il patrocinio della Fondazione Antonio Pizzuto).
Le Pagelle, che rappresentano un momento capitale dell’evoluzione
stilistica di Pizzuto, «furono pubblicate in due volumi di venti componimenti
ciascuno (Pagelle I e Pagelle II) dal Saggiatore di Alberto
Mondadori rispettivamente nel 1973 e nel 1975»
e furono salutate dalla critica con un silenzio siderale. Vero è che la stampa,
licenziata ma non sorvegliata dall’Autore, era talmente sciatta da presentare
un testo a tratti pressoché indecifrabile. Ma il punto, in realtà, stava ancora
una volta nella complessità del dettato e del soggiacente pensiero di Pizzuto,
che Contini paragonava a Gadda, giudicandolo uno scrittore traumaticamente perfetto, catafratto in una maturità stilistica
che, con la scrittura, non ingaggia sfide che non siano radicali. Al lettore,
al critico, e tanto più al commentatore, non resta che scendere sullo stesso
terreno, che non consente sviste né
distrazioni, ed esige invece una immersione totale, assoluta: una abnegazione
da alchimisti e una attitudine da palombari. Una attenzione e un impegno,
insomma, che pochi sono disposti a
concedere. Va detto però che i rari adepti
di Pizzuto sono ricompensati ad usura dalla ricchezza che si dispiega dalle sue
smilze paginette, la cui “spiegazione” richiede lunghe distillazioni. A
proposito di Pizzuto, infatti, non è fuori di luogo il rimando all’alchimia. Solve et coagula e viceversa: più che
mai, nel suo caso, si tratta di sciogliere e ricondurre a contenuto
interpretabile ciò che egli, con paziente intuizione, ha decantato e rappreso in concrezione
linguistica, in enigmatico neologismo, in amletica anfibologia.
Ed ecco dunque l’importanza di un filologo ispirato, di un’opera che disveli l’opera. Oggi, Alvino ci consegna 344 pagine
di meditazione su quaranta Pagelle:
un apparato critico puntuale e illuminante, frutto di una collazione, soprattutto
intellettuale, dei manoscritti e delle versioni pubblicate, completo di un Glossario ed equipaggiato dalla
rendicontazione minuziosa delle varianti, essenziali a comprendere il senso
recondito di quella trama di rimandi e rivelazioni
di cui sono intessuti i testi di
Pizzuto, veri puzzle mentali, anarchici e spiazzanti. L’ossessione correttoria, la raffinazione
maniacale della forma non sono in Pizzuto procedimenti occasionali o accessori:
fanno bensì parte, come spiega il curatore, di «un sistema di interazioni e
gemmazioni esponenziali», atto a
produrre la «accensione fulminea, poco meno che mistica» dell’intuizione, e a generare
«epifanie che si ripercuotono a domino sull’intero movimento correttorio dirottandone
il corso, come le increspature che si
formano in un campo elettrico quando la carica si muove all’improvviso».
Gualberto Alvino è noto
da tempo per la completezza, l’accuratezza e la perspicuità dei suoi studi pizzutiani,
che proseguono, con immutata dedizione e, verrebbe da dire, con immutato amore,
attraverso i decenni. Ma è forse giunto
il momento di sottolineare che il suo lavoro, apparentemente ingrato, di
infaticabile chiosatore, di accanito filologo, di scrupoloso auscultatore, è
riscaldato da una empatia e da una passione ermeneutica che travalicano il piano dello studio accademico e che si
accrescono con gli anni. Gualvino insegue la poesia nelle pieghe del ductus
pizzutiano, e non nasconde l’ammirazione per il suo oggetto di studio, nella
consapevolezza che «scrivere è per Pizzuto non una sospensione d'esistenza, né pausa
o nido scavato a forza nella vita, ma l’unica possibilità di vivere in
autenticità e plenaria coscienza, [...] attraverso il supplizio dei
ripensamenti, [...] sotto il segno della più sfibrante fatica fisica, mai scansata
con artifici e scorciatoie che pure non sarebbero mancati a un ingegno di
quell’altezza, sì pervicacemente cercata quale unico varco per giungere al
cuore delle cose». L’unica
prospettiva, crediamo con Alvino, per cui valga la pena scrivere.
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