LETTURE
ALESSANDRO TICOZZI
      

Diario di un cinemaniaco di provincia

 

Fermenti Editrice, Roma 2010, pp. 99, € 12,00

    

      


di Sarah Panatta

 

 

Affondare nel “pantano” affrontando il viaggio decisivo, incontrare maschere deformate di una dolce vita malata, compiere turpi quanto affascinanti rituali di passaggio, attraverso le età del proprio sé e i tempi del proprio spazio sociale. Il “cinemaniaco” praticante Alessandro Ticozzi, in trasferta dal Veneto natale alla Capitale spietata, rievoca con fervore le sue esperienze di laureando al Dams, aspirante artista nel territorio impervio e minaccioso del cinema.

 

Diario di un cinemaniaco di provincia  è un romanzo breve in soggettiva, un documento viscerale e prorompente, la cui natura oscilla continuamente tra sogno lucido e onirica autobiografia. Una cronaca in cui vita e rimembranze filmiche e letterarie si sovrappongono  di continuo, pervase da un tono ludico-denigratorio che registra con minuziosa eppur lieve sfrontatezza la miseria, le frustrazioni, i paradossi alienanti della quotidianità dei giovani che tentano una qualsiasi realizzazione nell’Italia delle marchette, dei compromessi e delle eterne conflittualità intestine.

 

Con genuina e trascinante, perfino rabbiosa volontà, Ticozzi analizza sarcastico e divertito il tragi-comico microcosmo dell’università e i sottosistemi-satellite orbitanti intorno al seducente ambiente dello spettacolo. Ecosistema nutrito da una catena alimentare in cui sono, spesso inconsapevolmente, inanellati sia gli studenti ingenui e naif sia quelli scaltri e maliziosamente pronti a qualsiasi condizione e posizione; ragazz(in)e milleusi che si svendono in tuguri di periferia per arrotondare e pagare l’affitto; correnti contrapposte di cine-ossessivi, cine-delusi, cine-saccenti, brigate di rivoluzionari incalliti e di politicanti alle prime risse; professori paterni e assistenti insofferenti; veterani dei corridoi che impazziscono nell’oblio polveroso del dietro le quinte accademico; professioniste/i del piacere fisico e del voyeurismo, intramontabili riempitivi del vuoto esistenziale della provincia come della città.

 

Intrecciando le vicende del protagonista alter ego con quelle della miriade di personaggi nevrotici ed esilaranti che transitano nel “diario”, Ticozzi innesca un solido anche se spontaneo meccanismo di sconcertanti rivelazioni e dissoluzioni, costruendo e frantumando simultaneamente realtà e illusione – sin dall’incipit-gag della quasi fantozziana premiazione degli Oscar –, in inquadrature singole unite da una rete di flashback che significano e destabilizzano con ilare cinismo il racconto. L’etica e la scienza del “cinemaniaco” sono il sostentamento e la soluzione resistenziale del disincantato protagonista, desideroso di denudare, divorare e riplasmare per mezzo dell’arte e di una sudata consapevolezza le mitologie trite, i comportamenti irrigiditi, le menti intorpidite e quelle prematuramente avvizzite del mondo che lo attira melmoso nella sua farsa.

Infilandosi tra le coperte di una maliarda ventenne in odore di tv, scattandole spavaldamente fotografie alla stregua di Gian Maria Volonté in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto; dando fuoco alla lite con rissose amazzoni addentrate nei segreti del cinema africano indipendente; tenendosi rigorosamente al di fuori delle agitazioni politiche, salvo qualche azzuffata e ubriacatura con i compagni dell’ateneo; vacillando alle intersezioni surreali di molteplici crocevia del destino, il protagonista, astuto e impavido fantasma funzionale del Ticozzi narratore, si infiltra tra le pieghe del grottesco umano, sempre sottolineando il silenzioso marcire di stereotipi culturali e sociali che devono mutare.

 

Nel dilagante sconcerto, lo humour sembra però cedere il passo al sentimentalismo e alla speranza nell’ultima immagine, margine poetico forse necessario del “diario”, nella quale una dolce presenza femminile – sullo sfondo esotico di un’isola la cui beatitudine precaria ricorda vagamente l’epilogo amaro e struggente del Carlito’s way di Brian De Palma – guida il giovane a riconoscere l’essenza ingannevole della vita.

 

 




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