| |
di Sarah Panatta
Affondare
nel “pantano” affrontando il viaggio decisivo, incontrare maschere deformate di
una dolce vita malata, compiere turpi quanto affascinanti rituali di passaggio,
attraverso le età del proprio sé e i tempi del proprio spazio sociale. Il
“cinemaniaco” praticante Alessandro Ticozzi, in trasferta dal Veneto natale alla
Capitale spietata, rievoca con fervore le sue esperienze di laureando al Dams,
aspirante artista nel territorio impervio e minaccioso del cinema.
Diario di un cinemaniaco di provincia è un romanzo breve in soggettiva, un
documento viscerale e prorompente, la cui natura oscilla continuamente tra
sogno lucido e onirica autobiografia. Una cronaca in cui vita e rimembranze
filmiche e letterarie si sovrappongono
di continuo, pervase da un tono ludico-denigratorio che registra con
minuziosa eppur lieve sfrontatezza la miseria, le frustrazioni, i paradossi
alienanti della quotidianità dei giovani che tentano una qualsiasi
realizzazione nell’Italia delle marchette, dei compromessi e delle eterne
conflittualità intestine.
Con
genuina e trascinante, perfino rabbiosa volontà, Ticozzi analizza sarcastico e
divertito il tragi-comico microcosmo dell’università e i sottosistemi-satellite
orbitanti intorno al seducente ambiente dello spettacolo. Ecosistema nutrito da
una catena alimentare in cui sono, spesso inconsapevolmente, inanellati sia gli
studenti ingenui e naif sia quelli scaltri e maliziosamente pronti a qualsiasi
condizione e posizione; ragazz(in)e milleusi che si svendono in tuguri di
periferia per arrotondare e pagare l’affitto; correnti contrapposte di
cine-ossessivi, cine-delusi, cine-saccenti, brigate di rivoluzionari incalliti
e di politicanti alle prime risse; professori paterni e assistenti
insofferenti; veterani dei corridoi che impazziscono nell’oblio polveroso del
dietro le quinte accademico; professioniste/i del piacere fisico e del voyeurismo,
intramontabili riempitivi del vuoto esistenziale della provincia come della
città.
Intrecciando
le vicende del protagonista alter ego con quelle della miriade di personaggi nevrotici
ed esilaranti che transitano nel “diario”, Ticozzi innesca un solido anche se
spontaneo meccanismo di sconcertanti rivelazioni e dissoluzioni, costruendo e
frantumando simultaneamente realtà e illusione – sin dall’incipit-gag della
quasi fantozziana premiazione degli Oscar –, in inquadrature singole unite da
una rete di flashback che significano e destabilizzano con ilare cinismo il
racconto. L’etica e la scienza del “cinemaniaco” sono il sostentamento e la
soluzione resistenziale del disincantato protagonista, desideroso di denudare,
divorare e riplasmare per mezzo dell’arte e di una sudata consapevolezza le
mitologie trite, i comportamenti irrigiditi, le menti intorpidite e quelle
prematuramente avvizzite del mondo che lo attira melmoso nella sua farsa.
Infilandosi
tra le coperte di una maliarda ventenne in odore di tv, scattandole
spavaldamente fotografie alla stregua di Gian Maria Volonté in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni
sospetto; dando fuoco alla lite con rissose amazzoni addentrate nei segreti
del cinema africano indipendente; tenendosi rigorosamente al di fuori delle
agitazioni politiche, salvo qualche azzuffata e ubriacatura con i compagni
dell’ateneo; vacillando alle intersezioni surreali di molteplici crocevia del
destino, il protagonista, astuto e impavido fantasma funzionale del Ticozzi
narratore, si infiltra tra le pieghe del grottesco umano, sempre sottolineando
il silenzioso marcire di stereotipi culturali e sociali che devono mutare.
Nel
dilagante sconcerto, lo humour sembra però cedere il passo al sentimentalismo e
alla speranza nell’ultima immagine, margine poetico forse necessario del
“diario”, nella quale una dolce presenza femminile – sullo sfondo esotico di
un’isola la cui beatitudine precaria ricorda vagamente l’epilogo amaro e
struggente del Carlito’s way di Brian
De Palma – guida il giovane a riconoscere l’essenza ingannevole della vita.
Scarica in formato pdf
|
|