LETTURE
MASSIMO ONOFRI
      

Il secolo plurale. Profilo di storia letteraria novecentesca

 

Roma, Avagliano 2010, pp. 312, € 16,00

    

      


di Gualberto Alvino

 

Dimenticare Onofri

 

 

L’infaticabile, fecondissimo, multanime Onofri (docente universitario, critico militante, consulente editoriale, presidente di giurie, editorialista, opinionista, conduttore radiofonico, prefatore di chiunque, saggista e sa Iddio cos’altro) stavolta s’è impicciato in una faccenda più grande di lui. Eccolo, in veste nientemeno che di storico della letteratura, ammannire agli studenti delle scuole, che di guai ne han già da vendere, un compendio del Novecento letterario (a p. 17 sbadatamente definito «antologia»): genere che richiede, si sa, doti e qualità raffinatissime, di cui il Nostro è notoriamente poco o punto provvisto: equanimità, talento critico, capacità di sintesi, nitore espositivo, gusto estetico, grande competenza comparativistica, spiccato senso storico, sterminata cultura linguistico-filologica, impeccabile rigore grammaticale, originalità q. b., e soprattutto misura. Decisamente troppo per uno studioso sui generis come Onofri, il cui unico scopo è sempre stato emergere, segnalarsi in ogni modo, anche a costo di professare inaudite eresie; come quelle di che farcì un penoso libello del ’95, Ingrati maestri (che pur gli valse per circa un quarto d’ora gli onori delle cronache e fors’anche – c’è da stupirsene? – la cattedra), nel quale auspicava, fra cento ineffabili delizie, un ritorno alla visione estetica di don Benedetto [sic] e sosteneva appassionatamente la necessità improcrastinabile di Dimenticare Contini radiandolo senza pietà dal canone della critica letteraria novecentesca. E in effetti questo Secolo plurale si pone sostanzialmente come una contro-Letteratura dell’Italia unita (benché l’Autore, per risparmiarsi la fatica, passi continuamente la parola a quel grande, sicché, senza i virgolettati, il volume si sgonfierebbe come un palloncino: evidentemente epurare il critico domese è davvero ardua impresa).

           

L’intentio variandi è lapalissiana. Contini cita di volo il De Roberto dei Viceré confinandolo –  opportunamente – nell’àmbito del naturalismo catanese? Onofri non solo non si pèrita di situarlo alle origini della modernità novecentesca inzeppandolo a forza tra Pascoli e D’Annunzio a costituire la «triade decadente», ma cava dal cilindro una categoria nuova fiammante fatta apposta per lui, quella di (formidabile contradictio in terminis) «espressionismo di cose», da contrapporsi all’«espressionismo di parole» di cui sarebbe principe, vedicaso, uno degli auctores continiani, Giovanni Faldella. Contini lascia fuori Vitaliano Brancati e una scrivente grigia, notarile, insoffribilmente monocorde quale Natalia Ginzburg? Onofri li incensa e glorifica ambedue come mai nessuno prima. Contini definisce senza mezzi termini Antonio Pizzuto «lo scrittore più importante comparso dopo Gadda», collocandolo all’apice del Novecento? Onofri si guarda persino dal nominarlo, anche là dove buon senso e rigore intellettuale consiglierebbero l’inverso; e via differenziando.

 

Quanto al merito, non finiremmo più di rilevare stravaganze concettuali, pecche d’impostazione, carenze strutturali. Si pensi solo che i nove decimi dell’opera sono dedicati ai primi sessant’anni del secolo, quasiché il resto giacesse ancora sub iudice. Che lo sperimentalismo neoavanguardistico degli anni Sessanta, una delle stagioni incontestabilmente più vivaci della nostra recente letteratura, viene liquidato in pochi sussiegosi cenni: non più di mezzo rigo per Nanni Balestrini, zero per Antonio Porta. Che secondo Onofri autentico scrittore è unicamente chi dispensa «verità insuperate sulla vita e sulla morte» (e non, come credevamo di sapere, l’insinuatore del dubbio), donde una filza d’esclusioni – e inclusioni – assolutamente ingiustificate. Che il verso di Umberto Saba, uno dei poeti più naturalmente canori del Novecento, viene considerato «senza musica e senza accenti», ed Ernesto, romanzo dell’iniziazione omoerotica per antonomasia, «non privo di implicazioni omosessuali». Che Petrolio, brogliaccio non meno ingenuo che illeggibile, cui può annettersi al massimo un valore documentario, è definito il libro «più atroce e grande» di Pier Paolo Pasolini. Che Carlo Cassola sarebbe un autore «imprescindibile» perché «la sua forza sta, per dirla con Bassani, in quella “riduzione ad minimum che rendeva tanto inattuale e attuale la pittura di Morandi”» (ciò che varrebbe per ogni scrittore mediocre). Che manca un capitolo sulla critica letteraria («avrei voluto inserirlo – si giustifica candidamente Onofri in un’intervista –, ma le disposizioni ministeriali relative al peso dei libri scolastici mi hanno costretto a sacrificarlo»: il che non gli ha tuttavia impedito di riservare uno spazio spropositato al Borgese narratore, a Guido Piovene, a Mario Soldati, a Ignazio Silone, al pensiero di Carlo Michelstaedter – il quale costituirebbe addirittura «l’antitesi più radicale a Croce e a tutto l’idealismo» –, e a includere narratori senza carne come Antonio Debenedetti e Franco Cordelli, nonché filosofi certamente di vaglia ma non precisamente essenziali nell’economia d’un profilo storico quali Ernesto Buonaiuti, Piero Martinetti, Giuseppe Rensi e Adelchi Baratono). Si pensi, infine, che non esiste un indice dei nomi e, soprattutto, un repertorio bibliografico – strumenti indispensabili allo scolaro come a qualunque lettore –, e si avrà il diagramma esatto dello scempio.

           

Ma quel che lascia stupefatti oltre ogni dire è l’indescrivibile trasandatezza del prodotto. La scrittura di Onofri, come quella degli studenti a cui si rivolge, conosce esclusivamente il punto e la virgola (non una lineetta, numeratissimi e mal collocati i punti e virgola); i due punti, ben rari, svolgono in realtà mansioni virgolari («di cui non è giusto nemmeno lamentare la cattiveria: se tutti gli uomini sono cattivi, se la malvagità è un dato di natura non criminalizzabile, mentre la bontà non può non apparire ridicola.», «Prendiamo il tema delle tentazioni della carne: quello che avrebbe condotto all’estetismo», «lo squallore degli ospedali: con un corredo di simboli che rimandano […]»); la virgola è trattata alla stregua d’un optional («ogni forma di mimetismo realistico, il sogno la verità, l’invenzione linguistica ogni pratica della lingua», «dai crepuscolari ai futuristi, ai frammentisti agli ermetici», «Palazzeschi Gozzano e Moretti, Marinetti Saba, Michelstaedter e Pirandello»). E poi: errori di concordanza («un altro testo decisivo per la nascita d’una koinè ermetica, La barca di Luzi, era apparsa nel 1935») e nell’uso del congiuntivo («È noto che siano usciti», «aveva osservato che questo grande autore fosse divenuto»), che avevamo già rilevato nella recensione a Ingrati maestri, uscita nel 1995 in «Philo<:>logica», la rivista di Marzio Pieri; arcaismi morfologici («instantanei», «instituire», «instituzione») e lessicali («venturoso»), del tutto fuori luogo in una compagine linguistica per lo più all’insegna della sciattezza e dell’improvvisazione; orrori ortografici in quantità industriale («un altrettanto decisa», «un’orizzonte», «un’ideale», «aldiqua» [= aldiquà], «predilegendo») e perfino casi di ridondanza pronominale («di quella religione ne è la più completa e compiuta dissacrazione»), sapidi nel parlato e nello scritto informale ma semplicemente inconcepibili in un testo destinato alle scuole. Tàcciasi dei sintagmi che sarebbe eccesso di clemenza definire esilaranti («a contrasto del» per ‘a differenza di’, «ricognizione conoscitiva»: anche il più infingardo degli scolari sa bene che il sostantivo proviene dal latino cognoscere come l’aggettivo) e dei numerosissimi refusi (a una lettura tutt’altro che lenticolare ne abbiam contati decine e decine), talora annidati nello stesso rigo («L’esperienza del “La Voce” e delle generazione»). Ma se «in questo pagine», «Pleiaidi», «Palezzeschi», «Accatone», «contandina», «ottocentesci», «effeti», «endecasillibi», «marinettiamo», «elementarietà», «aggiungre», «perfettemante», oltre a campana, campanile, Cesare Loporini, sono agevolmente risarcibili anche dal suddetto infingardo, che dire di «dermetica» per ‘ermetica’, «appere» per ‘appare’, «aventi» per ‘eventi’, «intraccia» per ‘intreccia’, «fermazza» per ‘fermezza’, «idoma» per ‘idioma’, «requisitaria» per ‘requisitoria’, «Cansolo» per ‘Consolo’ (Vincenzo), e dei molti luoghi resi indecifrabili da omissioni o altro, tipo: «Nel cattolicesimo di Soldati c’è una buona dose di razionalismo che gli consente contro la giustizia-ingiustizia di Dio» o «A scapito di tutto ciò, Cassola resiste, quello che ha incontrato, dentro un Novecento magro ed essenziale, Fenoglio e Bilenchi» o ancora «a differenza delle Ginzburg», che potrebbe indurre quell’infingardo a credere nell’esistenza di più autrici di tal nome?




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