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di Gualberto Alvino
Che il
maggior critico-filologo del nostro Novecento fosse non pure sensibile al
richiamo d’Euterpe ma – parola di Gadda – letteralmente «intriso nel peccato»
della poesia è noto al grande pubblico fin dal 1989, quando, in un citatissimo
dialogo con Ludovica Ripa di Meana, egli stesso rivelò per la prima volta e col
consueto ritegno l’antico, persistente ribollire della sua terza vena,
costantemente fomentata – in pressoché totale clandestinità – al pari delle
altre: «Posso confessarle che mi ritengo non-poeta all’anagrafe, soltanto per
pigrizia. Io non mi sono mai applicato a scrivere poesie per esercizio, sennò
in fondo potevo essere uno come tanti altri; non il migliore del tempo, ma non
dei peggiori. Non tutto è stato pubblicato, naturalmente, e non saprei dir bene
perché a un certo momento ho licenziato delle poesie […]. Ma ne ho altre… ho seguitato
a scriverne».
Come non salutare,
dunque, con curiosità ed entusiasmo il pur magro mannello di testi – Poesie, Torino, Aragno, 2010, pp. 111, € 12,00 – che Pietro Montorfani aduna in questo elegante volumetto, per
giunta illeggiadrito da immagini inedite e rare? Si tratta di cinque poesie
apparse nel 1939 (ma composte a decorrere dal ’36) su Prospettive, la rivista di Malaparte, che valsero a Contini l’immediato
apprezzamento di più d’un letterato, primi Montale e il Gran Lombardo; una in Almanacco letterario 1944 della «Collana
di Lugano»; una in «Belle lettere» (1946); due epistole in versi premesse rispettivamente
alla prima silloge di Giorgio Orelli Né
bianco né viola. Versi del 1939-1943 (1944) e alle Maschere del pittore veronese Guido Gonzato (1950), opportunamente raccolte
in appendice. Un corpus di soli nove
pezzi: davvero un «paululo patrimonio», come direbbe il Domese, coprente un arco
d’appena tre lustri; ma si rabbrividisce al pensiero che sarebbero stati dieci,
forse venti volte tanto se il curatore non avesse escluso una poesia allegata ad
una lettera a Montale del 22 marzo 1934 (d’altronde già pubblicata nel
carteggio Contini-Montale curato per Adelphi da Dante Isella nel 1997) in
quanto «roba d’uso strettamente privato» (Contini), e se gli eredi di quel
grande – umanisti, peraltro, di prim’ordine – tenessero in nessunissimo conto,
come si deve, «l’espressa volontà» dell’autore (forse che, per limitarci a due
casi esemplari, Kafka non dispose, fortunatamente invano, la distruzione di
tutto il suo inedito, e Pizzuto delle opere composte prima di Signorina Rosina?).
Altrettanto acuto
che filologicamente agguerrito, Montorfani sottopone i versi continiani –retoricamente
e fonosimbolicamente lavoratissimi, oltreché, ça va sans dire,
estremamente ardui dal rispetto tematico – ad analisi formali esaurienti e rigorose,
con esiti spesso straordinarî, benché spenda uno zelo eccessivo nella ricerca
di fonti influssi modelli (giungendo, tra l’altro, a incomodare nientemeno che
Dante per una voce innocente e attestatissima quale adunare, nonché a ravvisare una memoria intertestuale interna financo
in una tronca), quando è evidente che ci troviamo al cospetto di testi non solo
caratterizzati da indiscutibile originalità (il presunto montalismo è presente
in dosi – data la temperie – non più che fisiologiche, e indubbiamente di gran
lunga minori che in altri poeti), ma nettamente staccati dalla media dell’epoca.
Versi asciutti, essenziali, radicalmente sliricizzati sia grazie alla messa al
bando dell’io (surrogato da una seconda o terza persona sobria, disincantata, a
tratti sprezzante), sia dalla pronuncia tra narrante e argomentativa, sia
soprattutto dalla struttura ritmico-prosodica – screziata di jazzistiche sincopature
e abrupti accessi atonali –, che il verso lungo ad ictus irregolari e le marcate
inarcature contribuiscono a rendere semplicemente inaudita: «Ecco, si smemora,
per esempio, / il suo sopore non è incrinato dai desiderî, / l’invidiabile Filo
a piombo, che modesto vede avvenire / alla sua sinistra quelle albe, alla sua
destra quei tramonti, / e affacciato tutto il tempo ai terrazzi dell’altopiano,
/ ha il Centro ai proprî piedi. S’invertono, ai talloni gli alitano, / come
sotto gli odiosi picchi i falchi, / le brezze del Paese, glieli impennano. E,
quotidiana / anima (inerzia!) non sente bisogno di adorare»; «tale entra fino
in te il sonno, cercatore affannoso che volgi / anima e cervice senza riposo
per le strade della città, / e ti pare a tratti incarnarsi l’archetipo e poi è
risucchiato, / e un po’ ti doma (gli occhi), vegliatore perpetuo… // (Ma leva
la serranda delle chiuse, / la valanga comincia). Ti trapungono / le torri
diurne, che non lasciavano la terra / positiva, sazie nel bagno d’ocra, / ficcate
come funghi nella palma / del patrono. Una voglia / le gonfiava improvvisa, e
fermentavano / lungamente sulla pianura, / goffamente ondulando; finché giunse
/ l’alzabandiera, e fu liberata la città / di muro e di giardino, squillò il
mattone, / squillò la Montagnola sulla torre/ di Maratona. / Un volo di colombi
finalmente: si stacca dall’Emilia».
Ha ben
ragione Montorfani quando afferma che «rileggere Contini critico, in tutte le
sue molteplici sfaccettature, dopo aver preso coscienza del suo essere stato
poeta, sarà quasi come leggere qualcosa di nuovo».
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Gianfranco Contini in un ritratto del pittore ferrarese Filippo De Pisis
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