LUOGO COMUNE
GIANFRANCO CONTINI
Le poesie
di un “non-poeta all’anagrafe”


      
Pietro Montorfani ha curato, per l’editore Aragno, la pubblicazione di un volumetto contenente nove testi in versi, licenziati negli anni ’30-’40 dal maggiore critico-filologo del nostro Novecento. Che ha coltivato per tutta la vita il ‘vizio poetico’ in pressoché totale clandestinità. Lasciando perdere riferimenti eccessivi o un po’ banali (da Dante a Montale), le composizioni del grande Domese sono asciutte, essenziali, radicalmente sliricizzate, di intonazione tra narrante e argomentativa e caratterizzate da una indubbia originalità.
      



      

di Gualberto Alvino

 

 

Che il maggior critico-filologo del nostro Novecento fosse non pure sensibile al richiamo d’Euterpe ma – parola di Gadda – letteralmente «intriso nel peccato» della poesia è noto al grande pubblico fin dal 1989, quando, in un citatissimo dialogo con Ludovica Ripa di Meana, egli stesso rivelò per la prima volta e col consueto ritegno l’antico, persistente ribollire della sua terza vena, costantemente fomentata – in pressoché totale clandestinità – al pari delle altre: «Posso confessarle che mi ritengo non-poeta all’anagrafe, soltanto per pigrizia. Io non mi sono mai applicato a scrivere poesie per esercizio, sennò in fondo potevo essere uno come tanti altri; non il migliore del tempo, ma non dei peggiori. Non tutto è stato pubblicato, naturalmente, e non saprei dir bene perché a un certo momento ho licenziato delle poesie […]. Ma ne ho altre… ho seguitato a scriverne».





Come non salutare, dunque, con curiosità ed entusiasmo il pur magro mannello di testi –  Poesie, Torino, Aragno, 2010, pp. 111, 12,00 – che Pietro Montorfani aduna in questo elegante volumetto, per giunta illeggiadrito da immagini inedite e rare? Si tratta di cinque poesie apparse nel 1939 (ma composte a decorrere dal ’36) su Prospettive, la rivista di Malaparte, che valsero a Contini l’immediato apprezzamento di più d’un letterato, primi Montale e il Gran Lombardo; una in Almanacco letterario 1944 della «Collana di Lugano»; una in «Belle lettere» (1946); due epistole in versi premesse rispettivamente alla prima silloge di Giorgio Orelli Né bianco né viola. Versi del 1939-1943 (1944) e alle Maschere del pittore veronese Guido Gonzato (1950), opportunamente raccolte in appendice. Un corpus di soli nove pezzi: davvero un «paululo patrimonio», come direbbe il Domese, coprente un arco d’appena tre lustri; ma si rabbrividisce al pensiero che sarebbero stati dieci, forse venti volte tanto se il curatore non avesse escluso una poesia allegata ad una lettera a Montale del 22 marzo 1934 (d’altronde già pubblicata nel carteggio Contini-Montale curato per Adelphi da Dante Isella nel 1997) in quanto «roba d’uso strettamente privato» (Contini), e se gli eredi di quel grande – umanisti, peraltro, di prim’ordine – tenessero in nessunissimo conto, come si deve, «l’espressa volontà» dell’autore (forse che, per limitarci a due casi esemplari, Kafka non dispose, fortunatamente invano, la distruzione di tutto il suo inedito, e Pizzuto delle opere composte prima di Signorina Rosina?).

    

Altrettanto acuto che filologicamente agguerrito, Montorfani sottopone i versi continiani –retoricamente e fonosimbolicamente lavoratissimi, oltreché, ça va sans dire, estremamente ardui dal rispetto tematico – ad analisi formali esaurienti e rigorose, con esiti spesso straordinarî, benché spenda uno zelo eccessivo nella ricerca di fonti influssi modelli (giungendo, tra l’altro, a incomodare nientemeno che Dante per una voce innocente e attestatissima quale adunare, nonché a ravvisare una memoria intertestuale interna financo in una tronca), quando è evidente che ci troviamo al cospetto di testi non solo caratterizzati da indiscutibile originalità (il presunto montalismo è presente in dosi – data la temperie – non più che fisiologiche, e indubbiamente di gran lunga minori che in altri poeti), ma nettamente staccati dalla media dell’epoca. Versi asciutti, essenziali, radicalmente sliricizzati sia grazie alla messa al bando dell’io (surrogato da una seconda o terza persona sobria, disincantata, a tratti sprezzante), sia dalla pronuncia tra narrante e argomentativa, sia soprattutto dalla struttura ritmico-prosodica – screziata di jazzistiche sincopature e abrupti accessi atonali –, che il verso lungo ad ictus irregolari e le marcate inarcature contribuiscono a rendere semplicemente inaudita: «Ecco, si smemora, per esempio, / il suo sopore non è incrinato dai desiderî, / l’invidiabile Filo a piombo, che modesto vede avvenire / alla sua sinistra quelle albe, alla sua destra quei tramonti, / e affacciato tutto il tempo ai terrazzi dell’altopiano, / ha il Centro ai proprî piedi. S’invertono, ai talloni gli alitano, / come sotto gli odiosi picchi i falchi, / le brezze del Paese, glieli impennano. E, quotidiana / anima (inerzia!) non sente bisogno di adorare»; «tale entra fino in te il sonno, cercatore affannoso che volgi / anima e cervice senza riposo per le strade della città, / e ti pare a tratti incarnarsi l’archetipo e poi è risucchiato, / e un po’ ti doma (gli occhi), vegliatore perpetuo… // (Ma leva la serranda delle chiuse, / la valanga comincia). Ti trapungono / le torri diurne, che non lasciavano la terra / positiva, sazie nel bagno d’ocra, / ficcate come funghi nella palma / del patrono. Una voglia / le gonfiava improvvisa, e fermentavano / lungamente sulla pianura, / goffamente ondulando; finché giunse / l’alzabandiera, e fu liberata la città / di muro e di giardino, squillò il mattone, / squillò la Montagnola sulla torre/ di Maratona. / Un volo di colombi finalmente: si stacca dall’Emilia».

 

Ha ben ragione Montorfani quando afferma che «rileggere Contini critico, in tutte le sue molteplici sfaccettature, dopo aver preso coscienza del suo essere stato poeta, sarà quasi come leggere qualcosa di nuovo».




Gianfranco Contini in un ritratto del pittore ferrarese Filippo De Pisis



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