LE VIE DEL RACCONTO
BRUNO CONTE (2)
 


La casa povera del ricco

 

L’ideale di abitazione del super ricco, dopo i palazzi storici, dopo le ville prestigiose, è una capanna. Si potrebbe situare su un’altura, in un territorio quasi disabitato. La capanna, ovvero una contenuta robusta costruzione piramidale, con travature di dura quercia e tetto sicuramente impermeabile coperto da tegole di ardesia, ha il pavimento della roccia stessa su cui posa, una pietra grigia levigata. Al centro del pavimento un focolare. L’acqua scorre da una parte, formando una pozza, provenendo dal ruscello di una vicina sorgente poco più elevata. I vetri delle basse finestre sono di un torbido alabastro. Non ci sono mobili. Il letto è un alveo di legno con una grezza coperta. Una ciotola, una pila, una grata da fuoco, qualche altra cosa, tutti oggetti essenziali primitivi. Il gabinetto è fuori, un minimo riparo che si affaccia su un burrone.

Quindi eccolo il super ricco, finalmente felice, senza orpelli, senza pareti, senza quadri impressionisti. L’impressione, se si vuole, è appena fuori, in un contorto pino nano che si erge quasi sempre nella nebbia.

Ma un povero non sarebbe felice in questa dimora. Il ricco è felice, prende calore da se stesso in quanto alonato da quello che ha. Per quanto annoiato, nauseato dai possedimenti nella loro presenza ingombrante e complicata, questi tuttavia, in un addensamento sottinteso, arginano il suo semplice riparo. Come se colui dicesse, parlando di nascosto o inconsapevole attraverso la sua cieca nuca: sto qui per dispetto, ma mi basterebbe muovere un dito e questo bricco potrebbe essere in argento sbalzato, come nuovo dagli scavi di Pompei, e in quel quadrato di spazio tra i travi potrebbe stare appeso l’autoritratto di Van Gogh con l’orecchio tagliato. È l’eco di questa sostanza, repressa e subdolamente stringente, possessione del possesso, che fa amare la povertà. Ogni aspetto della vita dimessa e severa avendo alle spalle un contropeso di pienezza materiale, ovvero di potere, perché questo materiale, andandolo a comprendere nelle sue forme, non ha valore in sé ma rappresenta il potere, come sensuale astratto effetto di fondo, sensazione di un tempo gremito prima della tempesta, costante grigiore denso, sommessamente elettrico, che sostiene l’espressione altera, anche se apparentemente umile e contrita, di uno contro tutti.

Basterebbe che il ricco per un tracollo improvviso divenisse veramente povero e, trovandosi nella propria capanna, si sentirebbe di colpo messo a nudo nel freddo.

 




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