TRADUCENDO MONDI
EDITORIA INDIPENDENTE
Come salvare
la nave
che affonda?


      
Il direttore editoriale di minimum fax, nonché traduttrice di molti tra i più importanti scrittori contemporanei di lingua inglese, traccia un quadro spietato e sconfortato del mercato librario e delle piccole imprese di cultura che vi operano e che sono sempre più in crisi. Il suggerimento è quello di reagire con una strategia di ‘decrescita’, di rifiuto delle mode, di maggiore selezione e cura artigianale dei libri. Solo in questa prospettiva anche il traduttore potrà tornare ad avere un ruolo diverso da quello che ha oggi, ovvero ‘di un fornitore di manodopera costretto a lavorare in condizioni sempre più degradanti’.
      



      

di Martina Testa

 

 

Quando tempo fa, Rita Balestra mi ha chiesto un contributo per la rubrica “Traducendo Mondi” della testata online Le reti di Dedalus, ho accettato di buon grado, felice del fatto che ritenesse interessante proporre la mia voce ai suoi lettori.

 

In effetti, lavorando da anni sia come editor della narrativa straniera (e negli ultimi tempi direttore editoriale) della casa editrice minimum fax, sia come traduttrice letteraria free lance (principalmente per la stessa minimum fax, ma non solo), mi trovo nella curiosa situazione di essere, per così dire, da entrambi i lati della barricata: al tempo stesso committente e prestatrice d’opera. Per questo, all’interno di un rapporto, quello fra editore e traduttore, che è spesso più conflittuale di quanto si potrebbe auspicare, mi viene facile fare da mediatrice, condividendo le istanze di entrambe le parti: capisco, insomma, come mai il traduttore tarda a consegnare e come mai l’editore tarda a pagare, quale tipo di revisione è malvista dai traduttori e quale tipo di revisione è utile all’editore, in che modo il traduttore può valorizzare il lavoro di un editore e in che modo l’editore può valorizzare il lavoro di un traduttore; e spesso, credo, il mio punto di vista non super partes ma intra partes può servire a entrambi.

Sennonché, al momento di scrivere queste righe, quando cioè mi sono trovata a dover affrontare in concreto l’argomento che mi è stato proposto – un’analisi del ruolo del traduttore all’interno dell’editoria italiana di oggi – quello che mi ha colto è stato, mio malgrado e letteralmente, un senso di vertigine e di paralisi.

La verità è che, dovendo rispondere nella maniera più istintiva e diretta alla domanda su quale sia il ruolo del traduttore editoriale nel nostro paese in questo momento storico, la prima – e a dire il vero unica – definizione che mi è venuta in mente è stata lapidaria quanto sconfortante: “un rematore incatenato a una nave che affonda”. Mi sono detta e ripetuta che non potevo fornire una risposta del genere, che una risposta del genere negava la rilevanza di entrambi i miei ruoli professionali, era un’ammissione di sconfitta al limite dell’irresponsabilità. Eppure, qualunque altra definizione mi sembrava meno realistica, meno onesta, falsamente e vanamente consolatoria.

 

Perché è impossibile parlare della condizione del traduttore editoriale senza parlare della condizione dell’editoria, cioè del settore produttivo all’interno del quale il traduttore svolge la sua attività: e per come appare a me, l’attuale condizione dell’editoria italiana è quella di una crisi ormai talmente profonda da apparire più o meno senza ritorno. È importante specificare che il mio sguardo è quello di una persona che lavora da sempre nell’editoria indipendente, e nell’editoria “letteraria”, di progetto e di catalogo. Non ho la competenza necessaria per osservare il quadro della situazione da un angolo diverso da questo; può darsi che a chi lavora per un editore di manualistica, o un editore scientifico, o un editore dalla vocazione più commerciale che si rivolge al pubblico di massa, il quadro appaia diverso. Ma per quanto mi riguarda, negli ultimi anni e ancora di più negli ultimi mesi, ho la sensazione crescente di produrre un bene per il quale la richiesta è in calo vertiginoso, di parlare a un pubblico di settimana in settimana sempre più ristretto.





L'interno della libreria 'minimum fax' a Roma


La literary fiction, ossia la narrativa non commerciale, non di puro intrattenimento, salvo rarissime eccezioni, non è solo scomparsa dalle classifiche di vendita, ma sta proprio scomparendo dalle librerie: gli ordini per i titoli di letteratura sono talmente bassi che nella maggior parte dei casi è impossibile anche solo rientrare delle spese di produzione e stampa. (E il discorso non è diverso per la non-fiction di qualità, la saggistica meno “strillata” e di facile consumo.) Se dieci anni fa un editore riusciva a sopravvivere, e anche a prosperare, senza pubblicare best-seller, solo vendendo in media quantità piccole ma sufficienti dei suoi libri, oggi questo non è più possibile: i titoli che non hanno un immediato appeal commerciale vengono prenotati in poche centinaia di copie; i titoli che non “partono” subito molto forte al lancio in libreria vengono resi dopo pochissime settimane. I librai non rischiano – in alcuni casi, non possono permettersi di rischiare; perché le librerie stesse stanno scomparendo, in particolare quelle piccole e indipendenti.

 

A me sembra di riconoscere almeno due fattori all’origine di questa crisi, peraltro non scollegati fra loro. Da un lato, il fatto che il mercato editoriale in Italia è sempre meno un libero mercato, visto che le case editrici, le società di promozione e distribuzione, le librerie (nonché i giornali e le riviste le cui pagine culturali offrono visibilità ai libri) sono – in mancanza di una legislazione antitrust nel settore – sempre più spesso parte degli stessi gruppi industriali. In una situazione del genere, è facile capire che non hanno vita facile né le librerie indipendenti (insidiate da quelle di catena, che possono – ad esempio – offrire sconti più alti) né gli editori più piccoli, indipendenti e di ricerca: la logica dominante è quella industriale, appunto, del best-seller, dell’instant book, del libro facile, non-rischioso, già noto, in un modo o nell’altro, al lettore che lo prende in mano per la prima volta – vuoi perché è scritto da una celebrità televisiva, vuoi perché ne è stato tratto un film di successo, vuoi perché si inserisce perfettamente in un filone già collaudato, vuoi perché il contenuto è riassumibile senza sforzo in uno slogan accattivante o in un titolo paraculo. Una percentuale sempre maggiore dei libri che sfuggono a questa logica arrivano sugli scaffali delle librerie “già morti”: in poche copie, esposti male, sommersi da quelli che si possono/devono/vogliono vendere a botta sicura.

A questa sorta di soffocamento del mercato editoriale “dall’alto” si aggiunge, d’altro canto, un’asfissia “dal basso”. A mio modo di vedere, abbiamo di fronte un’intera generazione (se non due) di persone giovani diseducate e disinteressate alla lettura. Non parlo solo della maggioranza della popolazione italiana fra i 15 e i 25 anni; ma anche, purtroppo, di quella nicchia di giovani di reddito medio-alto, di buona cultura generale, curiosi, creativi, che quindici o vent’anni fa costituivano uno zoccolo di lettori forti (alla cui domanda ha risposto, nella seconda metà degli anni Novanta, una stagione di grande fioritura dell’editoria indipendente): oggi, per molti adolescenti e postadolescenti, rispetto alla musica, alla fotografia, al cinema, alla moda, il mondo dei libri resta qualcosa di estraneo, ostico e poco cool. La paziente e sistematica demolizione della scuola pubblica; la tendenza incontrollata alla spettacolarizzazione di ogni esperienza; lo sviluppo di forme di comunicazione che hanno un ritmo e un’estetica diversissimi, se non opposti, a quelle delle pagine di un libro; le dinamiche di mercato appena citate – queste e mille altre possono essere le concause del fenomeno. Aggiungiamoci la crisi economica generale, il calo del potere di acquisto delle famiglie, la diminuzione dei consumi... La conclusione è che i lettori di qualunque età sono una razza in estinzione.

Ecco cosa vedo, dunque. L’editoria italiana, oggi, è strutturalmente disfunzionale, in crisi di fatturato, in crisi di idee. A volte si sforza di strillare fortissimo, ma nella maggior parte dei casi sembra che non parli quasi a nessuno. E in queste precarie condizioni, figuriamoci – non l’ho ancora ricordato ma lo faccio ora – si avvia ad affrontare la stessa “rivoluzione digitale” che ha quasi spazzato via l’industria discografica. Le prospettive, realisticamente, non sono e non possono essere buone.





L'offerta dei best-seller impera nelle librerie-supermarket


Se una chance di evitare il tracollo c’è, io la scorgo solo in una direzione: la rinuncia, radicale, e auspicabilmente collettiva, a quella che negli ultimi trent’anni è sembrata l’unica logica economica perseguibile, e cioè quella della crescita. Da più parti, fra i lavoratori dell’editoria, si comincia a ipotizzare (quasi sottovoce) un’alternativa possibile: quella della decrescita, controllata e gestita con cura. Pubblicare meno, pubblicare meglio. Pubblicare in maniera meno veloce, meno ipertrofica, meno isterica. Arrendersi all’evidenza che la guerra di offerte e controfferte al rialzo per il prossimo ipotetico best-seller è una guerra senza vincitori; che la rapidità imprevedibile con cui nasce un nuovo trend (maghi adolescenti, crime scandinavo, vampiri, giallo medievale, esordienti under-20 disinibite) sarà sempre pari a quella con cui si sgonfia; che gli alti e bassi in cui necessariamente si incorre se si uniforma l’attività dell’editore a quella di un financial banker, scommettendo sull’andamento del mercato e in definitiva speculando sulla credulità del consumatore, si evitano tornando a occuparsi di libri in maniera per certi versi artigianale. Il settore automobilistico questo passo indietro non lo farà mai. Il settore alimentare lo sta, almeno in parte, facendo. Io spero che l’industria editoriale sappia farlo. Che sappia recuperare la cura nella scelta dei titoli e nella costruzione del catalogo, la cura nel rapporto con gli autori, la cura nelle scelte grafiche e nel lavoro redazionale, la cura nel modo in cui i libri vengono presentati ai librai e ai giornalisti, la cura con cui vengono offerti ai lettori. Questa cura non è compatibile con i grandi numeri. Questa cura, forse, non è proprio compatibile con i numeri. Si misura con altri parametri. È “antieconomica”, infatti. Ma solo se si identifica l’economia con il Mercato, con la Crescita, con la Finanza, con le cifre svincolate dalla realtà della vita delle persone.

 

Per come la vedo io, solo se l’editoria sarà in grado di attuare questa volontaria decelerazione e decrescita, il traduttore potrà tornare ad assumere un ruolo diverso da quello – tragico – che dipingevo all’inizio, cioè di un fornitore di manodopera costretto a lavorare in condizioni sempre più degradanti. Oggi, un traduttore (e penso soprattutto a un giovane traduttore) è fortunato se si interfaccia con un editore e non con un service editoriale che prende in appalto lavoro per smistarlo al costo più basso possibile. È fortunato se ha il lusso di poter rileggere le bozze prima della pubblicazione. È fortunato se lo si interpella sulla scelta del titolo italiano del libro, se lo si mette in contatto con l’autore. Ma tutti questi non dovrebbero essere privilegi. Dovrebbero essere diritti. Dovrebbero essere diritti non solo il pagamento adeguato e puntuale, ma anche l’affiancamento di un revisore competente, anche un certo grado di coinvolgimento nella promozione del libro dopo l’uscita... Sennonché il recupero – anzi, prima ancora la formazione – della professionalità vera del traduttore è semplicemente impossibile nelle condizioni attuali del mercato editoriale italiano. Non ci sono soldi per pagarlo, non c’è tempo per rivedere con attenzione il suo lavoro, non c’è spazio per le sue proposte di opere inedite, non c’è modo di fargli fare il mediatore linguistico e culturale: gli si può solo chiedere di sfornare cartelle tradotte alla meno peggio, nel minor tempo e al minor costo possibile.

Non so se un’inversione di rotta si possa veramente compiere, se l’editoria riuscirà nel giro dei prossimi anni (ma dovrebbe cominciare nel giro dei prossimi mesi!) ad affrancarsi dalle logiche del profitto e del “libero” mercato che la stanno portando al tracollo e a riassestarsi sugli standard di uno “sviluppo sostenibile”, con una produzione quantitativamente molto minore e qualitativamente superiore. Credo solo che, almeno per alcuni editori, si tratti di una battaglia di sopravvivenza in cui sarà quasi inevitabile impegnarsi. Spero che i traduttori e il loro sindacato sappiano comprenderne la portata e, anche se forse non spetterà a loro combatterla in prima persona, trovino il modo di sostenere chi lo farà.

 

 

 

Martina Testa lavora dal 2000 come redattore e editor per la casa editrice minimum fax, di cui è ora direttore editoriale. Per minimum fax, Fazi, Einaudi, Fandango, Alet ha tradotto più di trenta titoli dall’inglese; fra gli autori su cui ha lavorato ci sono David Foster Wallace, Cormac McCarthy, Jonathan Lethem, Zadie Smith.

 

 

www.minimumfax.com

 

 


 

 




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