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di Silvia Tarquini
Il senso di vitalità
che si respirava a Praga nei giorni della Quadriennale di Scenografia (dodicesima
edizione, 16-26 giugno 2011) è in parte legato alle dimensioni dell’evento e delle
partecipazioni: dodicimila metri quadrati di esposizioni di artisti provenienti
da oltre 60 paesi; e spettacoli, laboratori, presentazioni del proprio percorso
creativo da parte di importanti autori, dibattiti, un bookshop teatrale, con
quanto di nuovo e di meglio è stato di recente pubblicato in questo campo, letteralmente preso d’assalto dai visitatori,
che sono stati in totale (come da biglietti staccati) oltre 40 mila. Ma la
vitalità non si spiega solo con i numeri, la folla, la curiosità. C’era una
notevole complessità di proposte.
La Quadriennale ha
cambiato quest’anno nome in Prague
Quadriennal of Performance Design and Space, sostituendo nel titolo i termini
scenografia e architettura teatrale, cui in precedenza faceva riferimento, con
quelli di performance design e di spazio. Già questa scelta dichiarava la
messa in discussione di termini ormai inadatti ad esprimere le tante
declinazioni che il progetto dell’immagine e dello spazio può assumere nelle
arti performative, e non solo.
Uno
degli aspetti della complessità di questa edizione sta nelle tante e differenti
idee di spazio emerse. E le proposte più interessanti sono state proprio quelle
che hanno messo in discussione la scenografia in quanto arte applicata e
disciplina separata, come sfondo e décor, riattribuendo ad essa prerogative di attività
e di relazione rispetto agli altri elementi espressivi dello spettacolo e alle
altre arti.
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Proviene dalla Lettonia il progetto che ha vinto la medaglia d'oro alla Quadriennale praghese nella sezione riservata agli studenti (ph. Martina Novozámská)
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In
questa direzione si è registrata, in alcuni interventi, la necessità di un ritorno
ad una sorta di grado zero della disciplina per poterne ridefinire i principi e
i caratteri. È il caso della Polonia nella sezione Countries and Regions. Nell’ambiente-base, un cubo bianco, i
visitatori potevano intervenire a piacimento. Lo spazio non era un contenitore
per un avvenimento prestabilito, ma un campo di “energia liberata”, messo a
disposizione per mettere in vita una scena intesa, come scrivono in catalogo le
curatrici Ewa Machnio e Agata Skwarczyńska, quale “momento interpersonale,
memoria, storia, emozione, codice culturale, non come spazio circoscritto da
pareti e pavimento, o definito in metri, ma con carattere identitario,
configurato dalla storia, dalle persone che vi si trovano e dal modo in cui
queste lo usano”; e quindi come un luogo di coesistenza
attenta e vigile dove “gli spettatori, se vogliono, possono indagare le regole
dello spazio e influenzare la sua forma. Possono fare un buco nella parete, aprire
un varco nel guscio culturale e sociale che essa rappresenta”[i].
Questa presa di posizione, rispetto al lavoro presentato, di tipo
anti-spettacolare, esprimeva l’idea, fertile e progressiva, del performance design (termine che nel milieu della Quadriennale ha sostituito
quello di scenografia) come risultato di un processo e dei rapporti tra le
azioni e lo spazio.
Di grande stimolo, altri interventi che hanno messo in
gioco le relazioni con le nuove tecnologie e le prospettive da esse aperte.
Indicativo delle nuove configurazioni che il progetto dell’immagine e dello
spazio nelle performing arts può assumere in rapporto al digitale e a nuove
modalità di comunicazione come i social network, era il progetto serbo Displacements, a cura di Dorijan
Kolundžija, presentato anch’esso
nella sezione Countries and Regions.
Il progetto si basa sulla possibilità, per artisti che vivono in luoghi
geografici differenti, di creare in collaborazione performance nelle quali
azioni svolte in un luogo reale, trasmesse in streaming, sono inserite in forma
di ologrammi in una scena identica a quella vera, ma in scala ridotta. In uno
dei modellini esposti, si vedeva ad esempio l’immagine di un performer che si
muoveva inerpicandosi in un groviglio di funi. L’azione reale si era svolta (o
poteva svolgersi in tempo reale) in un altro luogo, in una identica scena a
scala reale, e, per trasmissione a distanza della sua ripresa video, veniva
incorporata in uno spazio miniaturizzato, che era quello che veniva presentato
al pubblico. Il risultato, brillante, ironico, realizzato con grande sapienza
tecnica, era un modo per esplorare le molteplici relazioni tra reale e
virtuale, ma anche per comprendere cosa succede quando la performance e il
pubblico non sono compresenti, non essendo l’azione presentata nello spazio
dove effettivamente avviene. E apre a questioni molto interessanti, che lo
stesso curatore pone come aperte, di ricerca, sulla non compresenza
azione-luogo e azione-pubblico, e sulle possibilità di collaborazione a
distanza tra artisti che operano contemporaneamente in posti diversi.
Quelle della Polonia e della Serbia, a dispetto dei premi
assegnati che sono andati ad altri paesi, sono sembrate tra le partecipazioni migliori
non solo nella sezione Countries and
Regions, ma anche in quella degli studenti: settore molto partecipato e in
linea con il generale senso di apertura e con la volontà della Quadriennale di
rilevare i movimenti nascenti. La proposta della Polonia (progetto Common Space, Personal Space
dell’Accademia di Belle Arti di Varsavia, Studio di Audiovisual Space, a cura
di Grzegorz Kowalski) ha presentato dei video, analitici e poetici, sulle
relazioni tra corpo, spazio, forma e colore, certamente debitori nei confronti
delle avanguardie storiche, ma assolutamente partecipi della contemporaneità;
mentre la Serbia (progetto Not Gated,
a cura di Tom Burch) ha esposto una serie di lavori video su mini-schermo,
delicati e sensibili, incentrati sui rapporti tra virtuale e vita quotidiana
nell’epoca dei social network, tanto che le identità degli autori erano
sostituite da immaginifici profili facebook.
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Anna Vierbrok / Till Exit, Wozuwozuwozu, Schauspiel Köln 2010 (ph. Till Exit)
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Di grande stimolo Intersections.
Intimacy and Spectacle, la sezione curata da Sodja Lotker, direttrice
artistica dell’intera manifestazione, incentrata, da un lato, sul cortocircuito
tra i due termini intimità e spettacolo, dall’altro, sull’intersezione,
appunto, tra la scenografia e le altre arti. Una trentina tra artisti visivi e
di teatro, coreografi, musicisti, scrittori, sono intervenuti con azioni e
installazioni in una serie di “stanze” concatenate in un percorso labirintico e
con performance in diverse zone della città. Tra gli altri, Romeo Castellucci,
con un potente lavoro sulla figura mitica di Sileno, l’austriaco Markus
Schinwald (contemporaneamente presente alla Biennale di Venezia), gli ucraini
Ilya ed Emilia Kabakov, la scenografa tedesca Anna Vierbrok, il coreografo
Josef Nadj. Anche in questo caso era forte lo stimolo a ripensare cosa si possa
intendere oggi per scenografia, alle relazioni tra questa e l’arte ambientale,
allo spazio come elemento strutturale e attivo della performance, al ruolo
foriero di tensioni e relazioni dello spettatore.
Un contributo notevole alla riflessione su questi temi è stato
dato anche dalla sezione architettura, allestita nella chiesa di Sant’Anna,
curata dal critico e architetto neozelandese Dorita Hannah. Incentrata sulle
diverse configurazioni che può assumere oggi lo spazio della performance, più
che sull’architettura teatrale in senso stretto, la sezione era concepita quasi
come un’unica installazione costituita da una serie di tavoli, all’interno
della quale le singole nazioni – ognuna attraverso il proprio tavolo-supporto –
apportavano le loro proposte. L’installazione italiana, The Table Decided to Show Itself di Fabrizio Crisafulli e Vanni
Delfini (la partecipazione italiana nella sezione architettura era curata dallo
stesso Crisafulli), coniugava poesia e politica. Il tavolo, in posizione
sollevata e inclinata, si staccava dal gruppo e, ricadendo su se stesso per
effetto di un meccanismo interno, produceva soffusi rumori, respiri, sospiri.
Come si legge in catalogo: “il tavolo italiano
non mostra altro, mostra se stesso. E produce piccoli, misteriosi movimenti.
Prova dei sentimenti. Assume esso stesso la responsabilità di dire qualcosa sul
teatro, lo spazio ed altro, senza demandare questo compito all’esposizione di
contenuti e informazioni. Questo partire dalla situazione e dagli oggetti dati,
indirizzandoli verso inaspettate direzioni d’energia e di senso, segue lo
spirito del “teatro dei luoghi”: un modo di operare che assume il luogo (in
questo caso, lo stesso luogo espositivo) come matrice ed elemento ispiratore
dell’intervento. Il rapporto tra teatro e architettura si ridefinisce. Il luogo
produce l’azione. E l’azione
ridetermina il luogo. L’installazione vuole
anche farsi portatrice della sapienza dell’artigianato teatrale
italiano, al quale rende omaggio attraverso la realizzazione eseguita dal
Delfini Group, una delle più importanti società italiane di scenotecnica. Non
ultima cosa, l’intervento allude al disagio nel quale si trova oggi la cultura
in Italia, una difficoltà che non è stata risparmiata neanche all’iter di
questa partecipazione. Anche per
questo disagio, il tavolo ha deciso di mostrare se stesso”[ii]. Un
ulteriore stadio nel ripensamento del progetto dello spazio, che diviene in
questo caso, in tutti i suoi aspetti (come luogo e occasione espositivi, e come
allestimento) spazio attivo e “testo”-base del lavoro.
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Zaha Hadid, Architects Music Hall, Manchester International Festival, UK (courtesy of Zaha Hadid Architects)
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La chiesa di
Sant’Anna ospitava anche la Media Tower, sulla quale venivano mandati i video
di una ventina di lavori che mettevano in diversi modi in relazione
l’architettura con la performance (tra gli altri, Zaha Hadid, Hotel ProForma,
Philippe Starck, Jean Nouvel, Oren Sagiv, Omar Khan, Diller+Scofidio, lo stesso
Crisafulli) ed uno spazio di incontro che è stato luogo di dibattiti di grande
interesse. In occasione della presentazione di un numero speciale della rivista
ERA21, curata da Dorita Hannah e dedicata al tema della “sceno-architettura”,
sono emersi ulteriori punti di vista rispetto alle nuove frontiere della
scenografia e del performance design.
Particolarmente appassionanti gli interventi di Charles Renfro, architetto del
gruppo Diller Scofidio + Renfro, che ha mostrato le molteplici e immaginifiche
relazioni, nel lavoro del team newyorkese, tra performance, architettura e arte
pubblica. Con il progetto Open Columns (presentato in video nella Media Tower) l’architetto
statunitense Omar Khan si chiedeva invece come possa l’architettura utilizzare
il potenziale dei comportamenti collettivi nello spazio (che chiama
“coreografie di massa”) per collaborare ad una creatività condivisa anziché,
com’è sempre avvenuto storicamente, controllare quei comportamenti. Ed era
molto interessante vedere in questa chiave i movimenti di una struttura che si
muove scendendo da un soffitto e gli spostamenti ad essa relazionati dei
visitatori.
[i]At the Still Point of the Turning World: No Inside or
Outside, Prague Quadriennal of Performance Design and Space, catalogo a cura di
Lucie Čepcová, Ondřej Svoboda, Daniela Pařizcová, Arts and
Theatre Institut, Prague, 2011, p. 182.
[ii] At the Still
Point…, cit., p.103.
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