TEATRICA
FESTIVAL DI SANTARCANGELO 2011

Motus e Living Theatre
a confronto: se
‘la gioia è pericolosa’


      
L’ultima produzione del gruppo romagnolo “The plot is the revolution” vede in scena l’ottantenne Judith Malina, storica co-fondatrice del più famoso ensemble dell’avanguardia americana, e la ‘under trenta’ Silvia Calderoni. Nel nome di Antigone, un serrato e appassionato dialogo inter-generazionale sul senso e lo spirito rivoluzionario del fare teatro ieri e oggi. Ovvero nella temperie ottimistica, colorata e progressiva degli anni ’60 del Novecento e nella situazione incupita, pessimistica e piena di sofferenza del tempo presente.
      




      

di Chiara Pirri

 

 

Debutta per il Festival di Santarcangelo, quest’anno diretto da Ermanna Montanari e il teatro delle Albe, l’ultima produzione dei Motus The plot is the revolution. In scena l’attrice simbolo degli ultimi progetti della compagnia, da (X)ics a  Syrma Antigònes, nonché vincitrice dell’ultimo premio premio Ubu under trenta, Silvia Calderoni affronta il tema della rivoluzione confrontandosi con Judith Malina, rappresentante del gruppo che storicamente fece della ribellione il proprio ideale e la propria pratica. Si narra che l’attrice del Living Theatre dopo aver visto l’Antigone dei Motus negli Stati Uniti abbia espresso il desiderio di recitare a fianco della giovane attrice. Nasce così un incontro, ed è questo incontro tra due generazioni, tra due storie personali e artistiche che lo spettacolo mette in scena, nessun tentativo di appropriazione di un’eredità importante (quella del Living Theatre), come qualcuno ha voluto notare.

 

In un vezzoso teatrino di Longiano, un paesino in cima ad una collinetta vicino Santarcangelo, il pubblico siede in una platea senza sedie su di un pavimento di cartone bianco, tutte le porte aperte sia della platea che dei palchetti, affinchè la luce possa illuminare il pubblico, non spettatori ma “partecipanti”. Silvia Calderoni presenta l’attrice e co-fondatrice (con Julian Beck) del Living Theatre ed inizia con lei un appassionato ed appassionante dialogo su cosa voglia dire Antigone oggi e cosa sia stata l’Antigone del Living. È in scena una memoria storica e la sua narrazione attraverso le domande di Silvia e le risposte di Judith, ma anche una storia presente.





Silvia Calderoni e Judith Malina in The plot is the revolution (2011)


“NOW è la parola che preferisco” dice Judith, perché ‘adesso’ è l’unica realtà esistente. Adesso, Silvia Calderoni rivive per gli spettatori, per l’attrice che recita con lei e per se stessa l’Antigone del Living e Il teatro e la peste di Artaud. Antigone che mangia la terra con cui ha seppellito il fratello e poi la vomita, Artaud che camminando in una piazza si rende conto che qualcosa attorno a lui non va e allora non riesce più a respirare, diventano nell’interpretazione della giovane attrice pochi gesti, chiari, potenti, rappresentativi. Attraverso la ripetizione di una partitura gestuale essenziale l’intensità dell’espressione sale, e da descrittiva si fa icastica e primitiva (nell’accezione riferita da Enrico Pitozzi al convegno sull’attore in programma al festival), ovvero “non comprensibile se non nella sorpresa”. Silvia Calderoni riesce a riportare in vita e condensare in pochi istanti il senso di uno spettacolo, di un’arte, di una scelta di vita, senza annullarsi, ma sommando o meglio rileggendo quella tradizione alla luce del proprio essere eminentemente contemporaneo.

 

Un senso d’anacronismo dalla forte valenza etica ci commuove quando sentiamo parlare di “rivoluzione non violenta”, una rivoluzione che il Living ha voluto gioiosa. A conferma di ciò Judith Malina sostiene di aver sorretto con gioia il peso del corpo dell’attore che rappresentava suo fratello in Antigone.

Al confronto la rivoluzione che Silvia Calderoni porta in scena sembra invece realizzare una ferita, e mi rifaccio ancora all’intervento di Enrico Pitozzi per definire l’orizzonte di senso secondo il quale utilizzo qui il termine “ferita”: una sorta di vergogna per l’essere (solo) umano, il sentirsi costretti in una modalità che imprigiona la vita. In questo contesto la scena diviene il luogo in cui poter ricercare una potenza di pura vita, che non sia lontana dall’essere unicamente umana. Perciò lo stare sulla scena è un atto di resistenza, perché è un’alternativa all’atto del potere.





Una scena di The plot is the revolution (2011), regia di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò


Le considerazioni fin qui svolte non risolvono l’asincronia esistente tra i due spiriti rivoluzionari: l’uno gioioso (quello del Living), l’altro visibilmente mosso e alimentato da dolore e sofferenza (quello di Silvia Calderoni e della parte che all’interno del confronto generazionale rappresenta). Forse la risposta al quesito risiede in un momento dialogico, apparentemente poco pertinente, che vede l’attrice più anziana intenta a far riconoscere alla sua interlocutrice l’onnipresenza dell’oppressione nel tempo e negli spazi della quotidianità. La Calderoni da parte sua sembra aver ereditato la rinuncia alla propria vulnerabilità, ai propri desideri di libera azione, presupposto che le impedisce di riconoscere in ciò una mancanza di libero arbitrio e libera iniziativa.

La differenza fra le due generazioni a confronto è forse, dunque, in un universo di parole e pensieri che un tempo sapevano identificare il nemico contro cui battersi, mentre oggi non ne sono più in grado.

 

Lo spettacolo termina con un tentativo di volo da parte di Silvia Calderoni accompagnato da un’ammonimento della Malina: “la gioia è pericolosa”. Infine un rito collettivo che muta lo spettatore in partecipante, dove ognuno è chiamato a lasciare un segno sul pavimento di cartone che verrà ricostruito in piazza Ganganelli in tarda serata.

 

 

 

http://www.teatrovalleoccupato.it/motus-the-plot-is-the-revolution

 

 




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