TEATRICA
VIAGGI TEATRALI

“La mia Bolivia esiste”


      
Al seguito del Teatro de los Andes, per scrivere una tesi sul gruppo diretto da César Brie. Ne nasce il bisogno di spostarsi in terra boliviana, per un’attraversamento geografico, sociale, etnico-antropologico. Un andare ovunque, nel cuore del paese latinoamericano, raggiungendo villaggi isolati e piccoli ‘pueblos’. Lì dove la ricerca artistica si fonde con il vissuto personale. Ciò che genera un libro che è, insieme, un’esplorazione dell’anima e di un altrove culturale.
      




      

di Federica Rigliani

 

 

La Bolivia l’ho scoperta per caso, riflessa sul palcoscenico di un piccolo teatro italiano da una platea di una piccola città, la ‘mia’ bellissima L’Aquila, oggi NON LUOGO distrutto e abbandonato a se stesso dopo il terribile terremoto del 6 aprile del 2009. Qui erano arrivate, da molto lontano, suggestioni che mi avevano rapita al suono e alla luce d’ombra di alcuni spettacoli di César Brie e del suo gruppo boliviano Teatro de los Andes.

L’ironia emanata da Cancionero del mundo mi aveva fatto viaggiare sui testi di canzoni che, provenienti da tutto il mondo, scavalcavano confini e frontiere avvicinandomi a suoni ed immagini che avrebbero potuto essere molto lontani da me. Colón parlava attraverso una poetica scanzonata e grottesca, derideva il potere di chi ci governa e colpiva forte la mia etica. Poi, Solo los giles mueren de amor mi segnò interiormente per l’estrema sensibilità e intimità emanata da una biografia così personale, eppure così riconoscibile nei percorsi umani che appartengono ad ognuno di noi. Infine, Las abarcas del tiempo: lo spettacolo che più di ogni altro mostrava gli aspetti e le forme della cultura boliviana, la sua terra, le sue tradizioni.

Succedeva tanto, tanto tempo fa. *





Teatro de los Andes, 2007


Cominciai a chiedermi due cose: la prima, come un boliviano potesse riconoscere se stesso e la propria storia nei contenuti dell’opera dei Los Andes; la seconda, quale fosse la realtà sociale a cui questi lavori si rivolgevano.

Sentivo che uno dei bisogni prioritari espressi dagli spettacoli del Teatro de Los Andes fosse quello di parlare alla coscienza intima di un paese, a me sconosciuto, attraversato da mille contraddizioni. Ho creduto che avrei potuto capire più a fondo il reale valore del loro lavoro teatrale solo vivendo in quella società, una società che non solo appartiene al così detto “Terzo Mondo”, ma ne rappresenta la faccia più povera: la povertà nella povertà. Ho deciso, quindi, di fare una tesi su di loro, ho contattato il gruppo, ho vissuto nella casa teatro di Sucre e ho conosciuto una Bolivia attraversata da diverse etnie, lingue, religioni e culture che ne rappresentavano la sua grande ricchezza, ma che continuavano ad occupare un posto marginale e discriminato all’interno del paese.

 

Il gruppo di César Brie è quindi per me il moto propulsore del mio spostamento, la spinta amniotica di un viaggio di lavoro che César mi invita a fare: “Ricordo la mia prima volta in Bolivia… anni fa. Mi torna il mente il punto di partenza del fare teatrale di questo gruppo che mi ha portato qui e il triplice attraversamento di cui abbiamo tanto parlato con il regista nei primi tempi della mia tesi: quello geografico, drammaturgico ed etnico-antropologico. Mi chiedo a che punto sia il mio…

L’attraversamento geografico è anche sociale e consiste nell’andare ovunque, “nell’attraversare questo paese in ogni suo luogo” dice César, raggiungendo villaggi isolati e piccoli pueblos. L’ho fatto con il gruppo. L’ho fatto da sola. Continuerò a raggiungere luoghi fin quando mi sarà possibile.

L’attraversamento drammaturgico, invece, ha imposto al gruppo un confronto più diretto con la tradizione culturale e storica, sia boliviana sia andina. [...] Avvicinarmi alla sua drammaturgia [...] mi ha dato piccole chiavi di lettura di questa realtà che non avrei potuto-saputo trattenere: la storia nazionale, le tradizioni, la cosmogonia andina, le atmosfere e la forza che risiede nelle usanze ancestrali di questo popolo. [...]

Quello etnico è infine il terzo attraversamento: capire la sensibilità delle popolazioni andine e la percezione che hanno del mondo che le circonda ha permesso al gruppo la trasposizione teatrale di quei temi nei quali gli indigeni potessero riconoscersi una volta diventati spettatori, e a me ha permesso di camminare quel ponte verso la ricchezza infinita della tradizione andina che abita questa parte del mondo. Questo teatro è stato un filtro che ha veicolato la nuova realtà che incontravo, ma ho dovuto imparare prima di tutto a vivere in Bolivia. Poi ho iniziato a conoscere il resto, a prendere in prestito piccole parti della magia locale, delle forme e dei colori scoperti qui...”

Federica si sorprende a “riconoscere in questa quotidianità gli spettacoli del Teatro de Los Andes, come se la scena fosse uscita dal teatro per occupare le strade che cammino: la rivedo nei gesti, negli abiti e negli sguardi delle persone che incontro, nei nuovi oggetti che conosco, nelle sfumature cromatiche che mi circondano. C’è Ubu in Bolivia nel gioco del potere che qui regna, e Las Abarcas del tiempo nella caratterizzazione di una società troppo spesso dimenticata nel suo tentativo di chiedere giustizia. Gli oggetti scenici, poi, quelli che a vederli in teatro ti stupivi, alcuni neanche sapevi cosa fossero, assumono un contesto così normale nell’utilizzo che la gente ne fa nelle case, nelle strade…”.

 

Tutto parte dal teatro, ma ben presto la ricerca teatrale si fonde con il vissuto personale : “il mio viaggio è cominciato sugli scritti di César, sulla sua drammaturgia, sui materiali formali e scenici in cui erano stati fissati punti-ponti di unione e di scambio. So che sono partita da lì per trasformarli in qualcos’altro: la mia visione, la mia esperienza, il confronto rispettoso.”





Teatro de los Andes: Odissea, 2009, regia di César Brie


La permanenza, l’osservazione e la metabolizzazione di ogni giorno vissuto, infatti, si riempivano piano piano dei passi sulle strade, i miei e quelli di coloro che incontravo, e mi legavano agli aspetti della mia nuova quotidianità, facendomi sentire più mie quelle peculiarità legate alla cultura e alla cosmovisione andina che abitava quella parte del mondo.

Proprio queste suggestioni descrivono l’incontro con una nuova cultura e non smettono di farmi guardare intorno incessantemente, con curiosità e rispetto.

Esploravo un contesto da capire, fatto delle differenze che stavo incontrando...  Tutto sembrava interrogarmi. Mi stavo mescolando, e la mia Bolivia si faceva lentamente spazio dentro di me...

 

Ho preso appunti, ho scritto le mie impressioni su foglietti volanti e qualsiasi cosa che, nei miei spostamenti, mi permettesse di trattenere immagini rubate sotto il cielo blu e nitido, alto e pulitissimo, di questa magica terra.

Quelle note e quegli appunti sono diventati un piccolo libriccino, dal titolo personalissimo La mia Bolivia esiste (Edizioni Tracce, 2009), lavoro “dedicato al viaggio, allo spostamento, alla migrazione. A chi crede che viaggiare possa ridurre distanze, abbattere frontiere, permetterci di dialogare con ciò e con chi è diverso da noi, e diventare per questo più ricchi.

Queste le prime parole del testo, a testimonianza di come sia comune a ciascuno di noi la possibilità di amare le cose belle del mondo, conoscerle ed apprezzarle, rispettandole e permettendo loro di arricchire il nostro spirito e la nostra esperienza.

Il viaggio è il filo rosso di tutto il racconto, un viaggio attraversato da tanti viaggi, un viaggio inteso come ponte di congiunzione e anello di scambio.

Inevitabilmente, al viaggio di lavoro e al viaggio fisico si affianca il viaggio intimo e personale di una donna alla ricerca di sé in un luogo estraneo che, paradossalmente, le consegna chiavi di ricerca per la sua interiorità avvicinandola di nuovo al suo sé.

Il modo in cui esse scavano solchi nelle pieghe della sua pelle viene raccontato ad Amalia, amica che accoglie le e-mail dall’altra parte dell’oceano. E questo ultimo attraversamento, quello emotivo ed emozionale, senz’altro il più difficile perché intimo e doloroso, lo racconta Fedequerida, la protagonista del testo, colei a cui presto qualche amore e qualche passione...

Personaggio preso in prestito dalla penna della poeta aquilana Anna Maria Giancarli, Fedequerida cerca di unire due elementi di forte contrasto: il primo e il “terzo mondo”, il distacco da tutto ciò da cui proviene e la riconquista di sé tra gesti millenari e ancestrali a lei sconosciuti, tramandati immutati nella loro intensità e antica ritualità: “attraverso spazi e luoghi. A volte anche dimensioni temporali quando, per esempio, mi ritrovo seduta a fianco di un campesino che pulisce il suo aratro.

Le tante Bolivie di cui parla sono situate fisicamente in un unica terra disagiata, magica e contraddittoria, descritta a volte in maniera visionaria, raccontata da cinquecento anni di conquista e di sfruttamento ancora visibili nella povertà circondata dai resti di un’antica e sfarzosa Potosì, per esempio, sormontata dal Cerro Ricco ora vuoto di argento e di altro. Una Bolivia dominata dalle varie dittature e dal succedersi di poteri militari, dove dolore e sofferenza hanno accompagnato l’esistenza di questi uomini e di queste donne garantendo enormi privilegi per pochi e impoverimento per i più.





Un'immagine del Cerro Ricco in Bolivia


La semplicità di queste popolazioni, il loro sano rapportarsi con la natura, la loro vita difficile e disagiata, la storia di soprusi e saccheggi scritta sulla loro pelle di bronzo vengono raccontate sullo sfondo un territorio bellissimo, scenario infinito del mio viaggio.

La mia Bolivia esiste, dentro di me perché è mia e personale, ma soprattutto fuori di me, contro ogni dimenticanza a cui questa terra è stata relegata. Contro ogni oblio.

Questo libro è un pensiero alle popolazioni che mi hanno accompagnata, agli sguardi fieri e intensi di cui spesso non ho conosciuto neanche il nome, al colore di cuoio di pelli dure, spesse e liscissime.

Alle sorelle e ai fratelli boliviani, ai morti della Guerra dell’Acqua e del Gas, alle loro lotte e alla loro dignità. Alla loro resistenza, questa la dedica di apertura del lavoro. Negli ultimi anni queste lotte sociali hanno acceso un riflettore sulla Bolivia, sui processi di cambio attuati dalla società boliviana e sul “VIVERE BENE”, concetto alla base della cosmogonia andina, che lega indissolubilmente l’uomo al naturale rispetto della natura che lo circonda, oltre ogni ecologismo e democratizza la vita.  Una dignità espressa oltre la povertà e manifestata dalla resistenza, oggi sotto gli occhi di tutti, degli aymara più poveri, ma tradizionalmente anche i più rivoltosi, popolo libertario e insurrezionalista erede di quel Tupak Katari tornato per essere milioni.

 

 

 

*  Il gruppo Teatro de los Andes vive oggi una realtà diversa da allora. Nel corso degli ultimi anni ha visto il susseguirsi d’importanti cambiamenti, divisioni e allontanamenti. Alcuni componenti di cui parlo nel mio viaggio non ci sono più, altri si sono aggiunti e, nel tempo, sono nati anche bambini e bambine…

 




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