SPAZIO LIBERO
PAOLO FERRI
I “Nativi digitali” ovvero l’Homo Sapiens versione 2.0


      
Docente di ‘Nuovi Media e Tecnologie didattiche’ presso l’Università Milano Bicocca, l’autore di questo saggio compie un interessante excursus critico sugli orizzonti in divenire nella sfera del mondo virtuale e sulla generazione dei cosiddetti ‘digital born kids’, che è poi una fascia anagrafica compresa fra i 3 e i 15/16 anni, pronta ad abitare la Rete come un ambiente primario della propria vita. Questa progenie dell’oggi-domani ha sicuramente bisogno di un sistema scolastico nazionale, diverso e aggiornato, che possa aiutarla ad assecondare, orientare e filtrare la sua permanente interfaccia con la socialità espansa del Net.
      



      

di Sarah Panatta

 

 

Gli si conferisca tastiera o touch pad, digiterà il suo Sé (?). Dal polpastrello all’avatar in infinite second lives. Dal gutemberghiano vecchio mondo uno-molti, al digitale universo in quattro dimensioni molti-molti. In simile (presunta) democrazia “multi schermo” l’io adolescente approccia con naturale rispondenza, quasi darwiniana attitudine, o meglio lorenziano imprinting, alla intermedialità poliedrica e intangibile della Rete. La generazione catturata dall’occhio clinico della webcam, lo stuolo di ragazzini imbrigliati nella cornice borderless di cronemberghiane interfacce, gli infanti analfabeti pronti a navigazioni per icone e alla costruzione di giochi on line. I “nativi digitali”[1], la generazione in “via di apparizione”, la sconvolgente quanto familiare versione 2.0 dell’Homo Sapiens.

Digital kids, creature del learning by doing, pionieri dell’esplorazione multitasking. Sono i misteriosi nuovi androidi “Nexus” di un’iperbolica trasposizione dal vate fanstascientifico P.K. Dick? Sono “soltanto” i giovanissimi nati dal 1996 in poi. La fauna del click sviscerata con erudita e intensa puntualità in Nativi digitali[2] da Paolo Ferri, docente di Teorie e tecniche dei Nuovi Media e di Tecnologie didattiche presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Milano Bicocca. Funamboli del circo virtuale dati alla luce e pasciuti in piena rivoluzione tecnologica, abituati e integrati, grazie ad un progressivo incosciente innamoramento, nella nuvola spugnosa e attrattiva di innumerevoli devices, dagli smart-phone ai tablet, dagli i-Pod ai loro cugini Mp3, dai notebook agli i-Pad, dagli schermi televisivi HD alle connessioni wireless, dai film on demand al download frenetico, pirata e non.





Sono gli scolari che sbadigliano leonini di fronte all’ennesima lezione analogica, che desiderano/vivono “dentro” sempre nuovi tecno attributi, intrattenimenti Wi-fi e facebookiane mail; che scandagliano software e farciscono blog, che postano la propria emotività dietro il vetro Lcd dei loro laptop; che personalizzano il mondo manifestando e pubblicizzando il proprio pensiero a web comunity ed espongono varianti di se stessi in chat room, social network e forum transdisciplinari; che producono contenuti, che svendono identità e al contempo creano continuamente una utile e gettonata conoscenza partecipativa, un magma in costante evoluzione che giudica, rilegge, rimodella la realtà e la “condivide” con i suoi accoliti, centinaia di milioni.

Ferri compie un limpido percorso ermeneutico facendo dell’antinomia nativi/immigrati (digitali) il cardine del suo racconto formativo. L’autore e studioso non difende con smaccato o acritico entusiasmo la cultura dei nativi, né preconizza una vicinissima società di stampo ballardiano, funestata da accessoriate Alici perennemente collegate tramite prese usb e invisibili chiavette mentali a oggetti mobili, loro appendice sensoriale definitiva. Tuttavia resta implicita – se non timorosamente paventata, sicuramente proposta da Ferri, incline a supportare e guidare la generazione 2.0 con prove empiriche e interessanti progetti futuribili – una considerazione. I nativi sono tecnologicamente autodidatti e autosufficienti, animali in fieri, come in fieri è la metamorfica scena digitale, loro campo di battaglia e incontro. Teatro senza quinte, ma costellato di diversi e ammalianti “praticabili” in cui suggere informazioni e ricalcarle, frantumarle e ricomporle quali immateriali pezzi Lego. Il problema sta nella distinzione consapevole tra autonomia decisionale e influenze coatte; nella ricognizione, sin da tenera età, delle trappole e delle falle della Rete, la cui estrema libertà espressiva e conviviale, tanto per ricercatori universitari quanto per alunni elementari, nasconde spesso un riedificazione telecomandata delle stesse convenzioni recintate del mondo cosiddetto reale. Ferri tenta allora un viaggio nei magnifici pregi della virtualità – intesa dall’etimologia latina come potenzialità, forza, realtà parallela autentica, non antimateria fasulla – opponendo nativi, prosumer (consumatori attivi) del www, e immigrati alle prese con un linguaggio di segni e immagini tutte da intercettare, cooptare e declinare nel proprio sistema recettivo-interpretativo. Molto lontano, secondo vari scienziati, dalle facoltà dei nativi, allevati in un contesto impregnato, vivificato dalle tecnologie digitali, vere palestre di acquisizione immersiva, in cui reperire e assorbire nozioni simultanee non sincroniche, in cui gestire da numerose contemporanee angolazioni il proprio “profilo” on line, tra voci wiki, riviste e portali, web radio e piattaforme di compravendite e scambi regolamentate (in parte) dai giocatori.





Apocalypse how (da "Night -Italia n. 6")


L’immigrato digitale (dai 15 anni in su) e la “sua” classe dirigenziale sanno rispondere agli stimoli e agli ambienti della società di massa, afferrare/diffondere saperi fondamentali tramite la bidimensionalità di supporti guthemberghiani, e usano i protocolli www per lo più per barattate informazioni via mail o ritrovare vecchi compagni e mettersi (tardivamente?) in mostra nella vetrine sociali stile Twitter, Facebook, Skype ecc. I nativi[3] computano invece secondo i flussi binari della Rete, videogiocano con i compagni alter-ego da computer a computer, da una nazione all’altra, godono dell’orientamento open source della galassia digitale, della sua natura cooperativa, della navigazione trial and error, della comunicazione non più massiccia bensì molecolare seppure pervasiva offerta dal web.

Ferri argomenta convintamente l’esistenza di un’intelligenza digitale dei nativi, che co-evolvono inarrestabili con le “loro” tecnologie, e indica una serie di soluzioni, di accademici aggiustamenti per una logica mediale che tolga davvero ma assennatamente i freni alla virtualità del web. Innanzitutto il mondo della ricerca deve imparare a concepire e divulgare “nella” Rete i suoi risultati e le sue ipotesi, mentre l’editoria deve fabbricare supporti digitalizzati che amplino le possibilità orizzontali del caro vecchio libro cartaceo. Gli insegnanti, e il sistema scuola italiano in particolare, devono diventare operatori di tutoraggio ipermediale, per assecondare e orientare i giovanissimi tra insidie e sorgenti della Rete e aiutarli a gestire con nuova eco-logia gli input virtuali senza affossare la memoria a breve termine (troppo sollecitata da iniezioni digitali concomitanti) e senza rischiare di pensare come macchine sorvegliate e manovrate dalle solite eminenze grigie, corporation e speculatori che controllano e impastano come creta gli ingranaggi del www.  

I nativi non sono “barbari” ma i nostri figli, sussurra Ferri. Sono progenie dell’oggi-domani atemporale del cosmo digitale, che possono fare della transitorietà della Rete loro arma vincente, per eludere il pericolo di languire come larve del progresso destinate alle precarietà allucinata quale routine che provoca diaspora e smarrimento cerebrale. Dunque, con Ferri, chiediamoci, “come abitare” la colonia abissale della Rete.

 

 

 

 



[1] Discussa quanto fortunata definizione di Mark Prensky (2001), coniata nell’ambito del dibattito sul sistema scolastico statunitense, sovrastruttura che, afferma lo stesso Prensky, non è più in grado di accogliere e formare gli studenti, in quanto soggetti di un radicale cambiamento, tanto nella fruizione della conoscenza, quanto nella ricerca, nell’apprendimento, nonché nella rielaborazione-diffusione di quest’ultima. Nel mondo del www l’accesso e l’utilizzo del sapere è facile, diretto e insieme multi direzionale, paritario e manipolabile, passibile di uno zapping cognitivo continuo e contemporaneo, da un supporto all’altro, da una dimensione di “lettura” all’altra.

[2] Bruno Mondadori Editore, Milano 2011, pp. 205, € 18.00.

[3] Una fascia anagrafica tra i 3 e i 15/16 anni limitata nei numeri solo dal digital divide della banda larga. Se infatti la natività digitale dipende in parte dal reddito familiare e soprattutto dall’abitudine familiare, più che scolastica, alla tecnologia, la parte consistente dei non nativi che pur rientrano nel range d’età, dipende da fattori geopolitici quindi economici che hanno inficiato e/o indebolito la diffusione della connessione veloce ad internet.




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