LUOGO COMUNE
CORRADO ALVARO
(1895-1956)
Uno scrittore meridionale ‘zolla
e sangue’ diviso
tra invenzione
e realtà


      
L’autore calabrese nel libro “Quasi una vita” fece un esame non auto-assolutorio del suo rapporto con il fascismo. Riconoscendo di non avere la vocazione del martire, scrisse ‘Purtroppo la mia vita migliore è passata quando la viltà era di rigore’. Suoi maestri furono Verga e Pirandello che, pure, con le sue compromissioni con il regime, gli insegnò la morale del ‘primum vivere’. Però nella sua eccellente attività giornalistica mostrò acutezza di pensiero e spiccate doti di diagnosi critica del suo tempo storico, ciò che nutrì anche la sua rilevante opera letteraria.
      



      

di Ottavio Rossani

 

 

L’aggettivo proprio di Corrado Alvaro è “forte”. Non solo perché si trova nel titolo del romanzo L’uomo è forte, ma perché il senso della “fortezza” è presente nei suoi personaggi, soprattutto come elemento speculare della debolezza umana, della paura nei confronti del potere, di quel potere cieco e sordo che fu dell’Inquisizione, e che in modo diverso, più moderno e forse più subdolo, fu anche della polizia e della magistratura nei vent’anni di fascismo, il periodo in cui si svolse la parte centrale della vita di Corrado Alvaro, la parte più complessa, piena di contraddizioni e di timori. Il romanzo L’uomo è forte nacque appunto dal clima sociale, politico, morale di quegli anni. E anche dalle contraddizioni interne di una coscienza come quella di Alvaro sostanzialmente segnata dall’onestà, dalla coerenza e dallo spirito di libertà, sentimenti e convinzioni morali che tuttavia si negò in parte per la necessità di sopravvivere. Egli stesso chiarì questo punto fondamentale della sua biografia, che caratterizza anche quasi tutte le sue opere. Sapeva infatti qual era la strada giusta (quella di doversi opporre alla dittatura e al clima di sospetto, di prevaricazione, di povertà morale), ma non ebbe il coraggio di percorrerla fino in fondo, quindi in qualche modo se ne fece complice per paura. La consapevolezza di aver tradito prima di tutto se stesso e poi la comunità, lo costrinse sempre a guardarsi dentro e a non apprezzarsi, a condannarsi ad un’angoscia esistenziale irrisolubile.

Scrisse infatti in Quasi una vita: “La mia non è una biografia esemplare; come tutti i miei contemporanei, ho cercato di trarre a salvamento fisico e morale la mia esistenza attraverso un’epoca che tutti conosciamo… Non ho la stoffa del martire, a meno che non vi sia costretto. Ho cercato di sopravvivere per i miei doveri sociali e verso me stesso, pensando che un giorno avrei potuto dire una parola utile, se non necessaria, secondo l’eterna illusione che assiste uno scrittore. La vita, quando è stata dura e faticosa e sofferta, ci è doppiamente cara; è una somma di esperienze che ci illudiamo di poter trasmettere. Così ho sempre cercato di evitare la prigione o di farmi uccidere, le occasioni più facili, mi pare, che il nostro tempo offra agli uomini di cultura. Ho cercato anche di non andare in esilio. Non posso vivere lontano dal mio paese, e d’altra parte so che uno scrittore esule va quasi sempre perduto. E ho cercato di non avere onori ufficiali, di restare un irregolare, non classificato, non tesserato. Ho commesso gli errori di tutti quelli che s’imbattono a volte in una realtà il cui male illude di contenere e anzi contiene, una sua parte di bene…”.

IL titolo del romanzo, L’uomo è forte, è diverso da quello che lui aveva pensato e avrebbe voluto: Paura sul mondo (questo titolo originario fu posto poi, nel 1979, allo sceneggiato televisivo tratto dal romanzo). Il libro, pubblicato nel 1938, subì anche una censura: fu richiesto ad Alvaro di eliminare una ventina di pagine. Egli rifiutò. Ma per pubblicarlo, dovette accettare il compromesso: tagliare almeno venti righe e impegnarsi a specificare in un’avvertenza che la vicenda si svolgeva in Russia.





Il romanzo non è di facile lettura. Ed è anche enigmatico. Del resto, in tutta la sua opera, si possono trovare segni enigmatici. Geno Pampaloni parlò di lui come “poeta del segreto” nell’introduzione all’edizione dei Romanzi e racconti del 1994, riproposta nel 2003 dallo stesso editore Bompiani. Il critico intende per “segreto” la tensione verso l’improbabile, verso l’incertezza, verso l’indefinibilità dei limiti, che si possono riscontrare in innumerevoli passaggi narrativi. Ma il “segreto” è anche l’angoscia personale di essere esposto al controllo invisibile di un occhio scrutatore e probabile accusatore, la “paura” appunto di dover rispondere del proprio spirito di libertà come fosse un reato. Sotto una qualsiasi dittatura, manifestare lo spirito di libertà è foriero di accusa di sovversione. Il regime autoritario teme l’intellettuale che manifesta il pensiero libero, che critica le leggi repressive, che dissente in generale da un tipo di politica che controlla i cittadini nella vita pubblica e in quella privata. La storia del Novecento è costellata di regimi dittatoriali: e i caratteri di tali regimi si ripetono. Lo storico Carlo Pinzani ha intitolato la sua ricerca sul Novecento proprio Il secolo della paura (Editori Riuniti, 2000). Il concetto chiave è che l’Europa dall’inizio del secolo fino alla caduta del regime comunista sovietico ha subito una “guerra civile”, prima come scontro ideologico, poi come scontro armato, infine come “guerra fredda”. Tra i diversi regimi dittatoriali vissuti dall’Europa nel Novecento, di alcuni dei quali Alvaro fu testimone diretto e analista acuto, finché non ha dovuto tacere per evitare prigione o assassinio, cambiava  solo il livello di crudeltà, di repressione, di controllo sociale e individuale fatto da polizia e da magistratura. Cambiava il livello di strumentalizzazione degli intellettuali  o della prevaricazione sui dissidenti.

L’uomo è forte è opera letteraria che nasce veramente dalla Russia. Alvaro vi andò come giornalista per fare dei reportages. Dall’analisi di quella società egli percepì la difficoltà dell’epoca di avere fiducia in un potere che propugnava a parole uguaglianza e giustizia ma che poi  sbarrava i confini della libertà umana e sociale.

Un romanzo in cui i protagonisti Roberto Dale e Barbara hanno paura di scegliere davanti alla violenza dell’ideologia. Ogni pagina proietta una dimensione di mistero. La scrittura moderna, priva di compiacimento stilistico, costruisce atmosfere di angoscia e di inconfessabili complicità. Sotto tutte le sequenze, alligna la paura. Per capire quegli anni in cui le ideologie portavano (e portarono allo scontro armato), non si può prescindere da questo romanzo, che “testimonia” più di tanti libri di storia.

Buona parte della narrativa di Alvaro nasce proprio dalla testimonianza del mondo reale, che egli esercitò per tutta la vita. Fu uno dei giornalisti più brillanti e acuti del primo Novecento, ma fu anche e, conseguentemente, anche uno dei più innovatori scrittori del Novecento. Cercò di liberare la scrittura dal dannunzianesimo imperante agli inizi del Novecento, dalle tendenze simbolistiche, dal decadentismo e, più tardi, dall’ingabbiante prosa d’arte necessaria per nascondere i veri pensieri degli intellettuali, ma che falsò per molti anni proprio la funzione testimoniale degli scrittori. Il suo primo maestro fu Pirandello da cui imparò a guardare oltre la soglia del mistero. Quasi tutti gli intellettuali dell’epoca si preoccuparono di sopravvivere: “primum vivere”. Pochi furono coloro che subirono il confino (per citarne alcuni, Carlo Levi e Cesare Pavese) o l’esilio (a differenza di un nutrito gruppo di scrittori e poeti tedeschi che abbandonarono volontari e per tempo la Germania di Hitler). Ma Alvaro ci testimonia che non voleva essere esule, per timore di perdere la propria nervatura di scrittore (un timore; ma nessuno poteva essere certo di tale ineluttabilità; infatti Thomas Mann, e più tardi, per motivi diversi, Vladimir Nabokov, hanno dimostrato che anche in esilio si scrivono capolavori). Così accettò il compromesso: nel senso che evitò di strillare troppo, e comunque di usufruire “troppo” dei vantaggi che il regime fascista assicurava agli scrittori consenzienti o silenti. Pirandello fu accademico d’Italia. Dopo la tempesta del “delitto” Matteotti (1924), il drammaturgo scrisse a Mussolini offrendo il suo sostegno (ma anche questo è un capitolo molto complesso, che è ingiusto liquidare con semplicità; Matteo Collura nella biografia dedicata allo scrittore d’Agrigento Il gioco delle parti, Longanesi, 2010, dimostra che l’adesione al fascismo di Pirandello fu totale, cosciente, convinta. Non fu un errore, non fu un compromesso, fu una scelta razionale). E più tardi, ad Alvaro che si lamentava della situazione, e soprattutto del fatto che scarseggiava il lavoro, che aveva problemi con i giornali per i quali lavorava, in particolare La Stampa, consigliò di andare a trovare Mussolini ed esprimergli la sua stima, perché Mussolini a sua volta lo ammirava e lo avrebbe accolto a braccia aperte. Ma Alvaro non se la sentì di arrivare a quel punto. Comunque frequentò il salotto di Margherita Sarfatti, che in qualche modo lo aiutò e lo protesse, gli aprì molte porte e gli procurò molto lavoro. Lo stesso Mussolini lo protesse, anche quando alcuni gerarchi volevano fargli del male. Un merito però Alvaro lo ebbe: non prese mai la tessera fascista. Un piccolo atto di coraggio non pubblico, ma davanti a se stesso. Questo per spiegare che l’esperienza di Alvaro fu tra le più contrastate, controverse, eppure intense, dolorose, importanti, innovatrici di quel periodo storico in cui lievitò la grande letteratura italiana del Novecento. Basti pensare a Elio Vittorini con Conversazione in Sicilia, che – anch’esso – dovette essere pubblicato con il titolo cambiato in Nome e lagrime. E fu Carlo Bo a sottolineare il parallelo tra i due libri. La differenza è che il romanzo di Alvaro mantenne e mantiene ormai il titolo diverso, mentre quello di Vittorini dopo la guerra tornò all’originale.

Un’esperienza di vita dura, costretta a qualche rinuncia, e per un po’ anche alla povertà, ma soprattutto al timore che il domani non ci sarebbe stato, che resterà sempre vitale per le sue opere. Si pensi infatti all’impatto emozionale e letterario della pièce teatrale più famosa e più rappresentata di Alvaro: La lunga notte di Medea (prima grande interprete: Tatiana Pavlova). Una pièce di una modernità estrema, nel 1949, che recupera e stravolge il mito per offrire una metafora efficace del presente, di quel presente che da poco era diventato passato, ma che ancora incombeva sulla vita dell’Europa uscita dal disastro della guerra. Quella Medea/madre che uccide i figli per non farli soffrire in una realtà negativa, che non promette riscatti per le future generazioni, anticipava i dilemmi e gli strazi che sarebbero stati più sofferti verso la fine del secolo, nonostante dopo la guerra rifiorissero le speranze, aumentasse il benessere, cambiassero i costumi. Restava tuttavia il ricordo di un’esperienza umana devastante, che sotto la speranza di un futuro migliore si portava il tormento dell’incredulità.





Corrado Alvaro


La memoria, del resto, fu l’altro elemento portante della narrativa di Alvaro. Una memoria fondata sul confronto con la realtà che si viveva tra sopraffazioni e manicheismi. Quando si parla di Alvaro come scrittore legato alla terra, al mondo contadino, si commette un errore prospettico. Alvaro non rimpiange il bel tempo perduto, non esalta l’idillio della civiltà contadina, di cui mette invece in evidenza le sofferenze e le lacune. Alvaro recupera la memoria come culla di un’aspirazione profonda al cambiamento. Ma non si può cambiare se non si conosce la propria storia. Per questo è fondamentale il suo legame con la sua terra, con la Calabria, i cui valori fondanti si ritrovano nel carattere dei contadini ma anche nei miti lontani, nella cultura della Magna Grecia, nell’evoluzione del pensiero filosofico attraverso Gioacchino da Fiore e soprattutto l’amato Tommaso Campanella con le sue utopie anticipatrici e impossibili, e tanti altri (vedi il manuale del 1926, Calabria, ripubblicato dall’editore Jiriti di Reggio Calabria nel 2003, opera che sorprendentemente resiste all’usura del tempo). Uno scrittore meridionale “zolla e sangue” che mitizzò non il tempo felice perduto, ma i simboli morali resistenti nella memoria, ai quali non si dovrebbe rinunciare: la forza dei sentimenti, la consapevolezza che la vita non è perfettamente bianca o nera, l’onestà, l’amicizia, la crudeltà degradante della miseria, la necessità di un intervento solidale perché la società progredisca nel rispetto dei deboli. Certo, per molto tempo, si sopravvalutò la vena “sanguigna” e anche morale dello scrittore di romanzi, ma anche dell’uomo privato che si rendeva pubblico con i “diari” pensati già per la pubblicazione. Ma lentamente questa visione fu corretta dall’altra di Alvaro giornalista che nei suoi articoli – che ancora oggi mantengono una leggibilità che sorprende sia per l’acutezza delle analisi sia per la scrittura moderna e secca, senza retorica e senza ridondanze – dimostra una sapienza di interpretazione del suo tempo storico. Si tratta di circa 40 anni di corrispondenze, commenti sociopolitici, inchieste, cronache teatrali e cinematografiche, che chiariscono i passaggi del tempo culturale vissuto dallo scrittore, ma che in fondo sono senza tempo.

Se leggiamo oggi gli articoli scritti dalla Germania per La Stampa e per L’Italia letteraria negli anni 1928-1929, molte note ci sembrano ancora molto valide quando ci restituiscono il profilo del popolo tedesco o le verità politiche che si annunciavano e che Alvaro desunse dall’osservazione delle divise dei manifestanti e dei saluti nei caffè o degli spettacoli di cabaret. Alvaro anticipò di quattro anni l’irregimentazione delle frange estremiste nelle file hitleriane che dovevano ancora organizzarsi come partito. Capacità di intuizione e stringente analisi, entrambe rivestite da una scrittura vigorosa, solo con qualche concessione retorica (“per dimostrare di non essere al di fuori della normalità” scrisse nel diario; quel che il suo conterraneo Mario La Cava definì la “dissimulazione onesta”), dimostrano che Alvaro riusciva ad anticipare gusti, mode, comportamenti, che poi durante il secolo si sarebbero ripetute. Leggiamo questo squarcio di una corrispondenza da Berlino: “… Tutta la città ripete e ripete la moda, la stampa, il teatro, con le stesse parole che girano vorticosamente dovunque. Fino a che nuove teorie e nuove parole soppianteranno le prime… Diventa, alla fine, il feticismo e il dogma del luogo comune. A nessuno mai passa per la fantasia che si tratti di concetti relativi, idee del secolo, portati dal tempo e dalla stagione, cose transitorie”. Non è questa una diagnosi che può ancora oggi reggere per descrivere l’evoluzione “modaiola” di una qualsiasi città europea o americana o giapponese?

Ma il periodo berlinese venne dopo un’esperienza giornalistica con Il Mondo di Giovanni Amendola, per il quale fece il corrispondente da Parigi. E da quel punto d’osservazione, non da esule come lui non voleva, ma da giornalista incaricato ufficialmente della missione, tracciò una serie di interventi caustici sulla situazione europea messa a confronto con quella italiana in cui il fascismo si andava affermando con segnali sempre più preoccupanti. Il suo più feroce attacco al regime fu l’articolo scritto subito dopo il delitto Matteotti (1924), ma fu anche quello che lo mise all’Indice. Finché l’epilogo non fu la bastonatura di Amendola, tanto che in seguito a quelle botte l’esponente dell’opposizione liberale morì. Alvaro scrisse in quel periodo anche un profilo magistrale di Luigi Albertini, il direttore del Corriere della sera che subito dopo la guerra lo aveva assunto in redazione (1919), ma non lo aveva valorizzato. Alvaro, deluso dal lavoro di routine che lo annoiava, diede le dimissioni e appunto andò a collaborare a Il Mondo finché Amendola non lo mandò a Parigi dove rimase due anni. Sulla vita giornalistica di Alvaro ci sarebbe da scrivere una lunga storia, ma non mi dilungo. Collaborò con La Stampa di Curzio Malaparte, che lo apprezzava come poeta (Poesie in grigioverde, 1919, fu un libro/rivelazione, una ventata di freschezza che ridimensionò – insieme con il Il porto sepolto del 1916, poi una sezione di L’Allegria, edizione definitiva del 1931 – l’eccesso dannunziano e superò il crepuscolarismo e lo sperimentalismo estremo marinettiano) e come scrittore, oltre che come giornalista. Ma dopo gli anni fascisti, in cui continuò in ogni caso a collaborare di qua e di là, ritornò in auge sui giornali importanti e infine tornò al Corriere della Sera, al quale restò legato fino alla morte: commenti, elzeviri, critiche teatrali, di costume.





Il grande dramma della sua vita, però, fu il suo “essere politico” durante il Ventennio. Le due professioni di scrittore e giornalista procedono in parallelo e in simbiosi: il giornalista testimonia per lo scrittore; dal giornalismo arriva la materia prima, fantastica e reale, morale e angosciosa, sentimento e ragione, speranze e delusioni, che Alvaro plasma in narrazione. E gli stessi articoli se ben analizzati sono racconti. Qualcuno ha pensato di accostare Alvaro al naturalismo: nulla è più errato. Se da Verga Alvaro ha attinto la capacità descrittiva di crudezze, miserie, inganni, timori, attese, e da Pirandello il senso del mistero e del segreto, fu dall’esperienza giornalistica che attinse la capacità di elaborare disagi, contrasti, caratteri complicati. I suoi romanzi derivano dall’esperienza quotidiana travasata in racconto letterario. E i suoi diari sono in tal senso depositari di questi transfert, di queste traslazioni. I suoi diari (“Diario, Quasi una vita, Note autobiografiche pubblicate postume) sono un  distillato di autoanalisi, che non mira all’autoassoluzione, ma all’autocomprensione. Ogni giorno faceva il suo esame allo specchio: non si stimava, ma nemmeno riteneva giusto disprezzarsi perché non riusciva a darsi il coraggio necessario per essere coerente con se stesso. Ma quanti avevano avuto quel coraggio? Non c’erano stati tanti “collaborazionisti” apparendo invece veri oppositori? Il “caso Silone”, militante comunista ma ricattato dall’Ovra che lo costrinse a collaborare, dovrebbe darci la misura esatta del dilaniante problema degli intellettuali senza coraggio durante quella fase storica. Alvaro non finì mai di farsi autocritica. La storia e il pubblico, che accettarono i suoi romanzi come “rielaborazione del lutto” del ventennio fascista, praticamente lo assolsero. Tuttavia questo non lo aiutò, non lo rese tranquillo. Il suo tormento continuò fino all’ultimo giorno. Scrisse: “Purtroppo la mia vita migliore è passata quando la viltà era di rigore”.

Nel 1922 pubblicò il primo romanzo Luomo nel labirinto scritto a Parigi.

Alvaro fu attratto da confini sempre più lontani. Vide  e raccontò conflittualità sociali, negatività dei regimi politici, i costumi liberali o dittatoriali; la solitudine e l’angoscia esistenziale dell’uomo delle metropoli industrializzate. Confrontò l’“uomo alienato” dal lavoro seriale con la disperazione dei “senza niente” della sua Calabria. Alvaro fu giornalista e narratore, poeta, romanziere e saggista, drammaturgo e sceneggiatore (il film più celebre fu Riso amaro, che restaurato ancora oggi è un cult). I diversi aspetti in lui si sommano in una sola attività: lo scrittore.

La scrittura come riscatto, come forma di vita che riesce ad avere pietà di sé, come unico elemento di speranza nel cambiamento della società e del mondo verso una convivenza civile e giusta.

In fondo Alvaro ha alimentato una particolare forma di utopia, in cui si maceravano giustizia e libertà, passione e ragione, conflitto e armonia, violenza e pace. Uomo del suo tempo, il Novecento, che tentò di coniugare gli opposti della crisi di identità dell’uomo nuovo, che per essere nuovo è tornato un po’ indietro, distruggendo valori profondi per assurgere a valori effimeri.

In lui c’è un po’ di Musil, un po’ di Kafka, un po’ di Pirandello. In più ci sono il sangue, la terra, i miti e le illusioni della Calabria e dei grandi intellettuali calabresi. Il giornalista ha divulgato questa sua dimensione raccontando gli altri attraverso i suoi viaggi e le sue analisi. Lo scrittore ha raccontato se stesso con le crisi nate dal rapporto tra le negatività degli uomini e le negatività della società. Pessimista come giornalista e come scrittore, ma con un barlume di riscatto, nel senso del perdono. Giacomo Debenedetti diede un giudizio di Alvaro attraverso un calembour. Scrisse infatti: “Alvaro vuole abbracciare tutto il mondo, ma ha le braccia corte”. Mai metafora corrispose alla realtà come questa: Alvaro aveva veramente le braccia troppo corte, e di questo soffriva. Se a ciò si aggiunge il suo volto “che è un pugno”, secondo la definizione di Pietro Pancrazi, si comprende che l’angoscia del mondo, attraverso la crisi dei valori, si sommava alla sua angoscia personale che derivava dal suo essere piccolo, tarchiato, e anche sgraziato, ma con occhi intelligenti e mente vigile. Oltretutto sentiva su di sé gravare tutta la storia calabrese fatta di cultura, di grandi miti, ma anche di grandi e sempiterne miserie. Singolare destino quello di essere diventato oggi un’icona anche turistica per la sua regione, dalla quale tutto sommato fuggì, e per la quale ebbe un rapporto di amore/odio, tipico dei grandi scrittori come Quasimodo, Pirandello, Vittorini, i quali nel loro ambito originario si sentivano stretti e nel mondo si sentivano in qualche modo estranei, o comunque non idonei. Da questo punto di vista, Alvaro sentì molto più degli altri la contraddizione e il tormento dell’”emigrante”.

Poco o tanto? La sua vitalità, la ripresa d’interesse verso le sue opere, dimostrerebbe che Alvaro è stato uno scrittore “tanto”: sia per quantità sia per qualità.

 




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