LETTURE
VILMA COSTANTINI
      

Aspettando l’harmattan

 

Edizioni Tracce, Pescara 2011, pp. 134, € 11,00

    

      


di Mario Lunetta    

 

    

Alla lettura di Aspettando l’harmattan di Vilma Costantini, da poco apparso presso le Edizioni Tracce nella collana “Segni del suono” curata da Anna Maria Giancarli (pref. di Ubaldo Giacomucci), non è mai chiaro fino in fondo se sia l’autrice a andare incontro al mondo o viceversa. Fatto è che Vilma (anche al dilà della sua attività di inviata-stampa), è una globetrotter instancabile, e non si preoccupa di tenere a freno la sua golosa curiosità di viaggiatrice, ma anzi la alimenta senza tregua di nuovi stimoli e nuove suggestioni.

Tutto ciò non può che nutrire sostanziosamente la sua poesia, che pure non si può considerare “poesia di viaggio” tout court: semmai, volendo chiuderla in una formula, scrittura poetica a forte tasso di riflessività eccitata dal contatto con realtà nuove, inedite, singolari – dal momento che l’autrice sembra aver fatto sua la celebre raccomandazione di André Breton (“Non bisogna scrivere libri di viaggio, ma libri che fanno viaggiare”). Questo vuol dire, anche, mettere costantemente in gioco la propria disponibilità al contatto e alla conoscenza dell’ altro, dell’altrove e dell’altrimenti; la mancanza laica di qualsiasi feticismo nei confronti delle proprie acquisizioni; l’accettazione dell’inatteso come nuova norma da praticare e tesaurizzare, sempre col giusto stupore, certo, mai con il sospetto di essere portatori di un modus vivendi e cogitandi comunque superiore. Azzarda Giorgio Manganelli, in un’intervista rilasciata nel 1987 a Lea Vergine (poi inserita in Gli ultimi eccentrici, Rizzoli, 1990), che “il buon viaggiatore è politeista. Fa degli esperimenti con degli altri dei che non appartengono al suo Pantheon o al Pantheon a cui lui si è adusato”. È certo che Vilma Costantini non ha dei, ma va comunque in cerca di divinità naturali e storiche, non per cercare illuminazioni purchessia, ma per disporsi costantemente all’ascolto, al confronto e alla comprensione.

           

La raccolta consta di una serie di poemetti già apparsi in varie sedi (libri o riviste), e si apre con un testo del gennaio 2011 nato da un viaggio nei paesi del Golfo di Guinea, che dà titolo complessivo al volume dilatandone il senso di attesa pietrificato nel soffio arido che all’epoca della tratta tormentava le spedizioni degli schiavi sulle navi negriere, per recuperarne allegoricamente, nel nostro oggi che sembra non voler passare mai, la speranza di un possibile riscatto: “Tra le sterpaglie e i rami / secchi dei baobab pieni di frutti / soffierà il terribile harmattan / che aspetto / e di pagare accetto per colpe / che so di non aver commesso / ma riconosco di dover pagare”.

Un testo come “In forma di parola”, articolato in lasse di undici-dodici versi, sta all’interno della raccolta come una pausa di misterioso raccoglimento fondato su una vana interrogazione sentimentale che si risolve in una sorta di censura, o di autocensura. In qualche modo analogicamente legato ad esso è “Il corpo estraneo”, nel quale il gioco delle pulsioni tra psiche e matericità torna a manifestare la propria sospensione / tensione dentro un gorgo irrisolvibile: “Tu hai un corpo?” è riflesso nell’acqua / “Lo tocco?” non puoi / allungare la mano cadresti / impara le regole qui sono severe / “Dov’è il corpo?” dove non sono / “Ha un nome?” quello che scegli / di comodo uno vale l’altro / se così hai deciso chiamalo / Bevilo con gli occhi / con la vagina che ti cresce dentro / corpo estraneo si nutre di te / morbo che invade i tessuti / ti distrugge è menzogna / la nuova vita accende / il segnale della fine”.

    

In un poemetto come “Cammino inverso” torna l’inclinazione al tema del viaggio, ma con almeno due elementi ulteriori rispetto alle consuetudini della scrittura costantiniana: 1) l’assunzione di un esplicito tono sarcastico-politico; 2) l’adozione di una metrica endecasillabica antichizzata, quasi – con un giro retorico scanzonatamente imitativo – a rifare il verso alle filastrocche goliardiche, caricate dell’indignazione civica che per bocca di un “santo pellegrino” che muove alla scoperta del “grammondo” moderno (dalla Russia del liberismo sfrenato alla Cina del capitalismo autoritario) la cantano chiara all’orrore della globalizzazione: “I cinesi adesso fanno / non più di un figlio per non crescer tanto / per comprarsi la tivvu e la mercedes / la cocacola con il panino di Mc Donald’s. / E Mao che fine ha fatto? La sua mummia / riposa in pace nel cuore della piazza / di Tian’anmen dove una ragazza / ha costruito la libertà col gesso”.

Giunto a Roma, il pellegrino non riconosce gli antichi luoghi, perché “a San Pietro c’è un grande drug-store / le chiese son negozi o fast-food. / Domanda che è accaduto alla gente / che lo guarda come fosse redivivo / con quelli panni antichi e la favella / che pare da un breviario ricalcata”.              Chiesa? Santo Padre? Cardinali? Tutto finito, tutto spento. Gli stessi maggiorenti della chiesa, per non dividere il potere con altri, hanno preferito chiudere il conclave tra le fiamme. “E un fumo nero / si levò denso sopra il Cupolone”.

“L’ombrello di Livingstone” segna per Vilma una pausa di relativa soddisfazione, di cui è efficace testimonianza la rievocazione della distribuzione di migliaia di libri che all’ombra del museo del dottor Livingstone viene fatta ai bambini rhodesiani. A contatto coi nativi, con una natura in perenne autodifesa e gli infiniti animali in libertà, la lingua sembra anch’essa liberarsi in una metrica più mossa, più disancorata, piena di piacere storico-metaforico, come invasa da profumi, visioni, spazi senza confini.                     

“The Way of Life < > Modo di vivere” ripercorre in versi scritti in inglese dalla Costantini (e da lei stessa voltati in italiano) il disastro di Little Big Horn provocato nel 1861 da George A. Custer nel dissennato scontro con i pellerossa Sioux e Cheyenne. Il cuore della poetessa batte per le nazioni indiane che difesero come poterono, prima della sconfitta definitiva, la loro terra e il loro modo di vita.

 

Chiude la raccolta, molto amaramente, “La città del Bianco Imperatore”, in cui si deplora la costruzione dell’immensa diga sul fiume Yangzi e la definitiva sospensione delle crociere sul fiume: una crudele ferita al paesaggio e all’ambiente in nome della modernità, che per l’appassionata sinologa Vilma rappresenta un’immedicabile offesa del presente e della memoria.

Il periplo è compiuto. Il cursus non può che poggiare, malgrado i ricorrenti sussulti, su un andamento a suo modo narrativo sempre tendente a soluzioni di sintesi aperte. Per questo, Aspettando l’harmattan si pone come un lungo racconto che intende sempre sfociare nel  resoconto, come per una viva eterogenesi dei fini.




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