LETTURE
ELIO PAGLIARANI
      

Pro-memoria a Liarosa (1979-2009)

 

Editore Marsilio, Venezia 2011, pp. 272, € 18,50

    

      


di Lidia Gargiulo  

 

 

Quando ho insegnato italiano nei licei ho dedicato, in tutte le tre classi, un’ora alla settimana all’esplorazione del panorama contemporaneo:  la lettura degli scrittori viventi restituiva attualità anche agli autori del passato. I testi di Elio Pagliarani  arrivavano dritti anche ai più giovani, bastava guidarli a riconoscere ‘segni particolari’, strategie di scrittura e il resto lo capivano da soli, si interessavano, pensavano e, soprattutto, vedevano vita e non parole, che si trattasse di La ragazza Carla o degli Epigrammi che l’autore lanciava con paziente ferocia sulla ferocia del mondo.

 

Questo Pro-memoria a Liarosa, di lunga gestazione e recente pubblicazione, è scritto in prosa, ma non è una sorpresa; questa prosa è il naturale approdo di una scrittura in cui verso e prosa si sono sempre reciprocamente specchiati, inseguiti, smentiti; e non era questione di canone, ma di trovare il punto dal quale entrare nelle cose per capirne e poi restituirne l’interno ritmo. In questo senso Pagliarani si può dire abbia scritto sempre in prosa, poiché al verso in senso stretto ha fatto spesso il verso, lo ha usato per evidenziare, in contrasto, disagi e disarmonie del reale; non conversione, dunque, ma riconciliazione col raccontare puro e semplice, come l’antico raccontare delle strade, delle stalle, dei focolari.

 

Si può dire che Elio Pagliarani non ha mai assunto il ruolo di ‘poeta’ nemmeno quando, forse soprattutto quando, ha scritto poesia; eppure a un certo punto un ruolo si è fatto avanti con più chiara urgenza, quel ruolo di quando, guardando un figlio, per la prima volta un adulto si accorge di essere padre, e lo prende curiosità, timore e tenerezza; per la prima volta comprende che il figlio lo continuerà, eppure non lo ripeterà, avrà una vita sua. Che si può dare a un figlio, questa realtà così nostra e così straniera?

 

A questa domanda mi pare che risponda Pro-memoria a Liarosa, che è insieme diario, romanzo, manuale di istruzioni e confessione: la vera vera eredità di un genitore a un figlio è il racconto di se stesso, di un ‘prima’ in forma di ricordo. In questa autobiografia Pagliarani padre offre a Liarosa il libro-scrigno nel quale lei stessa pescherà; quando vorrà ricordare troverà in esso sostegno e prova (importante il trattino in “pro-memoria”!) di quello che il padre ha visto e come lo capito, personaggi e compagni di strada, ristagni e soprassalti della storia vissuta. Recupero e acquisto di tempo, è questa consegna da una generazione all’altra, espansione di vita, solidità e fiducia per entrambi, poiché chi offre memoria sta anche chiedendo memoria. In quanto memoria di sé e consegna a chi segue, questo racconto è soprattutto conciliazione con l’irrequieta verità delle cose; irrequieta in quanto, pur essendo accadute, quando ci riattraversano in forma di ricordi, le cose tentano nuove prospettive, mutano proporzioni, talvolta anche nome; la memoria privata infatti non è monumento di bronzo ma tentativo, dell’accaduto, di ripetersi in altro modo, di cambiare un dettaglio, impregnarsi di umori più aspri o più lievi, in accordo non tanto con la ‘verità’ quanto con le nostre inquietudini; a queste inquietudini della memoria Elio Pagliarani sembra voler dare disciplina e forma definitiva, pur sapendo che, fuori dalle pagine, esse continueranno ad aggiungere dettagli, a ritoccare, fare più netto o più sfumato un punto, come i bravi fotografi quando usano un colore o un’ombra per evidenziare o alleggerire una fisionomia. Nel racconto di questa vita non troviamo la Storia coi coturni della musa Clio, ma un uomo che l’ha attraversata a piedi, in un rapporto attento, mai lacrimoso e tuttavia responsabile, profondo col mondo, con l’ironia socratica che cerca e riconosce, di quello che succede, quello che non si vede eppure c’è; quell’ironia per la quale il lettore lo riconosce e saluta.

 

E, come si diceva, questo libro è in prosa. Ci si potrebbe chiedere se è stato il progetto dell’autobiografia a chiamare la prosa o non sia stato il gusto della prosa a ispirare l’autobiografia, il gusto di arare la pagina intera nel ritmo naturale di più disteso camminar narrando. Il bianco che nei versi dice sospensione e parentesi qui si è fuso nel racconto continuo, come se la mente riconciliata volesse passeggiare, svariare in onesto conversare coi propri umori nella prosa del vivere. In fin dei conti  potrebbe dire con Monsieur Jourdan:   “Ho fatto prosa tutta la vita”, ma non potrebbe aggiungere “e non l’ho mai saputo perché lui, Elio Pagliarani, lo sapeva.             

 




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