LETTERATURE MONDO
RIEDIZIONI
“Le cose” di George Perec nel pantano della reificazione

      
Einaudi ripubblica lo smagliante romanzo breve dello scrittore parigino, uscito originariamente nel 1965. E provenendo dalla metà degli anni Sessanta dello scorso secolo il libro appare oggi una meticolosa e preveggente descrizione della ‘nuova’ galassia dei consumi, vista sardonicamente attraverso le vite sbandate, senza scopo o con finti scopi, dei due giovani protagonisti Jérôme e Sylvie. Libro ‘barocco-minimale’ di un autore che si dimostra flaubertiano decidendo di esporre, raffigurare senza giudicare.
      




   

di Sarah Panatta

 

 

“Tovaglia e tovaglioli lucidi, posate massicce con incise le insegne dei vagoni letto, piatti solidi segnati da uno scudo, sembreranno il preludio a un sontuoso banchetto. Ma il pasto che gli verrà servito sarà francamente insipido”[1]. Lo scomparire di ogni opacità visibile, il fiorire di splendori accecanti nasconde inevitabilmente la banalità fragile del vivere. Gli stemmi dell’opulenza, la “profondità” e il “peso” dell’abbondanza, specchietti per le allodole di un marcescenza sempre uguale, ma ricostruita grazie al belletto del boom economico. Vero incubo è il pasto, agglomerato di pietanze presenti e future che tragicamente traviseranno il menù premeditato nel passato troppo vicino eppure già tradito. Nella fine scolpite le premesse. Nell’epitaffio sardonico tutta la duplicità necessaria dell’intero racconto.

Le ultime apostoliche/apocalittiche righe del breve romanzo Le cose, oggi rieditato in Italia da Einaudi, pubblicato originariamente nel 1965 dall’allora quasi trentenne George Perec, bibliofilo e critico letterario perspicace e innovativo nella Francia delle prime, ribollenti e competitive neoavanguardie. Perec stigmatizzò in un’unica raggelante e sontuosa composizione di micro fattura e di microfratture, pulsioni umane e artistiche, convenzioni ed etichette politiche e sociali, comprimendo in una meticolosa stratificazione metaletteraria ideologie e intenzioni, trazioni e mollezze di un’epoca inconsapevolmente post. Nel barocco-minimale-semiserio della “sua” storia degli anni Sessanta pullulano macchiette indelebili, tremanti e prometeiche. Giovani “crepuscolari” nel limbo lattiginoso che preordina un’immutabile maturità purgatoriale. Patetici soggetti monotematici, a cui “sarebbe piaciuto diventare ricchi”[2] credendo di poterlo essere. Imberbi pidocchi, psicologi sociali ante litteram, appesi a contratti di lavoro temporanei, a neonate ricerche di mercato per compagnie da Mille e una notte avulse anni luce dai loro quartieri polverosi. Ratti da appartamento, dalle calzature scadenti e dalle giacche pretenziose, in attesa perenne di ascesa.





Nella mente e dinanzi agli occhi, persi nella bruma della quest, “… tutte quelle cose… le posate un po’ pesanti, i bicchieri a calice, il cestino di vimini pieno di pane fresco” abbozzano “lo scenario sempre nuovo di un piacere quasi viscerale, al limite del torpore: l’impressione, quasi esattamente contraria e quasi esattamente simile a quella procurata dalla velocità, di una straordinaria stabilità… pienezza”[3] in cui non avere “nulla da temere”, ma dove il sipario può strapparsi per “la minima stonatura” e lasciar dileguare la felicità inventata. Plasmata nel non luogo dei pensieri, in paralumi, arazzi, librerie, pavimenti, guarnizioni d’ottone, venature fuligginose, stampe anticate, disordini raffinati, velluti impalpabili, giade, secrètaire, cristalli molati, velature ocra, formaggi delicati e insaccati di momentanea prelibatezza, tutti servi muti di un lusso proibito, pertanto sospirato da ogni cellula nervosa. Oggetti-suppellettili, gocce battesimali di una ricchezza inarrivabile, supra, la cui magia totemica sostanzia le utopie della coppia, le frantuma e sorregge allo stesso tempo.

Cose, galleria di specchi ambigui, come ambigua vuole essere l’opera. Non un apologo, non un’invettiva, un’ironica pseudo decadente scansione di desideri embrionali di candidati alla borghesia capitalista. La casetta dei protagonisti, 35 mq di precarietà in lenta autocombustione, è il nido di una vita nella latenza. Vita dentro il desiderio dell’effimero che deve abbandonare l’orgia neuronale dei “mondi migliori” e piegarsi all’espatrio (in)sostenibile in terra africana, per raggranellare sostentamento e decoro, agli antipodi dello sfavillante ambito décor, oppure per restare in una terra di mezzo giustificatoria, strappando tempo alla fatale “sistemazione” incombente. I protagonisti Jérôme e Sylvie sfuggono all’avvenire di stenti e al colpevole letargo aderendo alle proteste per la guerra d’Algeria. L’anticolonialismo è ennesimo travestimento della propria indefinizione temporeggiante. L’assenza di scopo viene sostituita con finzione di scopo. Ma gli anni scorrono, i due “schiacciati” dal vuoto, dalla ricerca di perfezione, dallo slancio “maldestro” e molesto di felicità impassibili, eteree, e dall’inesorabile sciattezza d’orizzonti, vagheggiano furti di classe e vite romantico-errabonde, il gioco d’azzardo, l’esilio isolano su sabbie bianchissime, paralizzati tuttavia nel disfacimento interiore, nel terrore del presente, e dunque costretti ad ulteriore evasione-autoinganno, alla trasmutazione in un villaggio sperduto, il rottame Sfax, prigione europea per tunisini adottivi. Landa mefitica, Circe desertica, dove esperire la miseria del Sé.

La soluzione arriva come antidoto suicida, un lavoro ordinario nella terra natia diventa giusto epilogo di una “vita senza niente”. La stessa vita dei giovani dell’oggi, confusi da/in lavori a tempo determinato (e indeterminante) e penzolanti da dimensioni digitali ancora incomprese. Perec disegna i Sessanta, catalogandoli nelle choses che scopriamo medesime nel nuovo millennio. Egli opera l’inventario di sotterfugi di un aleatorio illusorio benessere. L’elenco cataclismatico, e intenzionalmente ad un passo dal naif, di oggetti accumulabili per colmare le voragini dell’Io in via di smarrimento-riconfigurazione; di arnesi con connotazioni reali seppur volatili, immanenti e preziose, (apparentemente) pleonastiche appendici del Sé. Cose, bacino di significati multipli disseppelliti dalla lingua narrativa. Linguaggio, pantano poietico non reificato né reificante, bensì flusso pantagruelico intorno al mondo delle cose; sentiero illuminante dentro la foresta pluviale della materia; precipitato evolvente della società dei consumi, che scova e fa il verso al linguaggio del capitalismo, che plasma a sua volta con nuove inaspettate “profondità” le “sue” cose. La portata meravigliosa, efficace e veloce, semplice e per questo quasi erotico-esoterica delle cose elaborate, ready-made, le rende sacre, dunque pregate, adorate quali idoli della profana religione del mercato, che come balia invisibile educa le generazioni dei ventenni.





Travestiti da bohemien di facciata, da plebei in fase di trasloco identitario, da marionette senzienti di una gommosa, stuccata, liftata primigenia età dei consumi. Eroi “reificati”, piloti del sorpasso. Immobili creature barthesiane che adattandosi all’ipercinesi del mondo assumono la posa plastico-statica del movimento fossilizzato proprio dalla mimesi con quel medesimo mondo. È il desiderio che li tiene nelle lande della potenzialità, nella frenesia inappagata del più e del meglio. Desiderio che fino all’inevitabile rientro nei ranghi medio borghesi li spinge a non realizzarsi a pieno, a non amalgamarsi alla stessa società dei consumi succulenti tanto inseguita, sognata, immaginata. La fisica delle cose, l’oceanografia stilistica e contenutistica delle maree capitalistiche rientrava parzialmente nella lotta ermeneutica ed espressiva che si consumava negli anni ’60 tra detrattori, difensori e critici satelliti al ‘nouveau roman’.

Perec è autore/latore/sobillatore fine, machiavellico ma spontaneo della battaglia tra realismi. Lo scrittore si professa, dimostra flaubertiano decidendo di esporre, manifestare senza giudicare. Descrive con pragmatismo da entomologo le rughe e i paesaggi di tanti Jérôme-Sylvie, simpatici, catalettici traghettatori dell’alba consumistica, veicoli virali dell’ansia sartriana (ri)visitata con scarnificante veemenza ilare, mai cupa, ironica e irriverente, mai perentoria, scrupolosamente attenta agli esseri, scrutati e sezionati tramite la geometria delle cose. Lungi dalla disumanizzazione critica di Robbe-Grillet, ma in sintonia con la sua sperimentazione enumerativa, Perec sfoggia impercettibile compassione, immedesimazione nei suoi personaggi, non meri ritratti sociologici, ma figure caleidoscopiche e inebrianti, che disarticolano una volta per tutte la rotondità fiera degli uomini balzachiani. Soprattutto Perec ha il dono dell’anticipazione. I suoi 25enni, marxisti spergiuri, schieramento (del) superfluo, ragazzi appassiti nelle muffe della protoglobalizzazione, si riflettono indicibilmente nell’emulsione-sovversione della casba-XXI secolo, massa indistinta di cacciatori di fortuna cieca. Stessa ansia dell’oltre e stesso destino medio grigio a breve scadenza. Stessa sopravvivenza nel crepuscolo degli anni dorati spesa nel postulare e fantasticare senza mai agire. Come X-men impotenti, invecchiati a procrastinare il limbo.

 

 



[1] Epilogo fulminante, geniale sinossi di un intero romanzo. Pp. 121-122, da Le cose. Una storia degli anni Sessanta. di George Perec (T.O. Les choses. Une histoire des années soixante, 1965), Giulio Einaudi Editore, traduzione di Leonella Prato Caruso, prefazione di Andrea Canobbio, Torino 2011, pp. 122, € 17,50. Non basterebbe un’analisi semiologica elementare per liberare le potenzialità simboliche delle ultime parole del testo. Sono esse lascito oscuro e sarcastico sulla fine immobile della gioventù? Sulle apparenze smaglianti di ogni nuova ideologia? Sono battuta beffarda e deliberatamente lapidaria sulla psicologia prevedibile e puerile delle generazioni partorite dal consumismo? Perec sintetizza il senso e la meta della sua opera, metamorfosato dal non sense grottesco della vita dei quasi trentenni protagonisti, in happy-end/cliffhanger. L’autore intende ovviamente “altro”, lasciandolo in sospensione, come sospeso è il giudizio sui due giovani inetti /reietti desideranti della storia. Le posate massicce, colonne e mezzo inossidabile dell’esistenza della coppia come della borghesia coeva, sono muscolatura gonfiata di ginocchia friabili, legamenti arroganti di uno scheletro ghignante e crollabile/crollato (come le aspettative di agiatezza milionaria dei due sposini). Ma sono anche struttura transitoria e mendace del discorso artistico e teoretico tout court. Nell’enigmistica della frase Perec cesella e rappresenta l’audace, solida seppur mortale indeterminatezza di qualsiasi idea e postulato, anche e soprattutto i propri.

[2] Ivi (v. nota 1), p. 11.

[3] Ivi, pp. 47-48 segg.




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