SPAZIO LIBERO
SERGIO D’AMARO
Versi del ventesimo secolo tra Dino Risi e John Lennon


      
Una disamina di due libri del sessantenne poeta di Rodi Garganico, usciti nell’ultima decade: “Beatles” (2004) e “20th Century Vox – Poema cinematografico in nove scenari” (2009). Per un esito poetico di replay di memoria che rifrulla il volo dello Sputnik e le musiche pop degli anni Sessanta, i film con i “Poveri, ma belli” e i western con John Wayne, l’urlo di Allen Ginsberg e quello di Tony Dallara. La scrittura come un jukebox all’idrogeno di nostalgie e suggestioni di un Novecento ormai vieppiù lontano.
      



      

di Canio Mancuso

 

 

La poesia di Sergio D’Amaro è «un atto della memoria che tramanda se stessa» (Derek Walcott). Entrambe, poesia e memoria, elaborano in modo fittizio sensazioni e immagini; entrambe (ri)costruiscono la vita in un arbitrario replay. È l’essenza di 20th Century VoxPoema cinematografico in nove scenari (Carabba, Lanciano 2009, € 12,00): sessanta pagine di versi e di prose, per ricucire i frammenti di un cammino a ritroso. Che ha inizio nel 1957, quando il poeta scopre il cinema, o meglio lo inventa nella sua immaginazione di bambino. L’anno che per il poeta aveva l’ala degli dei. Da qui un vortice di suggestioni: le canzoni gracchiate dalla radio, il primo volo dello Sputnik, gli sbruffoni romani, poveri, belli, di Dino Risi, l’epopea di John Ford, con John Wayne truccato da giovane. E il primo aroma del benessere, l’automobile per (quasi) tutti, il botto del Boom che il cinema ha raccontato meglio della letteratura. Cinema: voce del ventesimo secolo, appunto. Ascoltiamo D’Amaro: E fu allora che per me sorse il ’900 / e mi tenne avvinto al suo racconto / primi e primissimi piani / campi lunghi e giostre di dolly / inquadrature motori scene / film di tutti gli altri e mio / pellicola incessante di nascite e morti. L’accesso a un gioco adulto, il battesimo poetico.

  

Nel ’57 D’Amaro ha sei anni; per una fantasia fertile, la scoperta del cinema è come quella del mare: una distesa di sgomento, un agguato continuo ai sensi e al cuore. Il libro è un insieme di piani sequenza densi di titoli e scene di film, tenui lampi autobiografici, schegge in cui la storia collettiva si definisce in quella individuale, non rimanendo però sullo sfondo come una premessa esteriore, ma costituendone l’origine e la giustificazione. Non una rievocazione alla melassa, ma una ricerca di esattezza. Una sonda gettata nel fondo della parola per coglierne echi e risonanze. D’Amaro evita le trappole del consuntivo generazionale, limitando l’incidenza dei capitoletti in prosa che precedono le parti liriche, e dando al testo un andamento sincopato, senza fastidiose cesure introduttive. Anche i passaggi in cui l’equilibrio tra poesia e prosa sembra più fragile, risolvono l’incertezza nell’agilità dello schizzo, che aggira l’intoppo del “già detto”. Ciò fa sì che al lettore non resti in bocca l’aspro delle spiegazioni in eccesso, come quando il discorso prevale sull’immagine. Il viaggio di D’Amaro comincia a Rodi Garganico, nel Bianco Sud (…) che voleva crescere, terra ai confini della protostoria industriale, viva di colori, melodie di aranci e ulivi, sfiorata appena dal raggio dello “sviluppo”. Fabbrica di miti, non di macchine.





Il cinema irrompe nello spazio aperto della memoria e lo feconda di racconti e personaggi: il Rocco di Visconti, i perdigiorno riminesi di Fellini, quelli appulo-lucani della Wertmüller, Gassman perdente in fuga dalla vita ne Il Sorpasso. Senza essere un resoconto nostalgico, l’opera è il ritratto in minore di un tempo che non ha perduto del tutto la sua innocenza. Nell’incipit il linguaggio è fedele ai luoghi e agli oggetti dell’infanzia, e alle sue parole, le stesse che l’autore usava da bambino: D’Amaro chiama i genitori “mamma” e “babbo”, non, con enfasi, “madre” e “padre”. Non frappone una barriera critica tra sé e il passato, perché non vuole prenderne le distanze; posa uno sguardo innamorato sul periodo in cui è nata la sua consapevolezza di uomo e intellettuale.

  

Nel precedente Beatles (Caramanica, 2004, € 8,00), la poesia correva sul filo luminoso di un raccordo musicale; i testi delle canzoni costituivano un repertorio cui la memoria attingeva a piene mani, mescolando rimandi e citazioni, letteratura alta, bassa, nana:  John Lennon e Alessandro Manzoni (Quel ramo del lago di Como tra due file non interrotte di monti e sounds…), Giuseppe Ungaretti e Cinico Angelini, Wilma Goich ed Emily Dickinson; i versi: Queste scodelle di luce versate nella notte vibrante / mi riempiono gli occhi di uno zucchero variopinto, forse ammiccano al Bring me the sunset in a cup della poetessa di Amherst. Beatles, ovviamente, è più del gesto riparatore della poesia verso la facile vena canzonettara: è l’atto di cui parlava Walkott, quello che, per Alessandro Parronchi, innesca la scrittura, nel timore che l’urlo rimanga senza eco. L’urlo di Allen Ginsberg o di Tony Dallara, non importa. Il linguaggio di Beatles è necessariamente ibrido, impasta generi e stili; il verso si distende in un respiro lungo, sfiorando la prosa ritmica.

  

La costruzione, però, è analogica, a differenza di 20th Century Vox, per cui si potrebbe parlare di poesia “relazionale”, cioè evidente e lineare. Nella sezione a margine della silloge, la misura metrica è più rigorosa, come nelle terzine di Cronache dell’Italia che non muore. O controllata, come in Succo d’arancia, in cui lampeggia qualche endecasillabo: … quale misterioso agguato di cellule / mi aprì a questa veglia di battaglie? / Il destino, se c’è, è chiuso in un’ora. In  20th Century Vox prevalgono il commento e i termini del ricordo ancorato alle cose, perché non vadano perdute. Il poeta, che sia bambino o adulto, è sempre personaggio, autore e narratore nello stesso tempo. In Beatles domina il punto di vista dell’io lirico; i brani della raccolta sono chiamati non a caso Pickup: segni impressi sulla superficie della memoria, volontaria o attivata da flash sensoriali: refrain, odori, paesaggi. Intorno, la vita e la storia pretendono il loro tributo. Offrono primizie, che non sono solo fragole. Gli anni Sessanta formidabili come un abisso. Ogni segmento del libro conosce il punto fermo, ma non la virgola, scorrendo ininterrotto fino al silenzio. Mentre il poema cinematografico chiude l’ultimo scenario nel The End della modernità, coi suoi filmini fai da te.








Scarica in formato pdf  


      
Sommario
Spazio Libero

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006