di Plinio Perilli
Come ti sei avvicinata alla poesia? Come hai
esordito? E quali sono state le tue prime letture?
Credo
molto banalmente d’aver cominciato a leggere poesie l’ultimo anno del liceo,
negli Stati Uniti, visto che nel programma c’era, ad esempio, da studiare
Robert Frost. Non è che avessi avuto un particolare incoraggiamento a casa:
faceva parte dei compiti. E questo poeta mi piacque enormemente. Poi di nuovo
il liceo, in Inghilterra. E lì scoppiò la vena...
Questo a Londra?
Sì,
a Londra; ho fatto di nuovo l’esame perché non era valido in Europa il diploma
americano. Non era equiparato. A Londra andai in una scuola molto di prestigio,
e c’era infatti un insegnante di letteratura inglese che mi affascinò; e mi
affascinò il suo modo di insegnare, con riproduzioni meccaniche, anche, per far
sentire le pronunce diverse, i dialetti inglesi...
Era l’immediato dopoguerra.
Il
’47 mi pare. E mi precipitavo a teatro, un giorno sì e uno no, tanto ero
innamorata di tutto questo... Io credevo di dedicarmi allo studio della
composizione musicale, difatti studiavo privatamente, non avendo un titolo. Già
nella composizione ero molto più portata alla teorizzazione dei mezzi, come
dire?, e passai col tempo all’etnomusicologia. Ora questo vuoto, vuoto creativo
lasciato da tale decisione (non amavo ciò che scrivevo di musica, non l’apprezzavo
molto)... E poi
c’erano
delle impasses sul piano tecnico-teorico, che pensavo più urgenti che
non lo scrivere con mezzi o postdodecafonici o bartokiani, ormai esauriti... E
proprio perché sapevo di dover fare un lavoro creativo, passai alla
letteratura. Ma senza una netta distinzione, così, da un giorno all’altro.
Leggevo
moltissimo. È stato più a Firenze, a Roma... Venni in vacanza da mia nonna. E
lei mi dava una certa libertà di studio. Mia madre aveva invece disapprovato
queste lezioni private. Come se poi l’Università non costasse anch’essa... In
quell’epoca non era tanto costoso studiare privatamente, a Londra. La nonna era
più tollerante. Suo marito era stato compositore. E continuai con lo studio del
violino, poi col pianoforte. Ma quando io mi decisi a scrivere, proprio l’ho
completamente dimenticato. Già a Londra avevo fatto un pezzo musicale per
flauto e voce usando una poesia di William Blake in cui comparivano una rosa e
un verme, nella rosa. Oggi mi sento apparentemente lontanissima dallo spirito
di Blake, ma in quell’epoca mi interessava. E dunque risale ai miei 17, 18
anni.
Quindi hai cominciato musicando una poesia
di Blake...
Sì.
E mi ricordo che la mostrai a qualcuno. Doveva essere in Inghilterra: è tanto
tipico, il commento – e mi fu detto: è un po’ morbosa!... E ho continuato
con il contrappunto, sempre privatamente. Poi mi sono trasferita a Roma dopo la
morte di mia madre, con un lavoro part-time.. Chi m’abbia incoraggiato?
Poverino, forse proprio Scotellaro. Un vago ricordo m’è tornato ultimamente:
noi in treno, lui che scriveva, ed io che scrivevo con temi – speravo – contrapposti... Sapendo d’essere
tutt’altra persona che non Rocco, di tutt’altre origini, questo distinguermi da
lui non era competitivo, era invece stimolante... Ma non ho altro ricordo
preciso, perché poi Scotellaro è morto, nel ’53, dunque io l’ho conosciuto
poco, ma più come due adolescenti che s’incontrano. Contadini del sud è stata la mia Bibbia, per un mare di tempo...
proprio linguisticamente, per gli esperimenti che faceva Scotellaro, col
linguaggio dell’analfabeta che trascrive. Era una personalità molto originale,
fuori dal comune; e poco ambiziosa: in senso mondano ancora meno... Ho
conosciuto molti intellettuali, anche a Firenze: Luigi Dallapiccola, che aveva
un grande amore per la letteratura. A Roma poi ho conosciuto Carlo Levi,
perfettamente paterno, come dire?; e
Bobi Bazlen, che era proprio il suo contrario! ... Bazlen che tra l’altro mi
invitò a vederlo ancora. Poi conobbi Guttuso, e la sua pittura aveva a che fare
con temi anche della poesia e della letteratura. Lo
incontravo
la mattina, nel suo studio a Villa Massimo... Lui dipingeva parlando con gli
amici...
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Amelia Rosselli
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E dopo la morte di Scotellaro?
Per
quanto riguarda la scrittura, ho avuto qualche dilemma, perché studiavo anche
letteratura inglese, americana... Studiavo Faulkner, per esempio: mi ricordo
che scrivevo esercitandomi un po’ nel suo stile... Ma sembravo avere un senso
critico abbastanza sviluppato, perché sapevo cosa scartare... Buttavo quasi
tutto. La prima poesia che amai, di me, era in inglese, e la portai a Bobi
Bazlen... Lui era molto severo, nei suoi giudizi. Invece disse: no è buona.
Un
bell’incoraggiamento. Questo nei primi anni Cinquanta. La conoscenza con
Pasolini viene dopo...
Molto più tardi.
La tua prima pubblicazione, comunque, è
stata quella sul “Menabò”, o hai avuto altri esordi?
In campo musicologico?
No, in campo proprio poetico: prima di
Variazioni belliche, da Garzanti, nel
’64...
Sono
uscite sul “Menabò” appunto quelle 24 poesie che m’hanno chiesto, l’anno prima,
il ’63; con una nota di Pasolini molto incoraggiante...
Mi
interessa ora il tuo discorso linguistico: il rapporto appunto fra le tre
lingue che tu padroneggi; italiano, inglese, francese...
Ho
cominciato col riprendere il mio francese, che era stata la lingua d’infanzia.
Divoravo i libri di filosofia in francese, già a Firenze, poi a Roma... Amavo
particolarmente Pascal. E anche molto Bergson. Da Bergson in poi però passai
allo studio della fisica moderna. Nei libri Einaudi, semidivulgativi... Fui
molto colpita anche da Nietzsche, come tutti a quell’età, suppongo… In quanto
ad una mia “poetica”, non credo che l’autore possa da solo dare una visione
obiettiva del suo scrivere. Un po’ perché c’è sempre ancora troppo immerso. Può
conoscere le sue intenzioni, ma è così legato a quello che la Realtà gli
offrirà, anche in piena ispirazione... Non è maestro della sua poetica. La
poetica va studiata tramite il critico, la poetica è posteriore al 100%. Si
parte con un’idea di quello che vuoi, ma non si può chiamarla poetica. Ogni
libro avrebbe una diversa poetica, ed è esattamente quello che voglio, per non
ripetermi. Il lettore, il critico, perfino io, dopo aver pubblicato il libro, possiamo giudicare con più
obiettività... Per esempio, Serie
ospedaliera è composta di due parti: tutta la prima parte, scritta a 28
anni, il poemetto “La libellula”, non ha quasi
nulla
a che fare, sul piano poetico con le 86 poesie che seguono. Ed è nato così.
Anche
Variazioni belliche, ha due parti; la
prima, più breve, che è del ’59-’61, è molto lirica, è molto sciolta, non è
astrusa. Tutta la seconda sezione, che è forse la più potente, scritta un paio
di anni dopo, ha tutt’altra poetica. Il confronto è fatto di proposito. Non è
perché noi scriviamo inconsciamente! Sono perfettamente consapevole che si
tratta di due “poetiche” diverse! In quell’epoca mi classificavo
“sperimentalista”! Un po’ per scherzare e un po’ perché era ovvio... Venni
invitata dal “Gruppo ’63”. Dovevano aver visto la pubblicazione sul “Menabò”.
Mi servì per aggiornarmi, perché non seguivo i poeti della mia generazione.
Andai a tutte e quattro le riunioni del Gruppo. Stavo ad osservare. Mi tenevo
un po’ ai margini, apposta. Ho imparato a leggere in pubblico lì, tra tanti
altri letterati non tutti legati strettamente al Gruppo ’63. Quell’esperienza
mi fu di stimolo per conoscere altri poeti. Però devo dire che li trovavo,
specie quelli che rappresentavano
la
critica, un po’ pedanti.
Invece avevi simpatia per Antonio Porta...
In
ultima analisi, m’hanno interessato di più le sue poesie, specie quando le ho
viste su carta. Alcune mi piacciono molto…
Le poesie di Cara, I rapporti...
I primi libri, sono i più belli.
Parlami meglio del tuo incontro con
Pasolini.
L’ho
incontrato da Moravia insieme a una ventina di persone. Sudando freddo, mi sono
avvicinata. Gli ho chiesto se potevo mostrargli un manoscritto di poesie. Il
fatto che ci fosse stato l’avallo di Vittorini sarà servito, perché mi disse di
sì. E lui stesso, dopo non so quanto tempo, mi telefonò entusiasta del libro,
m’invitò a casa sua. La mia impressione di lui? Ottima, tutte le volte che l’ho
visto, e non l’ho visto spesso. Molto riservato. Molto “educatore”...
Una vocazione quasi pedagogica.
Sapeva tirar fuori il meglio da ogni persona. Poi mi sono
messa a leggere la sua poesia.
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La targa apposta a via del Corallo n. 24 a Roma, sotto l'abitazione della poetessa
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Dopo averlo conosciuto?
Sì.
Certe cose, è ovvio, mi colpirono molto. Altre meno. Oggi mi piace quasi tutto,
perché ho compreso meglio la personalità. Anche lui sperimentava... Non poteva parlare di Gramsci tutta la vita!
Poi lui soffriva ma insieme amava tutta
la realtà.
Ci
son dei libri, come Poesia in forma di
rosa, del ’63, che mi hanno interessato molto, ma assai più tardi. Noi
stessi siamo immaturi, rispetto a certe opere – che non ci servono magari in
quel momento e allora le evitiamo. Ma non è un giudizio estetico, assoluto.
Magari dopo dieci anni, venti, uno le riprende, e...
Cosa pensi della poesia italiana d’oggi?
È molto fertile, il campo. C’è parecchio da seguire.
Personalmente, continui a scrivere poesie,
oppure davvero hai un po’ smesso, come sembra?...
Sono
più di dieci anni che non scrivo. Una qua, una là, ma... Anche per varie
ragioni di salute, che non è il caso che esponga. Mi manca un po’, ma non
scrivo più.
Ho
letto qualche settimana fa una tua poesia credo recente pubblicata sulla nuova
rivista di Fofi; dove c’è addirittura una frantumazione linguistica, un
joke lessicale…
Sì,
c’è un alleggerimento, è quasi uno scherzo letterario… Fofi mi aveva chiesto
una poesia, e gli ho detto non ti mando quelle in inglese, le uniche inedite.
Quelle che non sono confluite in Sleep?...
Sì.
Lui avrebbe accettato quelle. Poi, a distanza d’un paio di mesi, m’è capitato
di scrivere questa poesia, molto scherzosa... E Fofi l’ha pubblicata molto
bene, non c’è un solo errore di stampa! Eppure è una poesia difficile, per i
refusi, perché è molto giocata...
E le
tue letture di oggi? Ecco, cosa pensi, ad esempio, di queste ulteriori,
ripetitive neo-avanguardie?...
Di oggi? È un termine che comincia a infastidire tutti.
“Avanguardia”...
Paradossalmente suona quasi come
passatista...
...
Di quale “guardia”? Non vuol più dir niente! Si battezzano neo-avanguardia,
però direi che le loro idee sono proprio all’opposto, sono dei ritardatari.
Qualche volta, invece, c’è magari una bella ebollizione; come dire?, sì, ebollizione...
giugno 1995
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Amelia Rosselli – da Variazioni belliche (1964):
Il Cristo trainava (sotto della sua ombrella) (la sua
croce) un
informe
materiale; parole trainanti nella polvere del dipinto
del
chiostro di vetro. Sotto della sua chiostra di vetro
il
Cristo trainava una sciabola. Dodici pecore sogghignavano
distrattamente
alla sua predica. Io montavo in arabeschi
il
mio pudore dozzinale, su per le vetrate ricurve della
sua
sala da pranzo, margherite colate in piombo su dei prati
e
i cieli oscuranti di blu feroce. Io salivo i gradini della
pietà
molto ben concentrata in se stessa, con la croce quadriforme
della
sua durezza alle spalle. Il Cristo incrociato era una
colomba,
che spaziava teneramente, lusingava con la sua coda
i
teneri colori del cielo appena accennato. Il cristo deformava
il
mondo in mille maniere, catacombe delle lacrime. I suoi
occhi
Bizantini splendenti e crudeli stagliavano rondinelle
nel
cavo del cuore. La crudeltà si faceva forse meno maestra
del
mondo, o universo con la sottana troppo piccola, se lui
piangeva.
Io che cado supina dalla croce m’investo della
sua
mantella di fasto originario. Bellezza armonia che scintilli
anche
per i prati ora secchiti: marmo che non cade, curva
di
spalla sepolta e rinata, con la spala che intacca i geroglifìci
del
mondo. Forma cunea, alfabeto – triangolo, – punta al cielo
le
tue dita sporcate di terriccio.