di Alberto Scarponi
La
pubblicazione nell’ottobre 2010 presso Einaudi del primo volume dell’Atlante della letteratura italiana a
cura di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà ha dato luogo sul finire
dell’estate 2011, in settembre (magari anche per promuovere le vendite all’uscita
del secondo volume), a un grande scontro giornalistico, sebbene breve.
«Clangore
di sciabole» (come è stato scritto nell’occasione) o solo di parole, alla
stessa stregua che nella sfera Politica? In quest’ultima sfera però gli
improperi, le parolacce che si sostituiscono alle parole, hanno la funzione di
far perdere il senso intrinseco delle cose. A noi rimane, unico fatto, la
novità linguistica in sé (novità ancora non ben dilucidata ermeneuticamente).
Ora anche qui, nella sfera Cultura, è cominciato tale uso. Alberto Asor Rosa in
una intervista ha criticato la tesi metodologica di Luzzatto-Pedullà,
base di tutto il progetto, e fuori dai denti l’ha definita, senza ritegno, «una
balla», «una panzana», «una bufala» e, quando il registro gli è salito di
qualità, ha lanciato: «turlupinatura», non si sa se parlava della tesi o
dell’opera atlantica qua talis.
La tesi
di cui trattasi era ed è che la storia della letteratura italiana – soprattutto
nella vulgata ma anche in molta della
percezione culturale, pur non accademica rigorosa, – è risultata a lungo una filosofia della storia (puah! Hegel!): tutto un rotolare
di superamenti, nel triplice senso di
soppressioni-conservazioni-sopravanzamenti, ovverosia
tutto un «tic-tac-toc» (come nella recensione di
cominciamento Asor Rosa ha, ironicamente bignamesco,
corretto la narrazione della Dialettica Hegeliana, in scrittura easy, da parte di Luzzatto-Pedullà,
dove invece faceva soltanto «tic-tac»). La storia della letteratura italiana risultava
cioè una dinamica finalistica, in parole povere una faccenda finalizzata alle
(beh diciamola così, lasciando tutto nel vago di un leopardiano ‘forse’)
«magnifiche sorti e progressive» dell’Italia bella e tradita. La versione di
tale storicismo teleologico, – continua la tesi, – crollato de facto insieme al muro del 1989, in
letteratura ha prodotto qui da noi la linea De Sanctis-Croce-Gramsci,
contro cui opera ora l’impostazione metodica dell’Atlante medesimo.
Asor Rosa
in verità aveva già da tempo, da qualche mese, aperto il fuoco contro l’Atlante, con una recensione, come
accennato, pubblicata sotto il titolo di «Storia, geografia e... letteratura» (Bollettino di italianistica, Carocci, 2011, n. 1, , pp. 5-21). E all’inizio l’aveva
presa alla larga. Certo con un allusivo tono un po’ professorale, oggi diremmo castale, ma alla larga. Aveva spiegato che quando si parla
di storia bisogna distinguere fra teleologia
e senso, che insomma una cosa è
credere al finalismo di ciò che accade e un’altra è riscontrare interpretativamente un senso in quei fatti. Non era
chiarissimo se in tale spiegazione i fatti il senso ce l’avessero da sé, nel
loro accadere, o lo desse loro la rispettiva «branca del sapere» nel farne la
storia, come sembrava voler dire Asor Rosa quando specificava che «la
letteratura italiana» è «un continente epistemologico-formale».
E tuttavia, poi, nel seguito del discorso non avevamo solo interpretazione,
seppure collettiva e storicamente articolata, come sarebbe sembrato a prima
vista, viceversa tale continente epistemologico risultava «dotato di una sua
esistenza autonoma fatta di autori, testi, circostanze storiche, trasmissioni
di modelli, fattualità stilistico-metriche,
ecc., che spetta a noi tentare di conoscere e sistemare, ma che c’è, – e
continua ad esserci, – anche se noi in qualche modo abbiamo tentato di
conoscerlo e sistemarlo secondo i nostri princìpi. La
“letteratura italiana” – appunto, non a caso destituita di ulteriori specificazioni
– c’è stata, c’è, anche se noi non ci siamo stati e magari neanche oggi ci
siamo». Per essere più chiari: «“Storia” e “geografia” non sono realtà in sé
costitutive dell’oggetto da conoscere, e poi conosciuto, ma solo protesi
interpretative, nate da leggi caratterizzanti i processi della conoscenza
umana: non sono la “letteratura italiana”, e soprattutto non possono essere
gabellati per la “letteratura italiana”».
Quel
«gabellati» era una veemenza conclusiva del recensore che non si tratteneva del
tutto. In ogni caso, come si vede dalla citazione, l’aveva presa non solo alla
larga, ma anche da grande altezza. In qualche punto comunque era parso proprio sdegnato.
In effetti – come verrà poi riportato sui giornali – fioccavano sopra i due
autori dell’Atlante note di «impudenza»,
di «superficialità», di «disinvoltura citazionistica»,
di bizzarria, di arbitrio nelle scelte, e poi sarcasmi davanti al loro «titanismo
intellettuale» e «novismo inconcludente», infine voti
negativi qui per «incapacità teoretica», là per «scarsa conoscenza dei fenomeni
reali». Il tutto culminando ovviamente in una bocciatura, magari recuperabile in
esami di riparazione, al secondo e al terzo volume. Per ora però niente
ammissione nella oligarchia o nomenclatura o casta che dir si voglia.
Prima
motivazione della bocciatura. I due autori dell’Atlante arrivavano tardi. La battaglia antistoricista e antihegelista era cominciata in Italia «circa cinquant’anni
fa» con la «rivoluzione epistemologica» prodottasi per l’«impetuosa diffusione
delle cosiddette “scienze umane” – psicologia, sociologia, semiologia, nuova
storiografia – » e anche per l’«affermazione, impensabile in precedenza, del
fattore linguistico come componente ineliminabile, anzi, primaria, del processo
storico-letterario». (Nella foga di voler stare al quia, Asor Rosa deve aver voluto trascurare, nel contesto, il possibile
argomento principe a favore di tale «impensabilità»,
cioè che Dante, Bembo e Manzoni ebbero bensì presente
la ‘questione della lingua’ e la pensarono, ma purtroppo senza poter leggere il
postumo seppur saussuriano Cours de linguistique générale tradotto da Tullio
De Mauro. Anche lì una questione generazionale, certo.) E qui aveva citato a
scroscio il catalogo accademico tendenzialmente completo degli autori novecenteschi
entrati in battaglia per l’antistoricismo fino a oggi (senza precisare se i due
autori, volenterosamente antistoricisti ma bocciati, rientrassero tuttavia,
almeno per il rotto della cuffia delle buone intenzioni, nel novero venturo).
Seconda motivazione.
«La concezione provvidenzialistico-finalistica della
storia» era «un fatto ermeneutico di lunghissima durata» e anzi costituiva «il
cuore della nostra tradizione letteraria, come dimostra a sufficienza anche il
solo esempio di Dante». Qui dunque Dante c’era entrato. La questione era stata
però relegata in una nota marginale e lì abbandonata, squisito sentiero
interrotto, con le parole: «Ma lasciamo stare questi sentieri di ricerca troppo
accidentati e difficili, e teniamoci
al quia».
Che tale tradizione dovesse essere tenuta attiva? Sì? No? Al lettore l’oscura
sentenza. Unica certezza deducibile: non si sa perché, ma comunque la cosa
parlava male, molto male dei due autori sotto esame.
Terza motivazione. Il
raffronto quasi sistematico che Asor Rosa aveva compiuto fra questo Atlante della letteratura italiana a
cura di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà e due imprese culturali precedenti
veramente poderose, anch’esse uscite per i tipi della casa editrice Einaudi (raffronto
più metodologico con la Storia d’Italia
a cura di Ruggiero Romano e Corrado Vivanti, che
nasceva nella temperie della rivoluzione epistemologica suddetta, e più
analitico, su singoli temi, con i venti volumi della Letteratura italiana a cura di Alberto Asor Rosa stesso) aveva dimostrato
due cose: che l’ultima impresa – ma ciò era prevedibile – non reggeva il
confronto e che – altrettanto prevedibilmente – si dava un problema Einaudi.
La tesi esplicita di
Asor Rosa era infatti: «esser la “storia e geografia della letteratura
italiana”, in un quadro indubbiamente molto più vasto, affare specifico e
caratterizzante della casa editrice Einaudi (ci sono vocazioni intellettuali e
di ricerca che nascono e crescono in determinati contesti culturali, fra i
quali hanno svolto un ruolo non irrilevante in Italia le redazioni editoriali,
là dove, come nel caso nostro, ce n’è stata una di grande prestigio e di lunga durata),
sarebbe stato corretto (ma parlo di antichi valori, ormai decaduti)» – ecco il quia – citare le
opere precedenti. E tenerle nel dovuto conto, giacché «ci vorrebbe oggi,
secondo il modello gambiano», quello cioè esposto da «Lucio Gambi, uno dei padri
fondatori della geografia italiana», nel primo volume della Storia d’Italia Einaudi, «anche una
buona competenza di geografia culturale, o antropica che dir si voglia, scienza
anch’essa sempre più diffusa anche in Italia (anche qui gli esempi specifici potrebbero
esser molti, ma per ora basti l’accenno). Non è per niente chiaro se i nostri
due curatori si siano posti il problema».
Non era chiaro, ma in
sostanza a lui era parso che il problema non se lo fossero posto. E nemmeno gli
sembrava che fosse stato riletto per l’occasione «il giustamente celeberrimo
saggio Geografia e storia della
letteratura italiana» di Carlo Dionisotti, edito
in Gran Bretagna nella rivista Italian Studies, «addirittura nel 1951, e poi ripubblicato nel
volume omonimo nel 1967 da Einaudi». Se l’avessero riletto, si sarebbero
accorti che «la forma migliore d’impostare il problema non era quella di
tentare di adattare puramente e semplicemente la “letteratura italiana” (nel
senso precedentemente indicato) alle logiche strettamente disciplinari della
“storia” e della “geografia”: ma quella di ragionare sulla e della prima in
base alle categorie di “spazio” e di “tempo”, che sono categorie epistemologiche,
non semplicemente “storiche” né semplicemente “geografiche”».
Invece i due (paria?),
«presi da un raptus di titanismo intellettuale, proclamano apertis verbis: “Dateci un luogo e una data, e
solleveremo la storia della letteratura”! (Introduzione,
p. xx)». Non avevano quindi esibito nessun proposito
di geografia policentrica in quel senso, tutt’altro, piuttosto erano andati
spropositando appresso alla «teoria degli “equilibri punteggiati” di Niles Eldredge e Stephen Jay
Gould, che», aveva scritto Asor Rosa sempre catafratto nel suo sarcasmo, «lo
confesso, mi sfugge totalmente».
Come che sia, però, Luzzatto-Pedullà avevano prodotto qualcosa che assomiglia,
appunto, non a un policentro, ma direi a un
multipiano, giacché in quel tal Atlante le
città-fulcro (che – nella lingua easy
già dal loro censore biasimata e ironizzata – chiamano più propriamente hubs, ricavando il
nuovo concetto-immagine dall’informatica e forse dall’aviazione), gli snodi
sono, sit venia verbo, neodarwinisticamente selezionati dalla realtà stessa.
È la realtà stessa
infatti che, secondo Luzzatto-Pedullà, ogni volta ha
attribuito a questo o quel luogo «un autentico primato storico, per ragioni
diverse e durate ineguali». Tale bizzarra varietà di ragioni faceva nondimeno
solo sorridere Asor Rosa, il quale aveva trovato scritto nell’Atlante e citato letteralmente, a esibire
quella stravaganza autodenunciantesi come tale: il
primato «poté fondarsi su infrastrutture politico-economiche, come la capacità
di attrazione di una corte, o su requisiti più propriamente culturali,
come la particolare vitalità di una sede universitaria o la peculiare
effervescenza di imprese editoriali, che poté riflettere una supremazia
letteraria, scientifica, artistica degli italiani in Europa,
come durante il Rinascimento, o una decadenza più o meno pronunciata, come a
partire dalla metà del Seicento, quando la penisola prese a scivolare
inarrestabilmente verso la periferia dell’Europa savante;
che poté segnalare l’esistenza di un’Italia più cosmopolita che patriottica,
come nell’età dei Lumi, o appoggiarsi sul mito di una gloriosa tradizione
militare, come nel corso del Risorgimento (p. xvii)».
Ne era venuto, da sé,
un sospiro sconsolato, paziente, giacché si vedeva da sé che «tra i “valori”
che caratterizza[va]no questi “hub (sic) della cultura italiana” (p. xx)
non ce n’[era] neanche uno – se non una volta sola, ma quasi di sfuggita – che [facesse]
riferimento ad un primato, piccolo o grande che [fosse], di natura
squisitamente letteraria». Ma d’altronde Luzzatto-Pedullà,
palesemente andando fuori tema, avevano già dichiarato «in esordio di voler
rinunciare a sequenze ordinate secondo “medaglioni di uomini illustri”; o
“movimenti culturali”; o “classico per classico”; o “per secoli”; o “per generi
letterari”». E Asor Rosa ora chiosava: «I curatori, evidentemente, considerano
tutto questo roba del passato; e perciò, ancora una volta coraggiosamente,
dichiarano di voler fare a meno di “un’ordinata, troppo ordinata galleria di
maestri e di capolavori” (Introduzione,
pp. xvii-xviii)».
Nessuna meraviglia dunque se i loro criteri di scelta risultavano aleatori.
Epperò – come si sa – è dai criteri che «dipende il quia». Il punto di
sostanza era, per Asor Rosa, che «il nuovo metodo consiste nel non averne
alcuno». Di qui la catastrofe dell’impresa. I criteri assenti o sbagliati («dall’incapacità
teoretica di distinguere fra “teleologismo” e “senso”
della storia alla scarsa conoscenza dei fenomeni reali, dall’invenzione di hubs arbitrari
e/o parziali all’individuazione dei discutibili “valori” selettivi e ordinativi
ecc.») avevano prodotto «la disintegrazione di ogni disegno interpretativo e
ricostruttivo e la scomparsa di quella mappa
potenziale che, procedendo di decennio in decennio, dovrebbe rappresentare, di
autore in autore, di opera in opera, di centro in centro, piccolo o grande che
sia, lo svolgimento storico della letteratura italiana».
Avevano prodotto dunque
esattamente quel che secondo Luzzatto e Pedullà il loro Atlante voleva essere. Ecco
allora i rimproveri puntuali: «In un numero eccessivamente elevato di
contributi, si affrontano e si svolgono temi di “contesto” (o, come i curatori
dicono, forse meno correttamente, di “contorno”...): “Le condizioni di vita
materiale dei testi”, “dalla circolazione dei manoscritti delle ‘tre corone’
[…] alla disseminazione delle prime stamperie o alla nascita delle prime
biblioteche pubbliche […]”; alle “condizioni di vita degli autori nel mercato
delle lettere […]”, alle “alterne vicende dei generi letterari e delle
istituzioni culturali […]” (p. xxii). Coerentemente con questa impostazione, le
vicende letterarie, le storie degli autori, il destino delle opere, i flussi di
trasmissione e contaminazione di natura ideologica e stilistica fra autore e
autore, fra scuola e scuola, fra città e città, passano in secondo piano. Anzi,
più esattamente, scompaiono alla vista dell’osservatore».
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Carlo Bernardini, Orbita eclittica, neons - tesla coil, 2009
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In verità Asor Rosa
alla fine era sembrato tener conto del fatto che ogni libro è un cimento, una
sfida, alla pari di qualsiasi altro, e dunque prendere atto di trovarsi di
fronte a un gesto culturale significativo di due studiosi, gesto per lui
inaccettabile ma proprio perché aveva quel senso
inequivoco: «Non a caso, mi pare, la parola “tradizione”
non è mai pronunciata: il grande binario su cui scorre, talvolta linearmente,
talvolta tortuosamente e contraddittoriamente, la storia e geografia della
nostra letteratura, in questa prospettiva non esiste». Ed ecco la sobria conseguenza: «Lo dico senza ironia: il caos originario, di
fronte al quale siamo stati messi» da Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà, «inteso
come proposta metodica seria, merita una discussione altrettanto seria, proprio
perché delinea una prospettiva – una prospettiva che, così com’è, va combattuta».
Di colpo l’accademico
oligarca, davanti a una mossa teorica, davanti alla realtà affrontata sotto «la
forma di caos», era ridiventato quello che anche è, un lucido intellettuale
critico, e aveva dimenticato la faccenda di che cosa secondo la tradizione,
bene innovata, un atlante storico-geografico insomma avrebbe dovuto essere.
Poi però, come lo
scorpione della favola, era stato vinto dalla sua natura, la sua seconda natura,
quella dell’accademico. Così, al termine della recensione, le ultime parole erano
state le prescrizioni seguenti e definitive: «Un robusto dimagrimento, che
consenta la riduzione della vasta e confusa miscellanea ad Atlante, un
ripensamento radicale dei valori che stanno alla base del cosiddetto “criterio
ordinatore”, il perfezionamento professionale dell’apparato cartografico e,
soprattutto, un chiaro ripensamento delle strategie spazio-temporali da
praticare». Queste gli risultavano «per ora le uniche considerazioni finali
possibili». A metà del guado un secco colpo d’aculeo, destinato ad atrofizzare il
corpo della rana traghettatrice, mirava ad affogarla, perdendo anche l’accademico-scorpione,
oramai divenuto, lontanissimo dai suoi primordi, animale non acquatico.
Naturalmente (in
senso proprio), uguale e contraria è stata in settembre la reazione di Luzzatto-Pedullà, che sul Corriere della Sera – nelle parole dei commentatori – hanno rinunciato
a discutere le idee per attaccare personalmente Asor Rosa, accusandolo di «livore»,
«risentimento», e di aver mostrato la «rabbia impotente dell’animale ferito». Il
non detto magari era che sembrava simile alla rabbia di un indignado precario.
(In fondo, se la cultura letteraria
italiana viene fatta incarnare da un’istituzione economica, da una
casa editrice, il proprio lavoro somiglia tanto a un posto di lavoro.)
Non è
escluso tra l’altro che Paolo Di Stefano, rilanciando la «stroncatura
sonora» di quella «firma autorevole in
sede autorevole», ritenesse semplicemente di entrare fra le mosse pubblicitarie
del lancio del secondo volume, la cui uscita in effetti era «prevista per metà
mese», come ricordava. Sono le relazioni spontanee tra poteri. Non per nulla,
dopo due accese uscite simmetriche delle parti coinvolte e un paio d’interventi
d’occasione, la cosa è finita lì con le parole del Direttore Generale Editoriale
Ernesto Franco, riportate appunto in un secondo articolo di Paolo Di Stefano:
«La casa editrice Einaudi è sempre stata, e per fortuna è ancora, un fucina di
scontri intellettuali. Che non contemplano però insulti e botte. Questi
teniamoli fuori. Il resto non può che far ardere il fuoco dello spirito
critico. Sta agli autori e a noi alimentarlo». Amen. Insomma, chiudiamola qui. Era diventata una contropubblicità che nuoceva al lancio medesimo del titolo nella
fattispecie e al fatturato in generale.
Sì,
doveva essere stata una «lettura viziata dal risentimento», quella di Asor
Rosa, sì era una questione «personale», comprende adesso il giornalista, e lo
scrive. Tralascia di aver concluso l’articolo precedente virando in gaia
malignità una domanda di Asor Rosa stesso: «Che si tratti di una questione di
famiglia?» (in realtà Asor Rosa alludeva, come abbiamo visto, alla geografia
letteraria come tematica tradizionale in casa Einaudi). Tale domanda era stata ingenuamente
o maliziosamente interpretata così: «Luzzatto e Pedullà sono oggi giovani
consulenti di via Biancamano, come un tempo lo fu
Asor Rosa: non è escluso che il passaggio generazionale, in Casa Einaudi, abbia
prodotto, come in tutte le buone “famiglie”, oltre che un cambio di prospettive
mal sopportato dai padri e dai nonni, anche qualche risentimento per
l’imprudenza sfrontata e l’ingratitudine dei figli».
Un fuoco
di paglia, dunque, in finale una cavolata, direbbe qualcuno dei più giovani
della generazione TQ.
Soltanto
che, riducendo il tutto a gossip, a fatterelli e sorrisetti su un risentimento con
annesso «brutto fallo di reazione», davanti a cui una scrollatina
del capo basta e avanza, si lavora a far evaporare il valore di sintomo di ciò
che va accadendo. E anche la semantica di quanto in ogni caso viene detto.
Perché
una questione così fondamentale come la concezione odierna della storia (se si
tratta di una cosa raccontabile come sviluppo omogeneo di fatti e valori preselezionati
da un senso oppure solo vivibile come intrico o rete a più contenuti e
dimensioni di fatti polivalenti, con conseguenze di grandissimo peso teorico e
pratico), e quindi la questione della odierna concezione del mondo, può raggrinzirsi
a faccenda personale, a bega d’azienda, a giornalistico battibecco fra membri
di generazioni diverse? Come mai la vita culturale va annegando nelle paludi
del breve interesse economico? e nemmeno più sotto i grandi marosi della
politica?
Ma
continuando: l’autonomia della cultura cui mirava Vittorini all’inizio della nostra
repubblica deve proprio barcamenarsi fra Scilla e Cariddi,
fra economia e politica, e fatalmente affogare nello stretto? Basteranno ad
affermarla, a imporla, tale autonomia, le mosse naturalistico-emotive,
il modo di pensare ‘feticistico’ (avrebbe pensato Marx)
dell’età post? Basterà intendere la politica, la grande politica, come rivendicazione sindacale di categoria
(dunque «abbracciare, con l’analisi e la pratica, i temi vasti e intrecciati
dell’istruzione, della ricerca, del welfare, del mercato, degli spazi pubblici,
della produzione e della distribuzione di cultura», mentre d’altra parte in
effetti una politica culturale pericolosamente, minacciosamente manca in Italia)
e per dire questo riunirsi come TQ, come gruppo-feticcio appunto, come realtà
antropologica, in una casa editrice, in un luogo dell’economia? Basterà per proporre
finalmente la cultura come terza fra la politica e l’economia?
Forse è
che bisogna distinguere fra grande politica e politica culturale
(dell’autonomia culturale), sapendo che il loro rapporto è biunivoco, senza
l’una nemmeno l’altra, senza grande politica nessuna autonomia della cultura e
soprattutto viceversa.