LETTURE
CRISTINA SPARAGANA
      

Biografia della polvere

Con un saggio di Plinio Perilli

 

Pascal Editrice, Siena 2010, pp. 110, 10,00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

 

      Resurrexit

 

È tutto nella musica. Ascolta:

la testa che vi penetra, sospinta

dal suo nudo d’inverno.

Tu sei già qui,

sospeso alla cordiera,

come sangue raccolto che si estende

giù dal bianco dell’occhio sino al piede

che s’annida nell’erba.

 

Già non più amato, torna al breve fuoco

e richiudi lo sguardo su ogni gesto:

le sedie azzurre, il docile puledro,

le tazzine da tè simili ai baci

di una donna di pietra, la pietosa

raffica del cipresso, la cesura.

 

Poi inginocchiati al buio del violino

e trattieni la cenere dal palmo

prima che il gallo la disperda.

Si’  tu stesso l’aurora. Sorgi pure

adiacente al tramonto dei canili.

 

 

 

Un simbolismo onirico e creaturale, a tratti crudelmente orientato verso presagi mortiferi, quando non scopertamente inframmezzato da laconici reportages di guerriglia panica, sorregge la retorica stringente, quasi ossessiva, sapientemente verbalizzata della poesia di Cristina Sparagana.

 

Dal rovinoso sciabordio esistenziale, ancora una volta, riecheggiato dalla sopraggiunta solitudine intimista, si passa, d’un sol balzo, alla visione prospettica dello sterminato paesaggio dell’Aquila terremotata, che trasmigra e ritrasmette a sua volta, di rimando, le sconquassate atmosfere della fumosa striscia di Gaza.

 

Devastazione politicizzata unita a privatissime luttuosità familiari, dunque, innervano di veementi scenari catastrofici il tessuto stilistico e compositivo della Sparagana, che mescida i suoi versi, attoniti e ruggenti, con una linfa metricologica coloristica e allitterante, nutrita dal gergo scientifico della dispersione e della studiata ricerca eziologica.

 

In quest’ottica, non possono non venir colti i numerosi rimandi alle rafigurazioni mitologiche, come pure la distopica trasposizione delle favole moraleggianti antropomorfizzate, che denuclearizzano la scempiaggine della civiltà contemporanea, per svelarne i lacerti più bestiali e guizzanti.

 

Così, ancora, s’inquadra il controverso e sapido rapporto col divino, esteticamente sintetizzato dalla Sparagana in una rapidissima riscrittura poematica del vangelo apocrifo di San Matteo, attraverso la ricostruzione simpatetica della sofferenza fisiologica di un uomo, il Cristo martoriato sulla croce, appunto, volutamente (bis)trattato quale fantoccio fantomatico di un generalissimo personaggio-uomo comune, addirittura secondario, quasi perciò minoritario rispetto al debordante continuum ragionativo delle pubbliche vicende quotidiane.

 

Personalissimo, invece, risulta, ovviamente, il pressoché simbiotico rapporto con la figlia Francesca, coraggiosa e già disincantata compagna di viaggi, onirici e non, oltre che perfetta destinataria d’elezione di buona parte dei versi dell’autrice, la quale, dal canto suo, suole spesso vezzeggiarla con fare protettivo e nostalgico, non mancando mai, però, di redarguirla a un tempo, circa la temperie dei soliti, controversi accadimenti della vita.

 




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